Samuele Birindelli: “La telefonata di Galliani è stata surreale. Berlusconi ad Arcore mi fece diventare paonazzo”

Samuele Birindelli è stato una delle colonne del Monza vincente di Paolo Bianco. L’ex giocatore del Pisa è tra i protagonisti della promozione in Serie A dei brianzoli, con il suo contributo in ogni parte del campo: braccetto in difesa, esterno e talvolta anche centrocampista e bomber. Iconica l’immagine della sua rovesciata che è valsa la vittoria contro il Modena il 25 aprile scorso, tre punti che, poi, si sono rivelati fondamentali. Ma chi – come noi, purtroppo – ha qualche capello bianco in più in testa, non può non notare la somiglianza con papà Alessandro, protagonista (soprattutto) nella Juve degli Anni ‘90 (in bianconero dal 1997 al 2008). Così, la nostra chiacchierata diventa anche “familiare”: abbiamo provato ad entrare – sperando di averlo fatto in modo discreto – nel rapporto tra papà e figlio, ma anche nelle difficoltà post-retrocessione, fino ad arrivare alla gioia di questa – non inaspettata, ma non per questo meno meritata – promozione in Serie A.
Allora Samuele, partiamo proprio dalla coda: per te la prima promozione in A, che sapore ha?
“Davvero un bel sapore, perché c’ero andato vicino quattro anni fa con il Pisa proprio contro il Monza e la delusione era stata grande. Questa volta, invece, è andata bene e la soddisfazione di conquistare la promozione, soprattutto al termine di un’annata da “montagne russe”, compresi i play-off al cardiopalma, e inclusa la finale che tra andata e ritorno ha rispecchiato un po’ l’andamento della stagione, è stato un po’ una come una “liberazione”, diciamo così”.
E dopo la promozione, è arrivato anche anche il rinnovo… è il momento più felice della tua carriera?
“Ah sì, dai, a livello emozionale sicuramente sì, perché comunque vincere il campionato e rinnovare, e saper di poter giocare comunque in serie A con una maturità diversa rispetto a quattro anni fa, dà una bella scossa di adrenalina”.
Se tre anni fa ti avessero predetto tutto questo, cosa avresti risposto?
“Non lo so onestamente, io sono uno molto ambizioso, il mio sogno è quello di arrivare all’obiettivo più grande per un giocatore, che per quanto mi riguarda è fare almeno una presenza con la Nazionale. Ancora ci spero, e ci credo. Quindi, tre anni fa, probabilmente avrei detto che mi sarebbe piaciuto essere oggi a un livello più alto della mia carriera, però un altro degli obiettivi era certamente giocare in Serie A. Con il Monza c’ero già riuscito, ma senza averla conquistata. Diciamo che questa promozione chiude un po’ il cerchio”.

Quando eri ragazzino, qual era il tuo sogno calcistico più ricorrente?
“Sicuramente quello di giocare una partita a livello europeo in uno stadio pieno, quindi il mio sogno da bambino è sempre stato quello di poter poter giocare in Champions League. Poi, quando cresci, si diventa un po’ più realisti, anche in base al percorso di carriera che uno fa: oggi ho imparato ad essere ambizioso, ma senza mettermi addosso troppa pressione, come invece succedeva qualche anno fa, perché quello può rappresentare un boomerang. Mi sono accorto che troppe aspettative possono schiacciarti, soprattutto quando i risultati non arrivano, mentre oggi ho imparato a gestirle e a godermi i successi”.
E quello del Monza di quest’anno è stato un bel successo: quale il “segreto”?
“Siamo stati bravi a non abbatterci dopo la retrocessione e, devo dire, che la botta è stata forte all’inizio. Non abbiamo approcciato con presunzione, perché in questi casi si corre anche il rischio di sentirsi “troppo” per la categoria e, poi, magari, finisci per essere risucchiato giù in classifica. Invece abbiamo fatto gruppo, lottando tutti insieme per riportare il Monza laddove merita di stare”.
L’hai definita una stagione da montagne russe e anche ai play-off non vi siete fatti mancare nulla a livello di pathos: mai avuto paura di non farcela?
“Come dicevo in precedenza, il momento più brutto, è stato ritrovarsi in B dopo una stagione difficile in Serie A, nella quale peraltro avevo segnato i miei primi gol. E’ stato complicato accettarlo e non ti nascondo che l’ho vissuta davvero male, un po’ come un fallimento personale. E credo che questa sia stata la sensazione un po’ di tutti. E infatti all’inizio non è stato facile…”.
Hai detto che è stato un momento difficile anche a livello personale: come ne sei uscito?
