Carlo Vanzini: “Dopo il tumore ho pianto per un gol a calcetto. Kimi Antonelli favorito in F1, mi ricorda Tomba”

A un anno dalla diagnosi del tumore e a poche settimane dal ritorno nei paddock della Formula 1, Carlo Vanzini torna a raccontarsi in una lunga intervista concessa a Fanpage. Una chiacchierata che parte dall'attualità più calda del Mondiale 2026, con la lotta per il titolo entrata in una fase cruciale dopo il GP di Barcellona vinto da Lewis Hamilton con la Ferrari, il momento complicato vissuto da Charles Leclerc, l'ascesa di Kimi Antonelli al vertice della classifica iridata e le polemiche che continuano ad accompagnare i nuovi regolamenti tecnici. Temi sui quali il telecronista di Sky Sport F1, voce di riferimento del motorsport italiano da quasi trent'anni, offre una lettura privilegiata grazie alla sua conoscenza diretta del paddock. Ma c'è anche un'altra ragione per cui abbiamo voluto intervistarlo: il percorso umano affrontato nell'ultimo anno, dalla scoperta della malattia all'operazione che gli ha permesso di tornare alla sua vita e al suo lavoro.
Classe 1971, giornalista e telecronista, Carlo Vanzini è oggi il volto più riconoscibile della Formula 1 in Italia e il punto di riferimento editoriale di Sky per il racconto del Mondiale. Ai nostri microfoni parla della rivoluzione regolamentare che sta dividendo appassionati e piloti, spiega perché ritiene Antonelli il principale favorito per il titolo mondiale e racconta il motivo per cui il giovane bolognese gli ricorda Alberto Tomba. Analizza inoltre il nuovo equilibrio interno alla Ferrari, il ruolo sempre più centrale di Hamilton, il difficile momento di Leclerc e le continue critiche di Max Verstappen alla Formula 1 attuale. Ma soprattutto si apre sul piano personale, ripercorrendo i mesi della malattia e spiegando cosa è cambiato dopo averla superata: "Quando ti dicono che sei a posto, riconquisti il tempo". Un racconto che culmina in un episodio apparentemente semplice, ma per lui carico di significato: il gol segnato durante una partita a calcetto con gli amici che lo ha fatto scoppiare in lacrime. Una testimonianza che va oltre il motorsport e che mostra il volto più umano di chi con la sua voce ha regalato tante emozioni agli appassionati.
Dopo sette gare, questa nuova Formula 1 è promossa o bocciata?
"Man mano che i piloti mi parlavano della loro esperienza al simulatore su questo nuovo regolamento, negli anni precedenti, io mi ero fatto portavoce di un mal di pancia generalizzato. Soprattutto quando mi dicevano che dovevano alzare il piede, che arrivavano alle staccate senza frenare e altre cose di questo tipo. Però quel mal di pancia restava lì: io ne parlavo e la gente mi diceva ‘basta, parli sempre delle stesse cose'. I piloti non si esponevano pubblicamente. Lo ha fatto Verstappen nel 2023. Poi, iniziato quest'anno, sono arrivato alla conclusione che bisognava cambiare registro. Se prima avevo denunciato che stava arrivando un regolamento che personalmente non mi piaceva, da quel momento ho detto: ‘Ok, adesso c'è. Da qui in poi costruiamo'. Io sono sempre stato abituato a cercare la parte mezzo piena del bicchiere in tutte le situazioni. Quindi vediamo cosa può esserci di positivo e soprattutto dobbiamo dare il tempo a questo nuovo regolamento di evolversi".

Quindi non la bocci?
"Non sono ancora pronto per dire promosso o bocciato. Dopo sette gare abbiamo vissuto gare più combattute, più divertenti. Questo sicuramente. C'è ancora da sistemare, ma secondo me è rimandato, finché non si troverà un assestamento giusto e finché non ci saranno gli sviluppi di tutte le scuderie anche sul motore. Bisognerà vedere cosa succederà quando torneremo su piste come Silverstone, Spa o Monza, dove l'eventuale problema dell'elettrico tornerà a essere più evidente. Oppure magari non sarà più così evidente come nelle prime gare, perché è stato fatto un bellissimo lavoro di intervento. Ed è quello che spero".
La FIA è già intervenuta: certi problemi erano stati sottovalutati?
