Simone Tiribocchi: “Dopo 2-3 partite senza gol arriva l’ansia. Negli spogliatoi ho pianto a dirotto”

di Ilaria Mondillo e Alessio Morra
Simone Tiribocchi è stato un vero bomber. Ha segnato oltre 150 gol tra Serie A, Serie B e Serie C, ora fa l'allenatore ed è un apprezzato talent della TV, un percorso particolare, visto che da ragazzo era timidissimo mentre oggi è un narratore del calcio in televisione, con i suoi commenti pacati ma ficcanti. A Fanpage.it in questa intervista non ha solo parlato dei gol che ha realizzato o dei sogni che ha coltivato fin da ragazzino, ma anche della sua vita fuori dal campo, degli scherzi, di Conte e Spalletti, due maestri di calcio che ha avuto come allenatori, e del più grande insegnamento avuto nella sua carriera, che gli ha cambiato il modo di vivere e interpretare il calcio.
Qual è il tuo primo ricordo del calcio?
I ricordi legati al calcio sono tanti. Sono belli, ma anche un po’ confusi. Sicuramente ero un bambino molto timido. Non ero particolarmente sveglio o “furbo”, come si diceva all’epoca. Facevo fatica anche solo a giocare con i più grandi. Una volta, addirittura, ho vomitato per l’ansia di dover giocare con loro. I provini mi preoccupavano, qualunque cosa somigliasse a una prova o a un esame mi creava agitazione. Mi ricordo però che ero molto, molto veloce. All’epoca non esistevano i campi a cinque, a sette o a nove: si giocava direttamente a undici, su campi grandi. Con la mia velocità riuscivo a fare davvero la differenza e a segnare tanti gol. Poi, crescendo, anche se la timidezza non è mai sparita del tutto, ho iniziato ad acquisire un po’ di sicurezza in me stesso.
A chi ti sei ispirato quando eri ragazzino?
Ce n’erano tanti, ma era un calcio diverso. Non c’erano i social e la televisione mostrava solo i gol. Si apprezzavano i giocatori per quello che vedevamo. C’era la possibilità di vedere “Il secondo tempo” di una partita su Rai 2, la domenica pomeriggio. Quando ero piccolo, avevamo Maradona, ma anche un grande attaccante come Van Basten. Io apprezzavo molto Casiraghi, Batistuta e, naturalmente, Gianluca Vialli. Giocatori che, oltre a essere fenomenali sotto porta, avevano grande carattere.
Com'era vivere una partita a casa tua?
L’unico vero appassionato era mio padre, fissato di calcio come me. Mia mamma ogni tanto guardava, ma senza grande interesse. Mia sorella… impossibile! Io e mio padre eravamo tifosi della Roma, è stato lui a trasmettermi questa passione. Con il lavoro che ho fatto, però, quella fede si è trasformata in una simpatia. Perché è difficile mantenere una fede così forte, quando il calcio lo vivi da dentro. Con mio padre comunque ho visto una quantità enorme di partite. All’epoca c’erano anche programmi sulle reti private che parlavano di calcio, e prima di Internet tanti risultati li vedevamo sul Televideo. Oggi basta prendere il telefono e trovi tutto subito.
Cuore romanista da piccolo, ma da ragazzino hai iniziato la carriera con la Lazio.
Sì, è curioso. Diciamo che ho fatto un dispetto a papà. Anche perché poi doveva accompagnarmi tutti i giorni alla Borghesiana, a San Basilio, che era praticamente il regno della Lazio. Tra l’altro, io all’epoca effettuai con la Roma alcuni provini, ma non proseguii perché ero molto timido. Alla Lazio c’erano ragazzi di Fiumicino che conoscevo, alla Roma no, e non me la sono sentita. Sicuramente mio padre sarebbe stato molto più felice di vedermi con la maglia della Roma, e me lo ha ripetuto per tutta la carriera. Mi diceva sempre: “Prima di morire, vorrei vederti con la maglia della Roma”. Non è successo. Purtroppo è venuto a mancare lo scorso anno e non sono riuscito ad accontentarlo. Però tante soddisfazioni insieme ce le siamo tolte.
Il tuo è stato un percorso particolare. Da giovanissimo rinunciasti al Milan, poi sfiorasti la firma con il Napoli prima di diventare un giovane calciatore del Torino.
Da piccolo effettuai un provino al Milan: mi presero, avevo dodici anni, ma la mia famiglia non accettò e nemmeno io, del resto, avevo il desiderio di andare via di casa. È stata comunque una cosa importante. Poi, quando la Lazio mi mandò via dalla Primavera e, dopo un'annata turbolenta a Pistoia rimasi a Napoli per un mese, con la promessa che avrei firmato il giorno seguente, nonostante mi dicessero che presto avrei firmato, non se ne fece mai nulla. Era un’età delicata, a 16-17 anni inizi a capire cosa vuoi fare della tua vita e se puoi davvero fare il grande salto. Questa instabilità mi faceva venire diversi dubbi.

