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Giro d'Italia 2026

Martinelli: “Con Nibali nel 2016 il mio Giro più sofferto. Simoni e Cunego neanche si guardavano”

Beppe Martinelli ha anticipato e ripercorso il Giro d’Italia. Dallo storico, vincente, dualismo del 2004 tra Simoni e Cunego al successo del 2016, firmato Vincenzo Nibali, “il Giro in cui ho gioito di più”. Fino alla certezza che Pellizzari possa in questo Giro 2026 confermare che possiamo tornare finalmente protagonisti. Sognando, confessa Martinelli a Fanpage, di rivedere un giorno “una WorldTour tutta italiana, con Ganna capitano e Finn al suo seguito”
A cura di Alessio Pediglieri
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A dieci anni dall’ultima, storica impresa di Vincenzo Nibali al Giro d'Italia 2016, il ciclismo italiano si trova a un bivio tra la nostalgia dei grandi successi e la fame di un nuovo eroe. Nessuno meglio di Beppe Martinelli, lo stratega che ha guidato dalla ammiraglia i più grandi campioni degli ultimi trent'anni, può decifrare questo momento. In una riflessione che mescola pragmatismo e speranza, Martinelli in esclusiva a Fanpage.it difende con orgoglio l'identità della Corsa Rosa, scagliandosi contro chi vorrebbe ridurla a una tappa di passaggio verso il Tour. Il cuore del suo ragionamento batte soprattutto per Giulio Pellizzari, il talento in cui Martinelli vede finalmente il riflesso dello "Squalo": dopo un decennio di digiuno, la scommessa è totale perché Pellizzari può essere l’uomo della svolta, colui che, finalmente maturato e supportato da una squadra solida, avrà il compito di "ridare la speranza che noi italiani possiamo tornare protagonisti" in un grande giro.

Martinelli parla con la saggezza di chi ha gestito dualismi leggendari, come quello tra Simoni e Cunego nel 2004, ricordando che le rivalità interne, sebbene portino "mal di testa indimenticabili", spesso forgiano il vincitore più forte. Ma è ancora al 2016 che tornano i brividi, a quel successo di Nibali costruito nel silenzio delle stanze d’hotel e finalizzato sulle vette alpine: "Il Giro dove ho sofferto di più e ho gioito come poche volte nella mia carriera". Oggi, lo sguardo di Martinelli sa spostarsi anche oltre il traguardo, verso un sogno che è un appello all'intero movimento ciclistico nazionale: la creazione di una WorldTour tutta italiana. Un progetto ambizioso, fatto di staff nostrano e giovani promesse da tutelare, con un capitano d'eccezione a guidare la transizione. "Sogno un Filippo Ganna che negli ultimi due anni della sua carriera va in una WorldTour italiana e ha Finn e gli altri ragazzi che stanno emergendo". Non solo una squadra, ma una casa per il talento italiano. Per tornare a scrivere la storia nella lingua che il ciclismo lo ha inventato.

Beppe Martinelli in ammiraglia con Vincenzo Nibali in Rosa: lo Squalo" fu l’ultimo italiano a vincere il Giro, nel 2016
Beppe Martinelli in ammiraglia con Vincenzo Nibali in Rosa: lo Squalo" fu l’ultimo italiano a vincere il Giro, nel 2016

Come si preannuncia questa edizione 109 del Giro d'Italia?
La sensazione iniziale è che sia un appuntamento purtroppo diventato meno importante rispetto al passato. Ci sono state tante defezioni, sembra che sia una tappa un po' più di passaggio e un po' meno importante, con molti che pensano a preparare il Tour.

Non è anche una questione legata al calendario? Lo scorso anno ci fu una discussione in proposito…
Io personalmente il Giro lo vedo solo in questo passaggio stagionale: se lo sposti più avanti è più vicino al Tour e se lo sposti più indietro, sei in mezzo alle classiche. C'era una possibilità di finire a settembre ma poi c'è andata la Vuelta e a posteriori, forse, era meglio andare a settembre davvero. Anche se il Giro per tutti gli italiani, per tutti gli appassionati è solo e sempre a maggio.

Una corsa di passaggio, defezioni di diversi big, cambio date… un Giro dimesso… anche nel nome più che scontato alla vigilia, del vincitore?
Il fatto che il fatto che Jonas Vingegaard abbia scelto il Giro come punto di importanza della stagione, la dice lunga sul fatto che ci sia la reale possibilità che lui domini questa edizione. Con con le salite che ci sono, con una cronometro abbastanza importante dove ha un bel vantaggio sugli avversari, con una Visma costruita attorno a lui… è il suo appuntamento.