"È evidente che quando devi intervenire durante la stagione per cambiare le regole, cosa che a me non piace, vuol dire che alcune parti sono state sottovalutate. Così come sono intervenuti per motivi di sicurezza sulla partenza, cosa che in qualche modo ha danneggiato Ferrari, che in quella situazione aveva lavorato proprio per evitare problemi di sicurezza alla partenza. Sono state modifiche necessarie e forse potevano essere stabilite anche prima. In Formula 1 però c'è un problema molto grosso: a fare le regole sono i concorrenti. Credo sia l'unico caso, l'unico sport, dove sono i partecipanti a decidere le regole. In questo modo la Federazione non può che avallarle, pur magari proponendole".
Le squadre hanno troppe responsabilità?
"Si discute, si fa la maggioranza, oppure serve l'unanimità per certe scelte. Alla fine sono le squadre a decidere. Quindi le squadre sono le prime colpevoli di questo cambiamento. Mi dicevano che in quel periodo, siccome le regole vengono fatte cinque anni prima e si inizia a ragionare su quello che verrà, era anche un regolamento fatto per ingolosire nuovi costruttori: allora si parlava anche di Porsche, non solo di Audi, così come poi è stato nel caso dell'arrivo di Audi e Cadillac. Hanno lavorato per studiare una regola legata al 50/50 tra benzina ed elettrico. Sono intervenuti e per fortuna hanno trovato un po' la quadra. Non è mai facile, perché anche in questo caso serve la maggioranza delle squadre, a meno che non sia una questione di sicurezza come per la partenza".
Serve un mea culpa?
"Io credo che un mea culpa generale debba essere fatto, ma bisogna anche applaudire la reattività. Non avremmo dovuto avere una fase in cui si doveva reagire e sistemare qualcosa, però ci siamo arrivati. Prendendo sempre la parte mezza piena del bicchiere, applaudo al fatto che comunque abbiano trovato soluzioni migliori e abbiano lavorato subito per migliorare il 2027 e il 2028. Poi dipende anche cosa vogliamo dire con migliorare, perché secondo me stiamo vivendo gare bellissime".

Andrebbe cambiato il modo in cui si fanno le regole?
"È difficile, perché ormai si parla di mondi estremamente complessi. Quando parliamo di più di mille ingegneri per fare una macchina, che poi viene replicata per l'altro pilota, quasi vengono i brividi. Non si riesce a spiegare ai tifosi l'attività che c'è dietro due macchine che girano in pista per ogni squadra. Non si riesce a spiegare come viene sviluppata ed erogata l'energia, a meno che tu non sia un ingegnere. E sinceramente al pubblico questa parte non interessa: clipping, harvesting, queste cose non interessano a nessuno. Poi, se la Formula 1 deve essere considerata il top dei motori e quindi quello che viene sviluppato in F1 tra qualche anno, quando sarà meno costoso, potrà essere utilizzato sulle macchine di tutti i giorni, allora va bene. Però in quel senso avrebbe dovuto essere il WEC il campionato di sviluppo e ricerca, mentre la Formula 1 avrebbe dovuto essere solo la massima espressione della prestazione".
Che equilibrio sarebbe stato più giusto?
"Non possiamo essere dinosauri: una parte elettrica ormai fa parte della nostra quotidianità. Avrebbero dovuto gestirla con un 70-30, che è quello che io ho detto per due anni, e saremmo stati tutti sereni".
Ma i costruttori non hanno voluto…
"Secondo me dovrebbe esserci un organo che dice: ‘Questo è il regolamento, auguri, ci vediamo l'anno prossimo in pista'. È fattibile oggi in Formula 1? No, per come si è sviluppata negli anni, assolutamente no".
È giusto che le squadre abbiano voce in capitolo?
"Sinceramente non lo so. Lo vedo anche in altri sport: gli sciatori ogni tanto dicono che vorrebbero avere più voce in capitolo sulle regole, i tennisti sui montepremi. Io sono dell'idea che, se ci sono organi preposti, devono fare il loro lavoro e ognuno deve fare il proprio. Un po' di intelligenza nel gestire il tutto potrebbe portare a dire: ‘Queste sono le regole, tu agisci di conseguenza'. In Formula 1 invece è sempre un tira e molla. Quando fanno queste riunioni, uno molla da una parte perché sa che tira dall'altra, dove gli conviene. Alla fine sono più riunioni di convenienza che di effettiva valutazione di quello che sarà".
Per gli ingegneri però è una sfida enorme.