“Anche su suggerimento di mia moglie, che mi vedeva “diverso”, diciamo un po’ “musone”, nervoso e incupito, ho fatto un percorso con una psicologa. E devo dire che mi ha aiutato molto. Vedevo che non ero più il solito Samuele, sia in campo che fuori. Mia moglie provava ad aiutarmi, ma anche lei non riusciva a supportarmi come avrebbe voluto, così mi ha consigliato di rivolgermi ad una professionista e i risultati hanno confermato di aver fatto la scelta giusta”.
Tornando alle cose positive: quando, nel corso della tua carriera, hai capito di avercela fatta?
“Quando mi ha chiamato il Dottor Galliani dopo la finale persa col Pisa, che mi aveva davvero distrutto psicologicamente. E, invece, dopo neanche un mese da quando avevo perso i play-off, ero al mare con la mia attuale moglie, con la quale ci eravamo praticamente appena conosciuti, e mi arriva la chiamata del mio procuratore che mi dice: “Samu, c’è il Monza interessato, ma tu ci andresti?”. Capirai, quella era una squadra con grandissima prospettiva, era un po’ come il Como di oggi, con il Dottor Galliani e il Presidente Berlusconi che sognavano in grande. C’erano davvero tutte le condizioni di far bene, che poi è un po’ la situazione che stiamo vivendo oggi. Dunque, per me era davvero una grande occasione, un po’ un segno del destino dopo quello che era successo in finale play-off”.
Ci hai detto che ti ha chiamato il Dottor Galliani. E, allora, raccontiamola questa telefonata che ti ha cambiato la vita…
“Guarda, è stato tutto un po’ surreale, perché alla mattina avevo parlato col mio procuratore, mentre alle undici di sera mi arriva questa telefonata da un numero sconosciuto: “Buonasera Samuele, sono Adriano Galliani, Amministratore Delegato del Monza, la disturbo?”. Proprio così, super formale, a tal punto che ho pensato fosse uno scherzo. Poi, invece, ha continuato: “Volevo farle i complimenti perché è un giocatore fortissimo, quest’anno ci ha messo in grande difficoltà, abbiamo già fatto tutto con il suo procuratore…”. Mi dava del lei, io ero completamente frastornato, non riuscivo a spiccicare parola. “La aspettiamo qua a Monza – ha continuato – lei non si deve preoccupare di nulla, la parte burocratica è già in mano agli avvocati”. Io sono riuscito solo a dire grazie, sono onorato (ride, n.d.r.) e, quando ho chiuso, non mi sembrava ancora vero di essere in Serie A”.
Visto che ci hai raccontato l'aneddoto con Galliani, non puoi non raccontarcene uno col Presidente Berlusconi…
“Il mio personale è relativo ad un momento condiviso nella sua villa di Arcore in occasione del ritiro pre-stagione. Davanti a tutti mi fa: “Venga qui Samuele”. Io ero già paonazzo, di tutti i colori, molto in soggezione (sorride, n.d.r.). Mi stringe la mano e mi dice: “Io mi ricordo di suo papà, lo sa che volevamo prenderlo al Milan?”. In effetti mio papà mi aveva raccontato che una volta aveva fatto un gol al Milan, credo ad un Trofeo Birra Moretti o qualcosa del genere e che il Milan aveva provato a prenderlo, ma poi non se n’era fatto più nulla. Lui era lì che mi parlava, ma io sinceramente non capivo più nulla, mi sembrava di vivere un sogno… (sorride, n.d.r.). Ma questo è solo uno dei tanti, ce ne sarebbero centinaia di episodi del Presidente, che era veramente una persona eccezionale, divertentissimo…”.
Allora raccontaci un episodio divertente…
“Un altro aneddoto simpatico, è quello relativo sempre ad un festa nella sua villa: ricordo che c’era questa mega torta e lui, come un bambino, ha preso una forchetta per assaggiarla prima di tutti. Solo che ha preso il centro-torta, sai quello fatto di zucchero solido? Ecco, lo ha infilzato e non si staccava più dalla forchetta, così andava in giro facendo finta che fosse la cravatta. Noi morivamo dal ridere. Lui era così, non gli interessava se fosse una cena di gala o un evento formale, scherzava sempre”.
Hai citato tuo papà: com’è stato avere un padre ex calciatore del livello di Alessandro Birindelli?
“Io non solo l’ho avuto come papà, ma – seppur per poco – anche come allenatore. Non mi sono fatto proprio mancare nulla (ride, n.d.r.). A parte gli scherzi, è sempre stato presente ma mai invadente. Anzi, mi ha sempre evitato eccessive pressioni. Ad esempio, c’era stata la possibilità di andare ad Empoli, ma ha preferito evitarmi i viaggi da Pisa che avrebbero potuto creare problemi con la scuola. Non ha mai voluto che avessi un procuratore fin quando non ne avessi avuto veramente bisogno: non come adesso che i ragazzini a tredici o quattordici anni hanno già l’agente… Insomma ha sempre cercato di tenermi con i piedi ben ancorati a terra”.