Anche perché gli manca il Giro: ha vinto 2 Tour, una Vuelta. Riuscirà nella Tripla Corona?
Qui al Giro non ha molti avversari e può tranquillamente arrivare alla Tripla Corona. Soprattutto può riuscirci anche prima di Pogacar e non è per nulla una cosa di poco conto. Poi, li vedremo al Tour, insieme e lì Bingegaard avrà però una bella gatta da pelare e sarà un'altra storia.

A proposito di possibili protagonisti, l'Italia spera in Pellizzari: sarà l'occasione giusta?
Mancano in tanti ed è vero: Giulio meriterebbe veramente di fare benissimo. Finalmente vedo che la squadra lo sta appoggiando come si deve. Pellizzari dopo la Tirreno ha fatto benissimo al des Alpes, e qui al Giro arriva con una Red Bull Bora molto forte. Oltre a lui e a Hindley c'è anche Vlasov, il nostro Moscon, che sicuramente il suo lo farà per bene. Sarà sul podio e chissà, se Vingegaard sbaglierà qualcosa…

Dunque, il primo antagonista a Vingegaard sarà principalmente lui?
Sì, sicuramente, anche perché come ho detto ha fatto fino ad ora un percorso proprio dove si vede che è migliorato e maturato. Potrà far vedere quanto sia veramente forte, perché il sesto posto l'anno scorso al Giro è stato una sorpresa positiva: ora ha la possibilità veramente di lottare per essere protagonista al 100%.

Jonas Vingegaard leader della Visma, al suo primo Giro d’Italia: se lo vincesse, conquisterebbe la Tripla Corona
Jonas Vingegaard leader della Visma, al suo primo Giro d’Italia: se lo vincesse, conquisterebbe la Tripla Corona

Alternative concrete? La INEOS di Bernal e di Ganna?
Allora, per gradi. La INEOS quest'anno è cambiata rispetto agli anni precedenti e ha vinto un po' con tutti. Bernal si è fatto vedere un pochino più rispetto agli anni scorsi e dopo la caduta e così sta riprendendo il suo ruolo di leader. Credo abbiano ottime possibilità per essere protagonisti. Anche Aresmann è andato fortissimo fino ad ora e poi hanno tanti giovani di buone speranze. Senza dimenticare il nostro Ganna… speriamo che riesca veramente a fare un Giro d'Italia all'altezza della sua fama perché negli ultimi anni ha avuto parecchia sfortuna nei grandi giri.

Poi c'è la Lidl Trek, col nostro Ciccone. Può dire la sua in classifica generale?
Beh non c'è solo lui che è oramai consolidato capitano. C'è anche Jonathan Milan per gli sprint, ci sono Sobrero e Consonni, insomma. Però è vero che è stata un pochino sotto le attese e ha acuto anche tanta sfortuna con la caduta e l'infortunio di Pedersen a inizio stagione. Un incidente che ha un po' complicato tutte le Classiche e, a parte qualche piazzamento, quando è tornato non è stato mai l'altezza del miglior Pedersen. Però mi auguro che Milan riesca a puntare veramente a vincere il primo sprint e a mettersi la prima maglia rosa di quest'anno.

Tornando a Pellizzari: sarà lui il vero capitano della Red Bull, è pronto a vivere un Giro da leader?
Sulla carta i direttori della Lidl-Trek hanno inserito Jay Hindley con il numero più basso ma sono certo che nelle gerarchie sarà Giulio a partire come capitano. Hindley ha vinto il Giro d'Italia, ma ce lo siamo quasi dimenticati col tempo. Con Pellizzari la Bora sa di avere in mano qualcosa di importante. Forse non gli vogliono dare proprio la responsabilità totale per l'inizio, lasciando Hindley come leader sulla carta ma credo che in questo momento  Giulio sia il vero capitano di una Red Bull forte come quella che si presenta al Giro.

Giulio Pellizzari partirà da capitano della Red Bull Bora, con Hindley, Vlasov e Moscon pronti a dargli il giusto supporto
Giulio Pellizzari partirà da capitano della Red Bull Bora, con Hindley, Vlasov e Moscon pronti a dargli il giusto supporto

A proposito di convivenze difficili viene in mente la Saeco del 2004 di cui lei era direttore sportivo e ci fu il famoso dualismo in squadra tra Simoni e Cunego. Come si gestiscono queste situazioni?
Non farmi ricordare… i mal di testa che ho avuto in quelle giornate lì non li ho più avuti in vita mia. Però ti dico anche che in quel Giro ha vinto il più forte del nostro team.

E la pensava così anche Simoni?
È stata dura. Di solito in un grande Giro è difficile dire che possa vincere tra un giovane e un veterano o tra il capitano e il suo comprimario. Perché? Perché chi va più forte sicuramente in tre settimane emerge davvero. E io avevo detto a Gibo [Gilberto Simoni, ndr] che il suo vero avversario ce l'aveva veramente in squadra, perché Cunego andava fortissimo.