"Se io fossi un ingegnere e mi dicessero che c'è da sviluppare un motore 50/50, l'aerodinamica attiva e tutto il resto, mi sentirei campione del mondo perché le mie giornate si riempirebbero di sfide. Quindi è ovvio che se sono loro a decidere… Però bisogna pensare che adesso dobbiamo esaltare i piloti, farli correre, vederli e accendere le sfide tra di loro. Fortunatamente quest'anno ci sono state. Questa è un po' l'ambiguità nella scelta dei regolamenti".

La vittoria di Hamilton a Barcellona certifica che ha davvero preso in mano la Ferrari?
"È stata una vittoria un po' figlia del momento. Dopo le prove libere del venerdì si vedeva che la Ferrari era molto competitiva sulla simulazione passo gara. Lo era con Leclerc, per esempio, e non con Hamilton. Si vedeva anche una Ferrari più in difficoltà nella simulazione della qualifica, quindi metterla in prima fila non era da pronostico. Poi quando si è accesa la qualifica, Hamilton ha fatto il miglior tempo nel Q1 e tutti ci siamo guardati dicendo: ‘Che succede?'. Da lì si è sviluppato un momento in cui si è capito che, se fossero riusciti a mettersi in prima fila, avrebbero potuto vincere".
La Virtual Safety Car ha cambiato tutto?
"Tutta la gara si è sviluppata comunque con una Ferrari a livello della Mercedes, parlando dei tempi che Hamilton faceva alle spalle di Russell. Poi c'è stata l'occasione della Virtual Safety Car, che è stata un jolly. Non abbiamo la controprova: avrebbe potuto vincere lo stesso? Io credo di sì, ma non abbiamo la controprova. Ha sfruttato il jolly e il momento ha portato la Ferrari a conquistare la vittoria".
E Hamilton ora pesa di più dentro la squadra?
"Hamilton è maestro nel prendere possesso della squadra. È stato così negli anni e in questo buon momento che sta attraversando ha potuto dire: ‘Finalmente la squadra mi segue, la macchina è più mia'. Però ci stiamo dimenticando che alla vigilia del Canada gli veniva chiesto se si sarebbe ritirato, perché non veniva considerato all'altezza. Lui ha preso la palla al balzo in questo buon momento. Ma Hamilton è stato preso per questo: oltre a essere un grande pilota, per portare metodo e mentalità. Con la vittoria queste cose vengono fuori. Prima, senza risultati eclatanti, erano un problema. Se vinci, diventano Hamilton che porta mentalità e metodologia".
Leclerc sta soffrendo Hamilton?
"Secondo me anche questo è figlio del momento. A Miami Charles stava facendo una cosa pazzesca, portando la Ferrari sul podio. Poi negli ultimi due giri Piastri si è avvicinato, all'ultimo giro lui lo ha fatto passare pensando di poterlo risuperare, l'ha picchiata nel muro e quella gara, da eroica, è diventata compromessa. Poi c'è stato il Canada, dove non è stato al livello. Poi Monaco, dove la mette nel muro in qualifica mentre si gioca la pole e la mette nel muro in gara mentre è comunque sul podio. Va a Barcellona e la mette nel muro mentre si gioca la pole. In tutto questo credo ci sia un insieme di cose: un momento che da felice diventa di colpo terribile, partendo da Miami. E un momento che si ribalta per il compagno di squadra, che da difficile diventa tutto rose e fiori".
Quanto pesa avere Hamilton dall'altra parte del box?
"Sicuramente le situazioni interne pesano, ma non dimentichiamo che nel frattempo Leclerc ha firmato un contratto per allungare il proprio matrimonio con la Ferrari. E quello dovrebbe dargli un'immensa gioia, come sicuramente gliela dà. La presenza di Hamilton è un peso, ma non vorrei che fosse frainteso: non è un peso per Leclerc, è un peso per chiunque. Confrontarsi con un compagno di squadra come Hamilton è pesante, ma dall'altra parte è anche un compagno che ha vinto sette titoli mondiali e quindi è un beneficio".

Che cosa deve fare ora Leclerc?
"Non sono io a dover dare consigli a Leclerc, che è bravissimo, è un fenomeno, è uno dei più grandi talenti che abbiamo in Formula 1. Bisogna vedere se adesso avrà la capacità di mettersi nell'ordinario, di non cercare come a Monaco o a Barcellona lo straordinario che lo ha portato nel muro. Per lui sarebbe necessario mettere un po' da parte il cuore e fare qualcosa di ordinario: portare la macchina dove la macchina può stare, portare a casa punti e ritrovare solidità. Lo farà? Non lo so".