Poi arrivò il Torino. Feci un altro provino, anche quello andato male, giocai infatti una partita non all’altezza rispetto a quella che avrei voluto fare. Ma la competenza di un dirigente come Gigi Gabetto fu decisiva, vide qualcosa in me oltre alla prestazione e mi fece restare. Se anche quel provino fosse andato male o se non ci fosse stata una persona capace di guardare al di là, avrei potuto avere una vita completamente diversa.
Hai mai pensato di dire basta?
Mai! Da quando ho memoria, diciamo dagli otto-dieci anni, il calcio è stata la mia unica fonte di vita. Oggi c’è anche la famiglia e ho un figlio, ma lavoro ancora nel calcio e senza il calcio non ho mai pensato di potere stare. Soprattutto senza quello giocato: ancora oggi infatti gioco appena posso. Nei momenti più bui della mia vita ho messo me stesso in discussione tante volte, ma mai la mia passione per il calcio.
Hai avuto una lunga e proficua carriera: chi ti ha lasciato un insegnamento che ti sei portato sempre dietro?”
Sì, c’è stato un momento che mi ha cambiato il modo di interpretare il calcio. Quando dal Torino passai al Chievo. Il capitano del club era Lorenzo D’Anna. Con lui c'erano anche Lanna e Moro. Loro rappresentavano il “vecchio” Chievo, quello che aveva fatto la Coppa Campioni. Lì con loro ho capito l’importanza dell’allenamento. Per me, fino a quel momento, l’allenamento serviva solo a stare in forma per la partita. Per loro, invece, l’allenamento era la partita. Dovevi viverlo con la stessa intensità, mentale e fisica. Dovevi prepararti prima e curarti dopo. D’Anna mi diceva sempre: “Se non ti alleni bene, non giocherai mai bene”. Alla fine ho capito che quello che dai in settimana lo ritrovi la domenica.

A proposito di allenamenti, tu hai un paio di aneddoti da raccontare, è vero?
In quindici anni ne sono successe tantissime. Ricordo che a 19 anni, a Benevento, un giorno c’era un doppio allenamento e tornai a casa tra una seduta e l’altra. Mi addormentai e venne a svegliarmi il direttore sportivo bussando alla porta. Arrivai al campo in ritardo, con gli occhi gonfi: multa e pizza per tutti. Fu molto imbarazzante. Anche se non quanto lo scherzo della mela di Reja, organizzato da Ferrante (il Tir calciò al volo una mela rispondendo a un invito di Ferrante che però lascio passare la mela stessa che fece cadere una serie di bicchieri e una bottiglia finendo sotto il tavolo di Reja, che era l'allenatore e l'ha presa male, ndr.). Uno dei tanti scherzi finito male, anche se poi mi vendicai e lui si arrabbiò parecchio.
Quando un attaccante non riesce a segnare per più di una partita cosa prova?
Due o tre partite senza gol ci possono stare, ma poi arriva l’ansia. La gente te lo fa pesare, i giornali, i media, e oggi ancora di più i social. I numeri certificano tutto: tiri, tocchi, errori. Non mi toglieva il sonno da giocatore, ma la responsabilità la sentivi eccome. Più non segni, più aumenta la pressione e meno rendi.
C'è una partita che cancelleresti dalla tua carriera?
Sì. Ero all’Atalanta, in Serie B. Dovevamo vincere il campionato, ma partimmo male. Sbagliai un rigore con il Modena, poi venni espulso contro il Livorno. In quel periodo lo stress fu enorme: mi venne persino l’alopecia alla barba. Era un periodo difficile anche a livello personale che non ricordo molto volentieri.
Il compagno d’attacco con cui hai avuto il feeling maggiore?
Pellissier, senza dubbio. Avevamo la stessa idea di calcio e di movimento. Ci capivamo al volo. Mi sono trovato bene anche con Abruscato, Amauri, Doni e Denis. In generale, quando c’è rispetto e non c'è invidia, tutto funziona bene.
Dovessi scegliere un solo ricordo della tua splendida carriera in Serie A?
Il gol in Chievo-Milan 2-1 nel 2005. Era un Milan fortissimo, io tornavo dopo uno stop di otto mesi per un infortunio. C'erano Nesta e Stam, giusto per citare due dei grandi difensori di quella squadra. È stata l’unica vittoria del Chievo contro il Milan a Verona. Una serata indimenticabile.
Sei stato allenato sia da Conte che da Spalletti. Ce li racconti? Quali sono le loro principali caratteristiche?
Conte ha un’ossessione per la vittoria. Ti trascina, ti fa credere in cose che nemmeno tu pensavi possibili. Lavora tantissimo sulla testa. Spalletti, invece, mi ha insegnato il calcio sul campo. Mi ha fatto capire il perché delle cose, cambiando totalmente il mio modo di giocare.