Anche se Cunego era al suo debutto e Simoni al suo 9° Giro e aveva vinto il precedente?
Sì. Damiano non aveva mai fatto un grande giro, perciò era una totale sorpresa anche per noi. Ma giorno per giorno cresceva sempre più e non ha mai avuto una defaillance: perciò quando ha preso la Maglia Rosa, praticamente non gliel'ha portata via più nessuno. Anche Gilberto, e ti assicuro che ci ha provato in ogni modo a togliergliela… Gibo veniva dal successo dell'anno prima perciò era il capitano indiscusso. Questi erano i gradi di partenza, però quell'anno non andava come avrebbe voluto, gli mancava qualcosina per essere competitivo al 100%. Così avevamo anche voluto provare a ribaltare un po' la situazione senza doversi correre contro. Ma Damiano andava, andava veramente forte e a Simoni non è che andasse proprio a genio il fatto di non riuscire a vincere quel Giro d'Italia.

Ma cosa succedeva sul pullman o nel ritiro della squadra ad ogni fine tappa?
Come ti ho detto, mi hanno fatto venire un continuo mal di testa perché a volte saliva uno e subito scendeva l'altro. Tante mattine, si guardavano un po' in cagnesco e mi facevano soffrire un po'. Alla fine però non ce l'ho fatta più e ho pensato dentro di: "A me interessa solo una cosa, l'importante è che vinca uno della Saeco". A quel punto lì tagliai la testa al toro.

E cos'è successo?
Un giorno mi sono un po' arrabbiato, li ho presi entrambi e ho detto: "Ragazzi, io sono stanco di avere qua due che non si guardano nemmeno. Io voglio vincere questo Giro d'Italia, tocchi e chi tocchi. Ma una cosa è chiara:  io non voglio perderlo assolutamente". E poi in corsa si è dimostrato che avevo ragione perché alla fine, anche se non c'erano quelle affinità elettive fuori dalla gara, quella Saeco era una squadra veramente forte ed eravamo convinti che quel Giro lo dovessimo vincere a ogni costo.

Vincenzo Nibali con il Trofeo Senza Fine del 2016: l’ultima volta che un italiano vinse il Giro
Vincenzo Nibali con il Trofeo Senza Fine del 2016: l’ultima volta che un italiano vinse il Giro

A proposito di ricordi al Giro, ci fu anche quello di Vincenzo Nibali del 2016 vinto in modo rocambolesco. Anche in quel caso altri mal di testa?
Sì, diciamo che in quel Giro d'Italia ad un certo punto ci credevano veramente in pochi, compreso lo stesso Vincenzo, anche perché tutti lo davano per disperso. Però ti dico la verità: molte volte la sera andavo a dormire, mi rigiravo nel letto e mi guardavo l'ordine d'arrivo, la classifica generale e mi ripetevo: "Ma porco cane…". Allora poi andavo nella camera di Vincenzo e gli dicevo: "Guarda. Non c'è nessuno che non possiamo battere negli ultimi due o tre giorni quando veramente sarà la salita seria. Abbiamo una squadra forte". E di fatto lo eravamo perché in quella Astana c'era perché c'era Kangert, c'era Fugslang, c'era Scarponi. Uno squadrone e sapevo perfettamente che se Vincenzo trovava la giornata giusta poteva ribaltare tutto.

Alla fine Nibali compì la straordinaria rimonta, come andò?
Sapevamo che bisognava aspettare le salite vere e quando sul Risoul è riuscito veramente a staccare tutti abbiamo capito, anche perché sulla discesa del Colle dell'Agnello Kruijswijk, che era in rosa, cadde. E alla fine tutto è diventato un po' più facile. Ma è stato sicuramente il Giro d'Italia dove ho sofferto di più in assoluto e ho gioito a Torino come poche volte nella mia carriera.

Da quel giorno sono passati 10 anni e l'Italia non ha più vinto il Giro: cosa manca ancora?
Manca ciò che aspettiamo tutti, il dopo Nibali.

Pellizzari può essere il nuovo Nibali e vincere il Giro?
Credo che quest'anno potremmo avere questa possibilità, o fortuna, perché conosco Giulio abbastanza bene. E ci credo veramente: è chi potrebbe dare la spinta decisiva a tutto il movimento italiano. Soprattutto ci potrebbe ridare la speranza che possiamo tornare protagonisti in una grande corsa a tappe. Poi, arriveranno altri ragazzi, come Lorenzo Finn, un po' di pazienza.

