Dominik Fischnaller: “Sullo slittino a 140 all’ora non freni mai. È la cosa più difficile da insegnare al cervello”

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Dominik Fischnaller si sta preparando alla nuova stagione invernale, con al collo due medaglie di Milano-Cortina e l’obiettivo ai prossimi 4 anni: “Forse anche otto… non mi pongo limiti. Finché il corpo sta bene e mi diverto, non scendo”.

Dominik Fischnaller lo sa meglio di chiunque altro. Lo sa da quando, bambino, fratello e cugino lo misero a forza sulla slitta a Maranza e da quel giorno non ne è più sceso. Lo sa quando, a Pyeongchang 2018, ha perso una medaglia olimpica per due millesimi di secondo e per quattro anni ha rivissuto ogni giorno quella ferita: "Quei due millesimi mi mancavano sempre. Non so come sarebbe andata la mia carriera se a Pechino non avessi preso la medaglia". Lo sa quando, a Cortina, dopo trecento discese in più degli avversari, è sceso senza un dubbio e ha portato l'Italia ai massimi livelli olimpici. E lo sa ogni volta che guarda Armin Zöggeler, l'idolo d’infanzia diventato rivale e oggi direttore tecnico: "Era sempre lì, come un amico. Per la mia carriera è stato fondamentale".

Nella sua vita ci sono gioie pure, come la Coppa del Mondo 2023 che lo ha liberato dalle pressioni di essere "l'erede", il podio con Armin a Sigulda, la pista di casa che finalmente permette ai bambini italiani di scendere senza andare in Austria, e delusioni che bruciano ancora. Ci sono speranze che guardano al 2030: "Voglio arrivare alle Olimpiadi di Francia" e certezze granitiche. Il corpo invecchia, ma lui non molla sulla slitta a oltre 140 all'ora con il cervello che ha "imparato" a non frenare mai. In questa intervista esclusiva a Fanpage.it, Dominik Fischnaller racconta tutto: la preparazione autunnale, il simulatore di Cortina, la vita di coppia con una stella americana dello slittino, la nuova generazione azzurra e quella voglia di vincere che non si spegne.

Dominik, siamo a ottobre, nel pieno della preparazione autunnale. Come sta andando questa ripresa? Come risponde il corpo in questi mesi di carico intenso?
È stato un lungo periodo. Adesso ci sono tanti allenamenti, tanta palestra, e siamo stati molto anche a Maranza, dove abbiamo usato il nostro pistino per le partenze. In teoria dovevamo già scendere a Cortina questa settimana, ma il ghiaccio non era pronto. Quindi andremo lunedì prossimo a Cortina per le prime discese.

Tra fisico e mente, ti senti già pronto per il debutto in Coppa del Mondo?
Come mente mi sento già pronto. Come fisico, invece, ho fatto un allenamento un po’ diverso quest’anno: meno pesi e più esercizi a corpo libero, per ripartire bene in vista dei prossimi quattro anni. Servono ancora due, tre, forse quattro settimane per sentirmi davvero pronto per le gare. Iniziamo a Winterberg.

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Come vedi la situazione della nazionale italiana in questo momento storico per lo slittino, dopo le Olimpiadi di Milano-Cortina? Tu da anni porti in alto i colori azzurri. C’è una nuova generazione alle tue spalle? Sta crescendo qualcosa di buono, oppure è ancora presto?
Sicuramente c’è. Con la nuova pista di Cortina sono già una ventina di bambini e bambine che hanno provato lo slittino in estate. Sono venuti anche qui a Maranza per stare sulla slitta e scendere. Quando apre la pista, tanti ragazzi avranno finalmente la possibilità di provarlo qui in Italia: prima dovevamo sempre andare in Austria. Da questo punto di vista è un passo davvero importante. Adesso in squadra siamo, mi sembra, diciannove atleti tra donne, doppi e singoli. È una grande squadra. Le Olimpiadi poi sono state un sogno, con tutte le medaglie che abbiamo conquistato. Hanno aiutato tantissimo: la gente ha visto di più lo slittino, che non è uno sport conosciutissimo. È stato un bel biglietto da visita.