Quando hai lavorato con Conte, hai avuto modo di provare anche i durissimi allenamenti di Ventrone: erano davvero così faticosi?
Sì. Niente palestra: esercizi da Marines, musica compresa. Usava strumenti avanzati per l’epoca, come il GPS collegato al computer. Con lui dovevi lavorare con il cuore oltre al 95% per 50 minuti. Se non lo facevi, non era soddisfatto. Questo portava anche al vomito, dovuto all’acido lattico. È successo anche a me, ma fa parte del lavoro.
A proposito di grandi personaggi del calcio, ci racconti del tuo incontro con Roberto Baggio?
L’ho incontrato a Jesolo. Ero molto emozionato. Infatti, non sono riuscito ad avvicinarmi io a lui, ma è stato lui a venire a salutare me. È stato gentilissimo. I grandi campioni sono grandi anche per questo: sanno chi sono e da dove vengono. Non vivono su un altro pianeta.
Qual è il principale rimpianto della tua vita calcistica?
Il mio vero rimpianto è aver chiesto di andare via dall’Atalanta. Ho anche forzato la mano per andarmene, nonostante avessi ancora un anno di contratto. In quel periodo il dirigente era Pierpaolo Marino, parlavo spesso con lui. Io non volevo andare in scadenza. Il presidente Percassi stravedeva per me, così come suo figlio Luca, però la situazione contrattuale non mi rassicurava. Entrambi mi dicevano: “Sta' tranquillo, non ti preoccupare”. Io però non volevo arrivare alla scadenza, mi sentivo insicuro, perché stavo giocando poco e non mi sentivo parte integrante del progetto. Se vai in scadenza e giochi poco, non ti puoi mettere in mostra e sembra quasi che tu non voglia far parte della squadra.