Ti ricorda qualcuno?
"Charles mi ricorda un po' Gilles Villeneuve nel 1979 con Jody Scheckter. Doveva essere l'anno mondiale di Villeneuve e invece, per troppo cuore, troppa irruenza o altri motivi, si trovò a dover fare lo scudiero a Scheckter, proteggendogli le spalle a Monza nell'ultima gara che valeva il Mondiale. Lì Villeneuve capì cosa fare per essere lui il vincitore del Mondiale, ma dovette subire la sconfitta dal compagno di squadra. Poi nel 1980 e negli anni successivi non ebbe più una macchina a quel livello per potersi giocare il titolo".
Antonelli è più vicino a Verstappen o Hamilton?
"Più che a Verstappen lo vedo più vicino quasi al primo Hamilton. Partiamo dalla macchina che hanno avuto a disposizione all'inizio. Verstappen è partito con una Toro Rosso, ha fatto tanti incidenti, così come nei primi anni in Red Bull dopo la prima vittoria. Si scontrava un po' con tutti, soprattutto con i piloti Ferrari. Antonelli è partito da una scuderia di altissimo livello, come Lewis con la McLaren. Il primo anno con una Mercedes non ancora super in palla, anche lui ha commesso errori: l'incidente con Verstappen in Austria, quello con Leclerc in Olanda. Anche la squadra ha commesso errori con lui, facendolo correre come se fosse ancora Hamilton e non un ragazzino di 18 anni".
Quando si è visto il salto?
"Dalla seconda parte di stagione in poi, secondo me, ha iniziato a far vedere che poteva stare davanti a Russell. E lo è stato anche in alcune occasioni. Quest'anno mi stupiva che a inizio stagione tutti parlassero solo di Russell, il grande favorito. Io dicevo: ‘Scusate, ma chiediamo a Russell se considera Antonelli un rivale oppure no?'. Perché nessuno glielo chiedeva. Poi abbiamo iniziato noi per primi a chiedergli: ‘Scusa, ma tu hai un compagno di squadra?'. E lui diceva: ‘Sì, crescerà, qua, là'. Invece Antonelli mi ha stupito perché ha messo insieme tutto. Ha trovato la velocità che ha sempre dimostrato in tutti i campionati, anche in Formula 2, quando comunque ha attraversato un anno difficile con Prema".

Cosa ti colpisce di più di lui?
"La cosa che mi stupisce di più è la mentalità. Avendolo vissuto da vicino, mi ricorda tantissimo Alberto Tomba. Tomba, con tutta la pressione che aveva addosso, costretto a vincere da quando aveva iniziato a vincere, andava al cancelletto di partenza sorridente, senza alcuna pressione. Erano gli altri ad averne una enorme, perché questo ragazzino di Bologna vinceva. Secondo me è quello che è successo ad Antonelli dopo la prima gara vinta. Che facesse una serie di vittorie di fila così e che fosse così dominante su Russell non me lo aspettavo. Strada facendo ci rendiamo conto di essere di fronte a uno con capacità sopra la media, come Hamilton, Verstappen e gli altri".
Quanto conta la macchina?
"In Formula 1 per vincere serve la macchina. Tornando anche a Leclerc per esempio: con una macchina come la Red Bull, la McLaren o la Mercedes che abbiamo visto negli anni, Leclerc per qualità avrebbe già potuto vincere due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto titoli. Però serve la macchina".
Verstappen è ancora innamorato della F1 o si sente stretto?
"Secondo me le sue sono più le parole di uno che non vince. L'ho detto anche in telecronaca: a volte mi sembra quello che porta il pallone, ma siccome non lo fanno giocare nel ruolo in cui vuole giocare, oppure perde, prende il pallone e se ne va a casa. Non ultimo lo sfogo sul fatto che, se non avessero cambiato il regolamento sui motori per il 2027, lui si sarebbe ritirato. Max non è uno che minaccia a vanvera. Nella sua testa c'è davvero che, se non si diverte, prende e va a fare altro".
Ma non si diverte perché non vince?