Per molti andare in slittino sembra che basti salire sulla slitta, mettersi a pancia in su, controllare un paio di cose e seguire la pista. Non è così, vero? Ci sono curve cieche, forze di attrito, centrifughe…
Esatto. In televisione non si vede bene cosa facciamo. Quando scendi bene, se non muovi quasi niente sulla slitta fai la discesa perfetta. Ma in realtà fai sempre dei piccoli movimenti di peso. È veramente veloce, hai sempre una pressione enorme sul corpo con tutte quelle forze G. È dura per il corpo, soprattutto per la cervicale. Non è che ti metti sulla slitta e ti lasci andare…

È vero che in alcuni punti non riuscite a vedere bene e vi basate sulle pressioni, sulla memoria, sulla conoscenza del tracciato?
Sì, esatto. Per questo abbiamo usato un simulatore con i coni, basato sulla pista di Cortina. Hanno costruito un simulatore della pista di Cortina. In estate abbiamo fatto anche mille discese su quello. Ha aiutato tantissimo: vedevamo già le curve, quanto fossero lunghe, e tutto il resto.

Quanto cambia tra simulatore e pista vera?
Cambia tanto, perché sul simulatore non senti la pressione sul corpo. Però l’hanno fatto molto bene: i tempi erano più o meno uguali, le curve uguali. Quello aiutava. La pressione e le sensazioni, però, sono diverse quando sei sulla slitta vera.

Ma quanta forza mentale serve per gestire la pista, non frenare in certi momenti, quando l’istinto potrebbe spingerti a farlo?
Noi iniziamo tutti da bambini. All’inizio fai solo le ultime tre-quattro curve, poi pian piano sali sempre più in alto, fino ad arrivare in cima. Quando sei piccolo non parti dalla cima, altrimenti esci di pista, perché non sai ancora come girare la slitta. Si impara gradualmente. La sensazione di non frenare si allena anche fuori dalla pista: facciamo discese con le slitte a ruote e già lì ti abitui a non frenare. Quando freni perdi tempo, e alla fine vogliamo tutti vincere.

Andate oltre i 140 all’ora, giusto?
Sì. A Cortina andiamo sui 130. La più veloce però è Whistler, e lì la velocità sale tantissimo, arriviamo intorno anche ai 140-150 all'ora.

C’è una pista che ti piace particolarmente nel circuito di Coppa del Mondo?
Adesso ovviamente Cortina mi piace tantissimo: è una bellissima pista. Mi piace molto anche Lillehammer, in Norvegia. E mi piaceva tanto quella di Sochi, in Russia, anche se al momento non si può gareggiare. Anche le piste americane di Lake Placid e Park City sono tra le mie preferite.

Ti faccio un nome: Armin Zöggeler. È stato il tuo idolo d’infanzia, poi avversario diretto e adesso direttore tecnico della nazionale. Che effetto ti fa aver percorso questo cammino con lui?
È stato sempre molto importante per me. Quando sono entrato in squadra avevo 15-16 anni e lui mi ha aiutato subito: se avevo problemi o domande, era sempre lì, quasi come un amico. Mi aiutava con le linee e con tutto. Poi, quando è diventato mio allenatore e direttore tecnico, la relazione è rimasta sempre super positiva. Per la mia carriera è stato fondamentale: potevo usare anche la sua slitta e i suoi materiali. Mi ha dato tanto.

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Sochi 2014: il grande incrocio tra voi due. Lui stava chiudendo la carriera, tu iniziavi a fare cose importanti. Lui vinse il bronzo, tu arrivasti sesto. Ti ricordi qualcosa di particolare di quei giorni?
Mi ricordo quella stagione perché a Lillehammer avevo vinto la mia prima gara di Coppa del Mondo e lui era arrivato quarto. Tutti dicevano: ‘Alle Olimpiadi hai possibilità di una medaglia', ma alla fine non ero ancora pronto. Di Sochi ricordo soprattutto che mi hanno detto di goderci l’Olimpiade. Ero contentissimo di essere lì alla mia prima Olimpiade e perfettamente ricordo quando lui è arrivato all’arrivo con il bronzo: è stato bellissimo vederlo.

Aveva già un carattere e una capacità da allenatore mentre era ancora atleta?
Per me sì. Eravamo sempre insieme, facevamo entrambi il singolo e partivamo dalla stessa posizione. Aveva già le parole giuste. Ti diceva poche informazioni, ma quelle che servivano davvero.

Quando si è ritirato, l’Italia cercava un erede al suo livello. Ti è mai pesata la sua figura in termini di aspettative e pressioni?
L’ho sentito un po’ dai giornalisti, ma alla fine volevo fare bene soprattutto per me stesso. La pressione me la mettevo io. Non diventavo più nervoso per quello.