E tutto girò per il verso sbagliato. Perché potevi giocare la Champions e finisti invece in Serie B.
All'Atalanta non volevano mandarmi via, ma un certo punto arrivò l’Udinese: io feci di tutto per andarci, ma Marino, per questioni legate al mercato, mi disse di no. Perché, se fossi andato via, non sarebbe riuscito a trovare un sostituto in poco tempo. L’Udinese doveva fare i preliminari di Champions League e aveva bisogno subito di un attaccante. Io non andai e ne presero un altro. Quindi trattativa saltata. Per me sarebbe stata una grande occasione e non nascondo la delusione. Così all'ultimo giorno di mercato finii alla Pro Vercelli.
Un breve passaggio alla Pro Vercelli prima del Vicenza.
La Pro Vercelli era una neopromossa, ma in realtà avevano vinto la Serie C ai playoff dopo essere stati ripescati dalla D: in tre anni avevano fatto tre salti di categoria e non erano pronti strutturalmente. Io ero passato dall’Atalanta, che aveva fatto il record di punti, alla Pro Vercelli che, di fatto, era una società ancora da Serie D. Questo l’ho accusato tantissimo. Sono andato via dal mio paradiso, dove tutti mi volevano bene, per finire in un posto dove non mi sentivo a mio agio. Ho fatto quattro mesi, poi sono andato a Vicenza, ma anche lì non mi sono trovato bene. Stavo diventando “vecchio” calcisticamente, non ero più tutelato e ci si aspettava sempre di più da me. Se fossi rimasto nella mia "comfort zone" a Bergamo, probabilmente sarebbe stato tutto diverso, anche in ottica di un lavoro successivo.
C’è stata una chiamata che ti ha cambiato la vita, una telefonata che non ti saresti mai aspettato?
In realtà no, perché ogni volta dovevo dimostrare qualcosa. Ci sono state tante cose che mi hanno fatto piacere. Il mio percorso è stato importante, perché come ti ho detto non è stato un cammino semplice. C’è stato l’esordio in Serie A, prima quello in Serie B: tutto ti porta a fare passi importanti.
Qual è stato il momento più difficile che hai affrontato lontano dai riflettori?
La difficoltà legata alla nascita di mio figlio, che ho già raccontato. I tanti pianti sotto la doccia dopo prestazioni brutte o periodi di forte pressione. All’inizio ti vergogni a dire che hai pianto, poi con il passare del tempo capisci che può liberarti. Ricordo un pianto fortissimo nello spogliatoio del Benevento: ero stato messo sotto pressione dai tifosi, ero stato molto criticato nelle settimane precedenti. Scoppiai in lacrime dopo aver segnato un gran gol al volo, non ricordo contro chi, forse il Palermo.

Il difensore più fastidioso?
Con i grandi nomi mi esaltavo, ma sapevo che erano troppo forti. Uno che ricordo come davvero insopportabile era Paci. Un bravissimo ragazzo fuori dal campo, ma in partita si trasformava: ti teneva sempre la maglia, anche quando l’azione era dall’altra parte, ti dava botte, ti toccava continuamente. Ti seguiva ovunque, sempre addosso a rompere le scatole. Davvero irritante.
Adesso parliamo un po' di televisione. Tu eri molto timido, ma oggi lavori in TV: un cambiamento enorme per te.
Ho lavorato su me stesso. Ho la consapevolezza di sapere quello che dico, di essere un uomo maturo e di aver fatto un certo percorso e questo aiuta tantissimo. Le prime volte che facevo delle interviste con i giornalisti faticavo: dicevo cose scontate, mi toccavo l’orecchio, il viso, tutti segnali di nervosismo. Oggi è il mio lavoro, lo faccio con sicurezza. Non puoi dire le cose a metà: o le dici o non le dici.
Con il passare degli anni hai poi preso sempre più confidenza con il mezzo televisivo.
Quando ho iniziato a fare la seconda voce per DAZN sono stato in studio, ho fatto le dirette negli stadi, la prima serata: tutto questo mi ha fatto crescere. Il fatto di parlare di calcio è una cosa naturale, perché è una materia che conosco, che sento mia e ciò mi permette di esprimere la mia opinione con coraggio. So che la mia opinione vale quanto quella degli altri.

C’è mai stato qualcuno che si è arrabbiato per una tua opinione?
No, anzi. Tempo fa ho scritto una lettera molto dura sul calcio e in tantissimi mi hanno scritto per complimentarsi: dagli addetti ai lavori ai procuratori, ma anche tanti ex calciatori. Le critiche arrivano soprattutto dai social, spesso senza senso, per una singola frase estrapolata. Ma fanno parte del gioco.
Con poche parole: qual è il “terzo tempo” di Tiribocchi?
Vedere una festa allo stadio una volta terminata la partita più importante della vita. Mi piacerebbe vedere negli stadi uno splendido spettacolo prima, durante e dopo la partita, perché il calcio è spettacolo. Invece, troppo spesso si è serissimi. Se un calciatore sorride a fine partita – come quest'anno è successo in un Juve-Inter ai fratelli Thuram– viene subito giudicato male, e c'è chi pensa che uno non si è impegnato. Questa è una cosa davvero ridicola.