Gli psicologi chiamano "resilienza" la capacità di reagire ai traumi, rafforzarsi nella sofferenza e nelle crisi di identità. Le persone resilienti riescono a fronteggiare positivamente le avversità, trovando nuovo slancio proprio nelle condizioni più complicate e imprevedibili. Una di queste potrebbe essere la seguente: 18esima tappa del Giro d'Italia, più di tremila chilometri già pedalati, la quarta posizione in classifica generale a quasi cinque minuti dalla maglia rosa. Le critiche dei giornalisti di tutto il mondo, che ti danno ormai per spacciato. Quelle di migliaia di parrucconi da social network mai saliti su una bici da corsa in vita loro. Le voci che dicono di te che non sei più l'atleta affamato di un tempo, che hai vinto tutto, troppo, e che ormai non hai più niente da chiedere a una carriera già perfetta con la vittoria di Giro d'Italia, Tour de France e Vuelta di Spagna.

Nella storia, solo altri cinque ci sono riusciti

Vincenzo Nibali era in questa situazione la mattina del 27 maggio, alla partenza della tappa che avrebbe scalato il Colle dell'Agnello e poi la montagna di Risoul, ma sapeva – in cuor suo – che nessuna di quelle voci era vera. Non sapeva se avrebbe vinto di nuovo la corsa rosa, ma che chi avrebbe avuto la meglio al traguardo finale di Torino se la sarebbe dovuta vedere con la rabbia di un animale ferito nell'orgoglio.

Il siciliano ha vinto la grande corsa a tappa più bella della sua carriera solo quando ha scoperto che le speranze di farcela erano prossime allo zero. "Sono umano, e non me ne vergogno", aveva detto dopo la cronoscalata dell'Alpe di Siusi, quando ormai la maglia rosa sembrava solo un miraggio lontanissimo. La sera, arrivato nel suo hotel, aveva letto le critiche dei giornalisti e le chiacchiere sul suo conto sui social network, ma quella stessa sera aveva incrociato gli sguardi di migliaia di tifosi in carne e ossa che si erano arrampicati da giorni sulle cattedrali di roccia chiamate Dolomiti e vi aveva visto un messaggio d’amore sconfinato: quello per un uomo che sa soffrire con dignità. E' stato dopo quella sera che Nibali ha costruito il suo capolavoro in due atti: l'attacco sul Colle dell'Agnello e quello dell'indomani sul Col della Lombarda.

Vincenzo Nibali ha vinto il suo secondo Giro d'Italia quando tutti lo davano ormai per spacciato. Chi lo conosce sa com'è fatto questo messinese trapiantato in Toscana. Chi l’ha visto crescere sa che quegli inviti a ritirarsi, che in molti sembravano sussurrargli, non avrebbero fatto altro che alimentare il suo desiderio di riscossa. Chi segue Nibali da 15 anni sa che ha costruito la carriera non dai calcoli matematici sui watt espressi in salita, ma su un innato senso dell'avventura.

Così, tra due muri di neve, a 2.700 metri di quota, Nibali si è esaltato. Ha attaccato e messo in difficoltà la maglia rosa Steven Kruijswijk, costringendola all'errore e a una rovinosa caduta. Poi ha staccato verso Risoul lo scalatore colombiano Chaves riportandosi a una manciata di secondi dal primato. Il secondo atto non poteva che vederlo di nuovo protagonista prima con gli scatti sul Col della Lombarda, poi con l'attacco finale verso Sant'Anna di Vinadio. E' storia di ieri.

Oggi Nibali è il trionfatore del 99esimo Giro d’Italia ma è soprattutto l’autore dei capitoli più avvincenti di un romanzo di strada durato 21 giorni. “I due giorni che sconvolsero il mondo” – per citare un romanzo di John Reed – che gli appassionati di ciclismo non dimenticheranno sono stati un condensato di colpi di scena in uno sport che, pur cavalcando nella modernità, ha saputo mantenere intatta la sua essenza: la storia di uomini da soli contro la natura, armati di buoni muscoli e un enorme coraggio.