"È questa la domanda. Non si diverte perché non vince come prima? Ricordo un'intervista che gli feci quando vinceva le gare con trenta secondi sul secondo. Gli chiedemmo: ‘Ma ti diverti a vincere così?'. E lui disse: ‘Sì, anzi, vorrei tutte le gare così'. Quindi qual è il suo divertimento? La guida o la vittoria? Credo che in questo momento sia un mix: non vince e non si diverte come prima. L'esempio del ragazzino col pallone ci sta, senza nulla togliere al fatto che ha le qualità di un mega campione. Io ho sempre detto che per continuità è il più forte che ho visto correre da quando vado in pista per fare questo lavoro, dal 1998".
Su chi metteresti un euro per il Mondiale?
"In questo momento lo metto su Kimi. Finora è stato frenato solo dall'affidabilità, che sicuramente è un tema, ma sull'affidabilità puoi lavorare, puoi sistemarla. E secondo me ha una grandissima solidità. Credo che le prossime tre o quattro gare saranno cruciali. È anche banale dirlo, perché poi si arriverà praticamente a metà campionato e i conti che si faranno dopo queste gare saranno più pesanti di quelli che si stanno facendo adesso. Però io vedo lui grande favorito".
Può cambiare tutto con sviluppi e motori?
"Vediamo, perché non è una stagione come le altre. È una stagione in cui vediamo fare balzi avanti da chi porta sviluppi. E adesso avremo la situazione motore che può davvero cambiare radicalmente lo scenario. È uno sport in cui la macchina fa tanto, se non tutto. Non tutto, perché io do ancora tanto valore alla qualità del pilota, e Antonelli ne è la dimostrazione. Però, se dovessero esserci cambiamenti radicali nello scenario dei rapporti di forza, oggi non prevedibili, allora si potrebbe aprire qualche discorso. Altrimenti il Mondiale è nelle mani di Antonelli".

Come vivi le critiche sui social?
"Quando mi dicono ‘sei il telecronista F1 numero uno in Italia', io rispondo: ‘Per forza, sono solo io adesso'. Non ho un confronto diretto. Al di là di questo, da un lato ovviamente i complimenti fanno piacere. Dall'altro io sono uno che guarda molto alle critiche. Quando vedo critiche costruttive le leggo. Anche quelle che non considero costruttive le leggo. Quando vedo l'offesa, sinceramente, non mi fa né caldo né freddo e vado avanti. L'offesa è figlia di tante situazioni. Magari uno si arrabbia perché non sopporta la voce. Io sono il primo a sapere che non posso piacere a tutti. Anche io, quando sono a casa e guardo uno sport, magari sento una voce che non mi piace e mi infastidisce. Ma non al punto da andare sui social a offendere".
Sei molto autocritico?
"Le critiche le leggo. Io sono il primo ipercritico nei miei confronti, e questo è un punto di forza ma anche un limite. Dopo ogni gara trovo gli errori fatti, perché gli errori si fanno sempre, nessuno è perfetto. È un limite perché a volte sono errori veniali e magari non mi godo la bellezza di quella giornata o di quello che è successo in pista".
Che idea ti sei fatto dell'odio online?
"Penso che i social siano una cosa straordinaria, un'opportunità fantastica per vivere un mondo democratico in cui tutti possono esprimere il proprio giudizio. Prima per uno spettatore non era possibile, adesso lo può fare. Bisogna sempre prendere spunto da tutto. Mi dispiace solo che ci sia gente che offende. Ogni tanto vado anche a vedere i profili di chi offende. A volte veramente non capisco. A qualcuno scrivo: ‘Mi spieghi perché? Voglio capire da dove nasce un'offesa, magari pesante'. Devo dire che, quando scrivo per chiedere perché, spesso mi rispondono: ‘No, scusa, ero in un momento di difficoltà mio'. Non voglio parlare di leoni da tastiera, perché non è il mio spirito. Penso che tutti abbiano diritto di esprimere la propria opinione. L'unica cosa che chiedo è il rispetto delle persone. Ogni persona ha la propria storia, ha una famiglia, ha situazioni alle spalle. Se tutto questo viene messo in discussione con degli insulti, secondo me non è piacevole".
In quasi trent'anni di F1, qual è il momento più incredibile visto nel paddock?
"Una cosa divertente è quando mi sono trovato a fare il pit stop fisiologico prima dell'inizio del Gran Premio del Giappone 2000 a Suzuka, che poi assegnava il titolo a Schumacher. Mi sono trovato lì, in piedi, poco prima dell'inizio della gara. A un certo punto arrivano da una parte Schumacher e dall'altra Hakkinen. Mi sentivo un po' Zonta a Spa, in mezzo a due campionissimi. Con le battute di Schumacher in quel momento perché era evidentemente pronto a vivere una giornata storica per lui, per la Ferrari e per tutti i tifosi Ferrari".
