Roberto Scarnecchia: “Accompagnavo Baresi agli allenamenti. Ricordo l’ultimo messaggio: prego per te”

Ci sono amicizie che nascono in uno spogliatoio e finiscono con il fischio finale. Altre, invece, continuano per tutta la vita. Quella tra Roberto Scarnecchia e Franco Baresi appartiene alla seconda categoria. Non erano soltanto compagni di squadra nel Milan: abitavano nello stesso palazzo, facevano ogni giorno insieme il tragitto verso Milanello e condividevano momenti ben lontani dai riflettori. Un rapporto costruito nella quotidianità, fatto di silenzi, rispetto e stima reciproca.
Nel giorno dei funerali del leggendario capitano rossonero, Scarnecchia ripercorre a Fanpage.it quei ricordi con emozione, raccontando l'uomo prima ancora del campione. Ne emerge il ritratto di un leader che non aveva bisogno di alzare la voce per essere seguito, capace di insegnare con l'esempio e con poche, semplici parole.
Quando ha incontrato per la prima volta Franco Baresi?
"L'ho conosciuto prima da avversario e poi quando sono arrivato al Milan. Aveva preso una casa in affitto a San Siro, nello stesso stabile dove abitavo io: lui stava al piano di sopra. Per due anni abbiamo fatto insieme il tragitto casa-allenamento. Anzi, con la mia macchina, perché Franco non amava guidare e mi chiedeva sempre di accompagnarlo".

Quindi il vostro rapporto andava ben oltre il campo?
"Assolutamente sì. C'era un rapporto molto bello anche fuori dal calcio. Ci frequentavamo con le famiglie, c'era una sintonia autentica. E quella sintonia poi si vedeva anche in campo. Quando c'è un rapporto vero fuori, inevitabilmente si riflette anche dentro lo spogliatoio."
Quel Milan è rimasto molto unito anche dopo il ritiro…
"Sì, ed è una delle cose più belle. Ancora oggi siamo tutti amici. C'è un gruppo con gli ex giocatori del Milan e siamo rimasti in contatto tutti: Tassotti, Virdis, Galli, Incocciati, Manzo, Evani… Potrei citarne tantissimi. È un legame che non si è mai spezzato."

In tanti raccontano che Baresi fosse un leader silenzioso, uno che non aveva bisogno di alzare la voce. È d'accordo?
"Mi ci ritrovo completamente. Franco parlava poco, ma quando lo faceva era sempre molto deciso e aveva sempre ragione. Non diceva mai una parola in più del necessario. Era preciso. E quando una persona è carismatica e parla poco, tutti la ascoltano. Al contrario, chi parla troppo spesso finisce per non essere più ascoltato."
Le ricordava qualcuno?
"Sì, il Barone Liedholm. Anche lui aveva questo modo di essere: parlava poco, ma quando prendeva la parola era sempre convincente e significativo. Il carisma non dipende da chi alza la voce o sbatte i pugni sul tavolo. Anzi, bisogna saper ascoltare. Non a caso abbiamo due orecchie e una bocca."

Ricorda l'ultima volta che vi siete sentiti?
"Ci siamo scritti ad agosto dello scorso anno. Gli mandai un messaggio dicendogli che pregavo per lui. Mi rispose con parole meravigliose che porterò sempre con me. Poi, con gli impegni di entrambi, ci eravamo un po' persi di vista, ma il legame non si era mai interrotto. Quando ha affrontato l'intervento mi sono sentito di scrivergli e lui mi ha risposto con grande affetto."
Quando una leggenda se ne va, si parla spesso di ‘legacy': che cosa lascia Franco Baresi al calcio italiano a livello tecnico e valoriale?
"Lascia tantissimo. Innanzitutto dimostra che i difensori di una volta avevano anche piedi straordinari. Franco era fortissimo tecnicamente, sia di destro sia di sinistro. Ma soprattutto aveva un'intelligenza tattica incredibile: sapeva sempre dove posizionarsi, era nel posto giusto al momento giusto. È questa qualità che faceva davvero la differenza. Oltre al campione, resta l'esempio di un uomo e di un calciatore di straordinaria intelligenza."