Pasquale De Meo: “Noi arbitri vivevamo un clima di terrore. Gravina, Chinè e Rocchi comandavano tutto”

Il caso Rocchi ha scoperchiato il vaso di Pandora del mondo dell'arbitraggio italiano, scosso da un terremoto destinato a lasciare il segno. C'è chi come Pasquale De Meo quelle dinamiche le ha vissute dall'interno, chiudendo la sua carriera con una denuncia archiviata dalla procura che sembra essere solo una piccola anteprima di ciò che è scoppiato con l'indagine per frode sportiva che ha coinvolto l'ex designatore e il supervisore VAR Andrea Gervasoni, entrambi autosospesi. I "gesti convenzionali" erano usati per fare pressione sugli arbitri e pilotare le loro decisioni in quello che l'ex fischietto pugliese ai microfoni di Fanpage.it definisce un sistema del terrore: "Chi ha gestito fino a oggi ha creato questo sistema che ha minato la serenità della valutazione, basta ascoltare molti dialoghi che sono avvenuti al VAR". Un sistema studiato appositamente per poter alterare le classifiche e favorire gli arbitri meno "scomodi".
Si parla molto del fatto che il VAR sia diventato una mannaia sulle carriere. È vero che quando un arbitro viene richiamato al monitor e conferma l'errore, la sua valutazione subisce un taglio netto che lo affossa in graduatoria?
"Questo elemento è presente nell'ambito della struttura della valutazione dell'operato del VAR. Che poi se uno interviene con una bussata, con dei gesti convenzionali in una gara e non lo fa in un'altra, vuol dire che sta alterando il risultato di una partita e di un campionato".
Come influiscono queste pressioni sugli arbitri?
"Non è preposto il loro intervento. Il protocollo parla del fatto che solo chi è designato come VAR e AVAR può operare nella sala e prendere decisioni rispetto a quella gara, nessun altro può intervenire. Chi andava al VAR non andava in una situazione di serenità. C'era questa sorta di preoccupazione rispetto alla valutazione che la commissione dava di un episodio. Che poi magari un episodio simile la volta dopo veniva interpretato in modo diverso, c'era confusione a livello di disposizioni e uno stato di preoccupazione di alcuni rispetto ad altri che magari si sentivano non trattati in modo equo".

Spiegati meglio.
"Tutti lì vivevano e vivono con questo stato di ansia totale, non sono sereni, non c'è libertà. Chi ha gestito fino a oggi ha creato questo sistema che ha minato la serenità della valutazione, basta ascoltare molti dialoghi che sono avvenuti al VAR. Ti chiedi: ‘Ma questi come fanno ad analizzare così un episodio così chiaro', proprio perché c'è questa paura alla base di tanti errori che sono stati commessi. Negli anni c'è stata sempre un'escalation, ma in negativo. L'asse, fino a poco fa, era costituito da Gravina che comandava il governo del calcio e i suoi fedelissimi Chinè e Rocchi. Era un sistema contro cui ti andavi a scontrare".
Potresti spiegare come funziona il sistema delle valutazioni? Esiste un doppio standard?
"Il discorso è sempre soggetto alle manovre di chi gestisce, ma c'è una doppia categoria di voti. C'è quello dell'osservatore e quello degli organi tecnici, che è quello che conta per la classifica. Il voto dell'organo tecnico è quello delle componenti della commissioni. Quindi capisci bene che se vogliono mandarti a casa ci riescono: con l'osservatore puoi prendere tutti 8.60, cioè il massimo, ma poi arriva l'organo tecnico e ti mette 8.40, così tu retrocedi facilmente".
Un paradosso evidente negli ultimi anni è quello degli arbitri dismessi dal campo per ‘motivi tecnici' che vengono immediatamente contrattualizzati come specialisti VAR.
"In questi anni abbiamo avuto sempre dei contratti farsa, non regolari, perché quello che abbiamo firmato non è un contratto regolare. Dovevi accettare per forza ma non ti garantisce nessuna tutela. A fine anno puoi essere tranquillamente mandato a casa senza buonuscita o TFR. È una cosa che è stata richiesta negli anni, ma è sempre stata ostacolata da Gravina. Il passaggio al VAR è stato creato come una forma di tutela per l'arbitro, per continuare ad avere un'entrata economica".

Il centro VAR di Lissone è nato per assicurare trasparenza, ma dopo il caso Rocchi sembra essere l'esatto opposto. Pensi che la centralizzazione abbia reso più facile per il designatore esercitare pressioni?
"È una riflessione condivisibile. Il fatto di essere lì tra i vetri, con questi meccanismi dei gesti convenzionali, ha portato una distorsione della gestione e anche della forma, perché dovrebbe essere imparziale. Quindi è chiaro che se tu sei in un centro dove ci sono tante stanze circondate da vetrate, si cominciano a innescare questi meccanismi e si va verso una via che ti porta a fare dei pensieri".
L'associazione arbitrale è davvero così spaccata?
"Ti faccio un esempio, quando feci la mia denuncia c'era una battaglia all'interno dell'AIA per i vertici della dirigenza e per la presidenza. Nei miei confronti sono stati adottati determinati metodi perché mi ritenevano vicino alle posizioni di Trentalange. Tutti coloro che all'interno dell'AIA erano ritenuti su queste posizioni, venivano pressati per allinearsi a posizioni diverse. Questo meccanismo ha condizionato la mia vicenda e anche quella di Rocca".
Ci sono arbitri considerati scomodi?
"C'è un estratto della mia denuncia nel quale lo spiego: durante il colloquio di Coverciano, nel quale mi hanno fatto pressioni e mi hanno pure aggredito verbalmente, mi dicono di essere amico di queste persone".

Quanto incidono queste pressioni sul lavoro dell'arbitro? Se non è più abituato a dirigere in autonomia, il mancato intervento dall'alto può generare errori?
"Basta vedere il video di Paterna. Non mi permetterei mai di criticare l'operato dei colleghi con il quale ho condiviso il ruolo, non critico nessuno e neanche gli indagati, ma se vedi il video ti accorgi della completa mancanza di serenità di quella persona. Sembra completamente in balia, quando invece dovrebbe essere strutturata e fa quello di mestiere, perché lui è inquadrato come VAR Pro. Significa che tu sei un VAR professionista: non vai in campo, fai solo quello".
Quindi vengono condizionati?
"La gente si aspetta che nel tuo ruolo sia uno dei migliori perché lavori dalla mattina alla sera su quello. Ma basta vedere il video in cui lui si gira e asseconda un'indicazione che gli viene dall'esterno. Lì ti rendi conto della mancanza di serenità dovuta alla paura di prendere una decisione, perché magari chi poi valuterà il tuo operato ti affosserà. È un sistema di terrore, perché tu hai paura di sbagliare. È questo il clima che si vive. Ci sono arbitri che reagiscono in maniera più negativa e altri che magari sono più sereni, perché si sentono più tutelati sotto ogni punto di vista".
Come influisce tutto questo sulla graduatoria?
"Anche al VAR hanno una loro classifica. Dipende dalla percezione dell'arbitro, che magari si trova in una posizione non felice, che si sente in bilico. Perché un'intera carriera può essere condizionata da quella giornata. Vanno approfondite anche le valutazioni date al VAR, perché è facile manovrare le classifiche. Pure se fai una chiamata corretta ti viene inviata una confidenza in una lettera che dice: ‘Hai fatto bene la chiamata, però nel nel linguaggio ti devi esprimere così, piuttosto che in quell'altro modo'. Se vogliono, trovano sempre un meccanismo per manovrare il voto".