A proposito di Finn, il suo percorso è quello giusto per non bruciarsi?
L'ho sempre detto e per questo sono stato un po' anche criticato: il percorso giusto è quello e sono ancora convinto. La Red Bull ha fatto bene a tenerlo ancora un anno nei dilettanti anche se qualche corsa nei prof la fa e la fa anche bene. Anche anche al des Alpes, se non si rompeva il il polso avrebbe fatto bene. Poi, per carità, quando vedi un Seixas ai Paesi Baschi dove stacca tutti e e fa quello che fa e che a 19 anni andrà al Tour ti fa pensare tutto e il suo contrario… Però sia chiaro: sarò anche vecchio, ma ho lavorato anche nel ciclismo moderno e io un Seixas al Tour de France nella mia squadra, non l'avrei mai portato.

E perché invece accadrà?
Credo che si sia fatto ingolosire da tutto quello che li gira attorno in questo momento. Tutti che lo vogliono e tutti che lo assecondano perché piacerebbe a chiunque di loro che lui facesse quello che gli piace pur di riuscire a ingaggiarlo. Capito? Si dovrebbe lasciargli un po' più di serenità e pensare che lui possa essere veramente il dopo Pogacar. Perché buttarlo subito in pasto agli squali? Io lo lascerei più sereno.

Paul Seixas il fenomeno 19enne francese che si appresta a corre il suo primo Tour de France
Paul Seixas il fenomeno 19enne francese che si appresta a corre il suo primo Tour de France

Per come corre, per le caratteristiche che ha, per ciò che sta facendo: Seixas le ricorda qualcuno in particolare?
No, ti dico la verità. Un ragazzo così competitivo come lo è lui a quell'età, nel mondo dei professionisti faccio veramente fatica a trovarlo, tornando indietro anche di molto. Veramente in questo momento è un piccolo fenomeno ed è soprattutto per questo che sono convinto che debba maturare ancora un pochino. A 19 anni andare al Tour contro questi avversari è troppo rischioso: potrebbe saltare di testa, o rendersi conto che non sia ciò che tutti pensano o anche fare qualcosa di eccezionale e di pensare di essere già arrivato. Purtroppo questo momento in Francia lo stanno sognando da anni.

Come noi in Italia sogniamo un nuovo campione?
Sì, però se fosse italiano, forse, non lo so se avrebbe dietro tutta questa spinta mediatica. In Francia, veramente, io ho visto pagine di giornali incredibili dove lo esaltano e fanno sognare un intero Paese a occhi aperti. Tornando a Finn, ad esempio, i presupposti ci sono. Quando ha corso con gli Under 23, una categoria in cui non è facile vincere e dove ci sono tutti i migliori, lui riesce a essere protagonista e vincere, non dico facilmente, però ha qualcosa in più.

Una futura grande rivalità che che mancherebbe al ciclismo moderno, no?
Sarebbe bello veramente. Soprattutto perché tornerebbe il dualismo tra noi  e i francesi. Noi che tifiamo l'italiano di turno e loro che rispondono con il loro campione.

E per far sì che sia così e duri nel tempo, non serve una World Tour tutta italiana?
Oggi come oggi non ce la faremo mai a fare una WorldTour, ma sono convinto che se ci fosse una squadra WorldTour, potremmo far crescere veramente i nostri ragazzi con un pochino più di futuro. Perché io in questo momento lavoro anche nel mondo degli Juniorer e ci sono tanti corridori buoni che potrebbero aspirare a passare anche professionisti a 18-19 anni come è successo ad altri. Ma il problema è proprio lì.

Perché vengono presi da Team stranieri e si perdono?
Vanno alla Bora, alla Visma, alla Trek e si ritrovano in realtà estere dove è difficile crescere veramente come cresci in Italia, con vicino la famiglia, con il tuo direttore sportivo che parla la tua lingua, ok? Abbiamo bisogno di qualcosa che possa tenere unita la nostra benedetta Italia, una WorldTour sarebbe perfetta.

Anche perché di italiani in giro per le varie squadre già adesso ce ne sono, una base di lancio ci sarebbe, giusto?
Dopo il Belgio noi siamo la nazione che tutt'oggi ha più corridori nel World Tour. Il ciclismo italiano è ancora a un buon livello ma i Basso, i Nibali, i tanti nostri corridori che sono cresciuti in squadre italiane poi hanno fatto anche la storia del ciclismo. E poi sarebbe bellissimo avere avere effettivamente una World Tour italiana…

Il suo sogno nel cassetto?
Io sogno un Filippo Ganna che negli ultimi due anni della sua carriera va in una WorldTour tutta italiana e ha Finn e gli altri ragazzi che stanno emergendo. Tutto di marca italiana. Anche nello staff perché non dimentichiamolo: oggi in tutte le squadre nello staff di primo ordine c'è sempre almeno un italiano. E non è un caso.

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