E da allenatore, invece, com’è stato?
“Come dicevo prima, ufficialmente lo è stato per pochissimo nelle giovanili del Pisa, ma comunque lui lo è tutti i giorni, quindi magari quando eravamo sul divano a guardare la Juve in Champions, perché quelle partite non ce le perdevamo mai, le seguivamo con un occhio particolarmente attento. Mi faceva delle domande, mi spiegava cosa stava succedendo, cosa un giocatore avrebbe dovuto fare. E devo dire che erano belle serate, che ricordo anche con molta nostalgia. Erano un po’ i nostri momenti di condivisione. E, comunque, si concentrava molto su quelli del mio ruolo, cioè del “nostro”, perché io mi sono andato pure a scegliere lo stesso ruolo… (sorride, n.d.r.). Però, devo dire che per me è stata una fortuna e che è anche stato bravo a farlo con grande discrezione”.

Il primo complimento di papà te lo ricordi?
“Devo dire che fino a quando sono rimasto a casa, non me ne ha fatti moltissimi (sorride, n.d.r.). Ha cominciato quando mi sono trasferito qui a Monza. Ma prima era un modo di spronarmi a fare meglio, quando invece ha capito che stavano arrivando i risultati, allora si è ammorbidito”.
Il fatto che sia venuto per la festa promozione, però, credo sia stato un bel “complimento” per te…
“Sì, è stato bellissimo. A Pisa non era venuto perché stava troppo male nel vedermi giocare, poi in questi anni un po' gli è passato questo stress e alla fine siamo riusciti a convincerlo a venire. E’ stato bello, perché abbiamo fatto la foto insieme alla coppa, per me è stata una soddisfazione bellissima vederlo lì a festeggiare con me e con mio figlio. E in più, vedere comunque un figlio – che fa il tuo stesso mestiere – alzare una coppa, credo che anche per un papà sia una bella emozione. E direi che la sua commozione, anche se provava a nasconderla, lo conferma (sorride, n.d.r.)”.
E come faceva a gestire le emozioni quando ti veniva a vedere da piccolo?
“Infatti non veniva! Ma in quel caso ero io che mi facevo prendere dall’ansia da prestazione: quando c'era, giocavo male. Allora lui mi faceva accompagnare da mia mamma e, poi, veniva da solo e si “imboscava” in un angolo. A fine partita, ero contento che fosse venuto e parlavamo di tutto, l’importante è che non lo vedessi durante la partita. Solo che, ad un certo punto, avevo capito e quindi, all’ingresso in campo, scrutavo ogni anfratto per scovarlo e se mi capitava di beccarlo, allora era la fine (ride, n.d.r.). Solo una volta gli ho chiesto di esserci e dopo venti secondi mi son fatto buttare fuori. Era pure il derby contro il Livorno! Da quel momento non è più venuto”.
Non è che si è offeso quando hai detto che ti ispiri a Di Lorenzo anziché a lui?
“No, no, anzi è lui che mi ha sempre detto: “Guarda se c'è un giocatore che fa il tuo stesso ruolo in Serie A e che ti piace”. Quando gli ho detto Di Lorenzo, mi ha risposto “Bravo, esatto, ispirati a lui”. Quindi ho sempre guardato le partite del Napoli per “rubare” un po’ di segreti”.
Ma – invece – un'immagine, una fotografia, la prima che ti viene in mente, di papà giocatore?
“E’ allo stadio delle Alpi, che praticamente passo dalle braccia di mia mamma a quelle di mio padre per una vittoria. Abbiamo fatto una specie di giro di campo io, mio padre e mio fratello, però non mi chiedere che vittoria fosse, perché non me la ricordo. Poi ho questo flash di me che battevo i rigori, sempre delle Alpi, a Van der Sar”.
Gli hai fatto gol, immagino…
“Sì, sicuro (ride, n.d.r.)”.
E – invece – la prima immagine che ti viene in mente di lui in veste di papà e tu di calciatore?
“Sicuramente l’ultima, quella che abbiamo fatto con la coppa dopo la vittoria dei play-off. Era super emozionato, anche dalla foto si vede che ha gli occhi un po' carichi. Anche questa volta, niente complimenti, ma ci siamo abbracciati forte ed è stato davvero un bel momento”.
Sempre restando ai bei momenti: te lo ricordi il tuo esordio nel Pisa a soli diciassette anni?
