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Le cure di Michael Schumacher: “Nessun essere umano nella storia ha ricevuto questo trattamento”

L’ex CEO del team Mercedes di Formula 1, Nick Fry, spiega che non sarebbe sorpreso di apprendere di enormi progressi di Michael Schumacher a dieci anni dall’incidente sugli sci.
A cura di Paolo Fiorenza
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Mentre in Germania vige un patto tra tutti i network televisivi circa l'opportunità di mantenere il silenzio sulla salute di Michael Schumacher, una sorta di gentlemen's agreement volto a rispettare il dramma di una delle massime leggende dello sport tedesco e della sua famiglia, le notizie che sporadicamente arrivano sulle attuali condizioni del 55enne ex pilota di Formula 1 sono per lo più di provenienza britannica. È il caso delle ultime rivelazioni fatte da Nick Fry – ex CEO del team Mercedes fino al 2013, quando l'inglese venne sostituito da Toto Wolff – secondo il quale mai nessuno ha ricevuto le cure mediche cui Schumacher è sottoposto da quando dieci anni fa ebbe l'incidente sugli sci a Meribel che gli cambiò la vita per sempre.

Fry fa capire che non sarebbe sorpreso nell'apprendere da un giorno all'altro di progressi clamorosi fatti dall'ex ferrarista, come sedersi a tavola per mangiare, retroscena svelato all'inizio di gennaio dall'ex compagno di Schumi alla Benetton Johnny Herbert. "Non ho sentito nulla sulle condizioni di Michael Schumacher, quindi non sono in grado di confermare o smentire nessuna delle recenti notizie su di lui – ha premesso Fry nella sua chiacchierata con Online Betting Guide, spiegando poi che se c'è qualcuno che può farcela a ribaltare il destino è proprio Schumacher – Michael ha la migliore squadra medica del mondo e sono sicuro al 100% che nessun essere umano nella storia ha ricevuto il trattamento che Michael ha ricevuto per il suo infortunio specifico. La famiglia ha le risorse".

Michael Schumacher festeggia una vittoria con la Ferrari, una scena abituale per il pluricampione del mondo di Formula 1
Michael Schumacher festeggia una vittoria con la Ferrari, una scena abituale per il pluricampione del mondo di Formula 1

"Spero e prego che stiano facendo progressi con lui – ha continuato il 67enne dirigente – Se le notizie su di lui seduto a tavola o che va in macchina fossero vere, allora non mi sorprenderebbe affatto, perché immagino che sia il tipo di cosa faresti per far ripartire il cervello. L'unica cosa che spero è che la qualità della vita di Michael sia buona. Mia madre soffre di demenza, quindi so cosa vuol dire quando qualcuno è vivo ma non è cosciente del mondo che lo circonda".

Fry ha aggiunto che se Schumacher farà progressi, diventerà un modello per le persone con lesioni cerebrali, dando loro speranze che la loro condizione è migliorabile: "Gli esseri umani sono straordinari e non è impossibile sperare che le cose tornino il più vicino possibile alla normalità. Sono sicuro che prima o poi lo sentiremo e se il team medico avrà imparato qualcosa su come trattare le persone con questo tipo di lesioni, allora quello sarà il più grande contributo di Michael".

Nick Fry con Michael Schumacher nel 2010 coi colori Mercedes
Nick Fry con Michael Schumacher nel 2010 coi colori Mercedes

L'ex boss della Mercedes ha avuto Schumacher come pilota dopo il suo ritorno alle corse nel 2010, un triennio avaro di soddisfazioni (Michael finì nono, ottavo e tredicesimo nei tre Mondiali disputati fino al definitivo ritiro nel 2012 a 43 anni) e segnato da un inizio di rapporto difficile tra i due. Poi tutto cambiò una volta che si conobbero meglio: "Direi che la mia esperienza di lavoro con Michael Schumacher è stata complicata- Essendo un buon inglese, non avrei mai messo Michael in cima alla mia lista delle persone più amate perché era il vile tedesco che ha fatto cose marce agli inglesi buoni e onesti e ad altri! – ha scherzato Fry – Non ero un tifoso immediato di Schumacher, ma avevo un enorme rispetto per ciò che aveva realizzato. Odio dirlo, ma quando incontri Michael, ti rendi conto molto rapidamente di quanto sia speciale. La differenza è stata il livello di lavoro di squadra. Michael ha davvero apprezzato il fatto che tutti nel team dovessero contribuire se voleva avere successo".

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