E quando nel 2023 hai vinto la Coppa del Mondo, riportandola in Italia, quelle pressioni esterne sono finalmente cessate?
Sicuramente. Era un bel titolo dopo tanti anni. Quella Coppa del Mondo generale mi ha dato tanta fiducia e ancora più serenità. È stata molto importante per me.

Di quella stagione c’è un momento o un aneddoto che ti piace rivivere?
Mi ricordo sempre il nostro primo podio insieme, a Sigulda nel 2014: lui ha vinto, io terzo, ed erano anche gli Europei. È stato bellissimo stare sul podio con lui.

Poi sono arrivati i Giochi di Milano-Cortina, dove tu e l’Italia avete dimostrato di essere a livelli altissimi. Ti aspettavi, con tutta quella pressione e davanti al pubblico di casa, di fare così bene?
Avevamo fatto due-trecento discese in più degli avversari. Non abbiamo disputato tutte le gare di Coppa del Mondo dell’anno precedente: abbiamo saltato Oberhof e Winterberg. Siamo rimasti a Cortina, abbiamo avuto più tempo per testare i materiali, cosa che di solito ci mancava perché non avevamo una pista nostra. Questo ha aiutato tantissimo. Quando siamo arrivati finalmente a Cortina, alla prima discesa di allenamento sapevo esattamente cosa dovevo fare. Zero dubbi.

C’è stato invece un momento amarissimo a Pyeongchang 2018, quando hai perso la medaglia per due millesimi. Come si reagisce mentalmente a una cosa del genere?
Hai ragione, è stato durissimo: dopo quattro discese perdere una medaglia per due millesimi. Mi faceva davvero male. Da quel momento ho pensato solo ai quattro anni fino a Pechino. Tutti i giorni mi dicevo che mi erano mancati quei due millesimi, che avrei dovuto fare qualcosa di diverso. A Pechino la pressione era enorme. Poi è arrivata la medaglia, ma non so come sarebbe andata la mia carriera se non l’avessi presa. Quella delusione mi ha dato ancora più voglia e cattiveria agonistica. Non mollo mai, ma è sempre difficile quando hai un’occasione così bella e non la porti a casa.

Hai parlato dei ragazzini che si avvicinano allo slittino grazie alle Olimpiadi. A proposito di inizi: c’è l’aneddoto di quando a Maranza tuo fratello e tuo cugino ti hanno “messo di peso” sulla slitta e da lì non sei più sceso…
Esatto. Da piccolo ho fatto un po’ di tutto: sci, snowboard, calcio e ovviamente slittino. Ma lo slittino mi ha sempre attratto di più. Mi piaceva la velocità fin dall’inizio. Ho fatto le gare giovanili con buoni risultati e, una volta salito sulla slitta, non ne sono più sceso.

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Nella vita familiare di slittino se ne parla tutti i giorni… tua moglie è una stella della nazionale americana. Ne parlate o riuscite a staccare?
Parliamo sicuramente di slittino quasi tutti i giorni. Dei materiali un po’ meno: abbiamo i nostri segreti. Sulle linee invece ci aiutiamo a vicenda. Riusciamo anche a staccare: facciamo cose separate, ed è importante.

Ultima domanda su presente e futuro. Qual è il tuo obiettivo principale in questo momento?
Guardo avanti. Voglio gareggiare ancora alle Olimpiadi di Francia 2030: quello è sicuramente l’obiettivo più grande. Intanto voglio prepararmi bene per questa stagione, stare sano e tranquillo. Il corpo diventa un po’ più vecchio, quindi spero di fare le cose giuste. La cosa principale è stare sano, non avere dolori, e divertirmi.

C’è ancora qualche sassolino nella scarpa, una soddisfazione che vorresti toglierti?
Al momento sono molto soddisfatto di come è andata la carriera finora. Ma non voglio fermarmi a godermela. Guardo gara dopo gara e voglio fare sempre il massimo. Un giorno, quando dirò basta, guarderò indietro a quello che ho fatto. Adesso penso solo alla prossima gara e voglio vincere, anche se non è facile.

Quindi non hai ancora pensato a cosa farai quando scenderai definitivamente dalla slitta?
Esatto. Fino adesso penso solo a fare ancora almeno quattro anni, magari anche otto. Poi vedremo, pian piano. Al momento c’è solo lo slittino e la vita da atleta.

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