“Impossibile da dimenticare, perché è arrivato del tutto inaspettato. Non avevo fatto il ritiro con la Prima Squadra ed ero stato chiamato da Gattuso a fare i primi allenamenti. Ad un certo punto, nella partitella del giovedì mi dà la casacca dei titolari e sono rimasto a bocca aperta. Pensavo si fosse sbagliato o che, comunque, fosse solo un test. Invece, a fine partita è venuto a dirmi che avrei giocato e a darmi indicazioni su cosa dovessi fare. Era Coppa Italia, ok, ma comunque contro il Torino. Per me era come fosse un derby. Avevo il cuore che mi batteva all’impazzata. Tre giorni dopo, invece, ho giocato anche in campionato, contro lo Spezia, che per noi pisani è praticamente un altro derby. Emozioni indescrivibili”.
Ma ha ringhiato anche con te o ti ha risparmiato?
“No, ma che risparmiato, mi son preso la mia dose (ride, n.d.r.). Ma le sue urla ti trasmettono adrenalina, ti danno una carica che ti fa superare qualsiasi ostacolo, ti fanno andare veramente oltre. Infatti, quando ho saputo che sarebbe diventato allenatore della Nazionale gli ho subito mandato un messaggio: ero convinto che fosse davvero l’uomo giusto per risollevare l’Italia. Anzi, in realtà ne sono ancora convinto, perché è andata male una partita, ma quello che ha fatto è stato comunque molto importante”.
Tu hai parlato di corsi e ricorsi, ma il tuo primo gol in Serie A alla Juve è stato quasi uno scherzo del destino. Il tuo papà era più arrabbiato o orgoglioso?
“No, no, orgoglioso, molto orgoglioso. Anche quella è stata veramente un'esplosione di gioia, anche nell’esultanza, infatti non ho capito più niente, ho cominciato a correre senza una meta precisa e sono finito in panchina. Poi, comunque, ho segnato anche all’Inter, quindi ho pareggiato il conto e alla fine l’ho fatto contento Mi son fatto perdonare, dai… (sorride, n.d.r.)”.
Hai una dedica speciale questa promozione?
“Sicuramente devo ringraziare la mia famiglia e tutte le persone che mi sono state vicine nel mio percorso, ma in quest’anno che – come raccontavo prima – è stato piuttosto difficile, vorrei dedicarla alla mia nonna, che purtroppo non c’è più. Era venuta a vedermi nella finale play-off col Pisa, nella quale però avevamo perso. Non era presente nell’ultima a Monza, ma sono sicuro che mi abbia visto comunque alzare la coppa”.
E la mamma che aveva paura di farti giocare a calcio, ora è più serena e contenta?
“In fondo ha sempre saputo che questa sarebbe stata la mia strada, sono sempre stato concentrato sul mio obiettivo, fin da quando ero veramente piccolino e davo i primi calci al pallone. Lei era solo un po’ preoccupata perché conosceva l’ambiente del calcio e sa quanto possa essere duro, quindi ci teneva che studiassi e preferiva farmelo vivere un po’ come un hobby. Io, però, sono sempre stato deciso e, quando mi metto in testa una cosa, difficilmente manco l’obiettivo”.
Ecco, appunto, parliamo di obiettivi, tra qualche settimana compirai 27 anni e giocherai la seconda stagione in A: qual è il prossimo step?
“Forse mi sono accorto un po’ tardi di quelle che erano le mie potenzialità, probabilmente da ragazzino ero un po’ troppo timido, forse con un po’ di sfrontatezza sarei riuscito ad arrivare prima ad alti livelli. Ma sono ancora in tempo…”.
Appunto, sai che in Nazionale cercano un vice-Di Lorenzo?
“Ah, se mi chiamano, io sono pronto. Faccio anche il vice-Donnarumma se vogliono, anche se – vista l’altezza – non credo mi prendano in considerazione per quello (ride, n.d.r.). Come dicevo in precedenza, credo che vestire la maglietta della Nazionale sia il coronamento di una carriera, quindi se ce ne fosse la possibilità, ne sarei felicissimo. A Coverciano vado anche a piedi. Anche da Monza eh, se no da Pisa è troppo semplice (sorride, n.d.r.)”.
Chiudiamo sempre con gli obiettivi, ma questa volta del Monza: quale deve essere il prossimo livello?
“Non sono uno che fa proclami, ma il gruppo quest’anno ha dimostrato di essere forte. La nuova proprietà è ambiziosa e, fin da subito, ci ha trasmesso grandissima fiducia. Hanno le idee chiarissime e hanno messo nei ruoli chiave gente che di calcio ne sa, quindi ci sono davvero tutte le condizioni per fare bene. Quanto bene, poi, dipende da noi. L’obiettivo primario deve essere mantenere la categoria, ovviamente, poi vedremo se avremo le qualità per provare a puntare anche a qualcosina di più… ”.