Il paddock resta un mondo particolare?
"Cose ‘mai viste' del paddock raccontabili ce ne sono poche. Io ho sempre vissuto il paddock come un paese. E come in tutti i paesi vedi un po' di tutto. Anche la gente che ci vive, che lo popola, è un po' così".
E a Barcellona sei tornato a viverlo. Come stai oggi?
"È stato un periodo particolare. Oggi è un anno da quando mi è stato diagnosticato, da quando è stato scoperto. È stata una cosa difficile anche da descrivere, perché quando me lo hanno diagnosticato mi hanno detto: ‘Adesso corri'. E la mia prima risposta è stata: ‘Sì, corro, ok, ma dove?'. Ero proprio disorientato. Nel momento in cui mi è stata data una strada, ho iniziato a intraprenderla a testa bassa, pensando sempre di portarla a casa. Tutto questo grazie allo straordinario affetto della mia famiglia, prima di tutto, degli amici e di un'ondata di affetto che non immaginavo neanche. Anche dagli haters, di cui parlavamo prima. È stata una cosa incredibile, anche adesso, anche oggi".
Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?
"Credo che una cosa che si riconquista quando ti dicono che sei a posto, come è successo a me dopo l'operazione, sia il tempo. Sai che oggi sei a posto, domani potresti non esserlo. Quindi vivi tutti questi momenti con molto più amore, trasporto ed emozione. Al di là del paddock, per spiegare cosa vuol dire essere tornato dentro un weekend di Formula 1 posso dire che è stato come quando sono tornato a giocare a calcio con i miei amici, cosa che faccio ogni martedì dal 1996. Quando ho fatto gol mi sono emozionato come se avessi deciso una finale di Champions. Mi sono messo a piangere. Ci sono cose di cui riprendi possesso, che prima erano normalità e adesso vivi come qualcosa di riconquistato. Come se fosse la prima volta che vai in un paddock di Formula 1. Soprattutto ti godi molto di più il tempo. Per me era già importante prima, ma adesso lo è ancora di più".
Quanto è stata importante la squadra Sky F1?
"È stata fondamentale. Ho avuto colleghi comprensivi anche nel modo in cui volevo affrontare la situazione. Quando l'ho comunicato a loro, nessuno sapeva ancora niente. Qualcuno ha iniziato a sospettare verso novembre, perché ovviamente non avevo più capelli, non avevo più la barba, ero diventato più gonfio e tanti hanno iniziato a scrivere. Io l'ho comunicato alla squadra mentre stavamo andando in Olanda, quindi al rientro dalle ferie estive, ad agosto. Il primo Gran Premio che ho fatto sapendo cosa avevo, senza che nessuno lo sapesse, è stato quello d'Austria. In quel weekend c'era anche mio figlio, al quale non avevo ancora detto niente. È stato un weekend molto complesso".
Che cosa hai detto ai tuoi colleghi?
"Quando l'ho comunicato ai colleghi, ho detto loro: ‘Sentitevi liberi di fare quello che volete. Se volete dirlo, ditelo. Non deve essere un segreto. Io lo dico alle persone a cui tengo. Vi chiedo però di trattarmi come sempre. Non voglio essere guardato come un malato'. Volevo che mi guardassero per quello che ero nel mondo del lavoro. Ho anche chiesto loro di valutarmi, perché magari io non ero in grado di farlo, e di dirmi se secondo loro non ero più in grado, se la mia immagine o la mia telecronaca perdevano colpi. Devo dire che da questo punto di vista sono stati mega professionisti. Mi sono stati anche molto vicini, anche quando ero in ospedale, venendomi a trovare".
È questa la forza del gruppo Sky?
"Credo che questo sia il bello del nostro gruppo di Formula 1. È un gruppo creato sulle persone, sulla scelta delle persone in base a quello che potevano e possono dare al prodotto, e anche sulla costruzione delle persone. Le scelte sono state fatte quando magari c'erano figure non note al grande pubblico, e molti dicevano: ‘Ma chi è questo, come si permette di parlare di Formula 1?'. Negli anni invece è emerso quello che io avevo visto in queste persone. Questa credo sia la forza del nostro gruppo".