Il codice per condizionare la sala VAR di Lissone da dietro il vetro: pugno chiuso o mano alzata

Due dei capi d'accusa dell'inchiesta milanese sugli arbitri vertono su presunti condizionamenti che sarebbero stati fatti da persone presenti all'esterno della sala VAR di Lissone – ovvero poste fisicamente dietro il vetro che chiude ermeticamente ciascuna stanza dedicata alle singole partite – per indirizzare la comunicazione fatta dai varisti agli arbitri di campo al fine di richiamarli all'on-field review. Un condizionamento vietatissimo a termini di regolamento, del quale sono stati accusati il designatore di Serie A e B Gianluca Rocchi e il supervisore VAR Andrea Gervasoni (entrambi autosospesi) per due distinti episodi. Ci sarebbe un codice preciso con cui chi è da una parte del vetro può comunicare con chi è dentro: pugno chiuso = richiesta di intervento, mano alzata il contrario.
Le accuse a Rocchi e Gervasoni nell'inchiesta milanese: aver interferito con l'operato del VAR
Oltre all'accusa di aver favorito l'Inter "combinando" designazioni favorevoli ai nerazzurri nel finale della scorsa stagione, Rocchi è sotto indagine a Milano anche per quello che avrebbe fatto a Lissone in occasione di Udinese-Parma di Serie A dell'1 marzo 2025, quando "in qualità di supervisore VAR condizionava l'addetto VAR Daniele Paterna (poi indagato anche lui, per falsa testimonianza, ndr), inducendo il direttore di gara Fabio Maresca" ad andare all'on-field review "ai fini dell'assegnazione del rigore alla squadra friulana, sebbene Paterna fosse di diverso avviso". Un penalty peraltro corretto e che fu decisivo per l'1-0 finale.
Una vicenda partita dalla lettera-esposto dell'ex assistente Domenico Rocca e che ha trovato sponda nel filmato pubblicato dall'AGI in cui si vede il VAR Paterna girarsi e chiedere a qualcuno alle sue spalle, presumibilmente dietro il vetro: "È rigore?", come si evince dal labiale. Quel qualcuno secondo Rocca e a ruota il PM milanese Maurizio Ascione sarebbe stato Rocchi, che avrebbe esercitato la sua influente autorità per correggere quello che ai suoi occhi in tempo reale appariva essere un evidente errore, ovvero il mancato richiamo dell'arbitro Maresca all'OFR.

Quanto a Gervasoni, anche l'invito a comparire notificato a lui è per un episodio simile, che sarebbe avvenuto l'8 marzo 2025 durante Salernitana-Modena di Serie B, sempre nella sala VAR di Lissone. Il supervisore VAR è indagato perché "con la concessione del rigore alla squadra emiliana da parte del direttore di gara Antonio Giua incalzava e sollecitava l'addetto VAR Luigi Nasca affinché questi richiamasse Giua alla revisione ai fini della decisione iniziale sull'episodio di gioco".
Cos'è e come funziona la sala VAR unica per tutta la Serie A di Lissone
La sala VAR unica di Lissone, in provincia di Milano, è il cuore tecnologico del calcio italiano, la sala centralizzata dove operano tutti gli arbitri VAR della Serie A (e parzialmente di Serie B). È stata inaugurata nell'ottobre del 2021: prima di allora i varisti erano dislocati negli stadi (o nel pullman della regia di produzione delle immagini), oggi è tutto è centralizzato a Lissone. Ci sono otto stanze dedicate alla Serie A e quattro alla B, più una grande stanza centrale con megaschermi dove un supervisore può monitorare più partite contemporaneamente. Il personale è di circa 30 persone fisse, che nei giorni di gara arrivano a 80 tra addetti VAR e AVAR, tecnici video e supervisori.
In ogni stanza entrano quattro persone: VAR (arbitro principale al video), AVAR (assistente) e due tecnici video. Ci sono schermi sia personali che più grandi a parete e un pulsante rosso per parlare con l'arbitro in campo. Le singole stanze sono chiuse alle spalle degli addetti con una porta collocata in una parete a vetro, proprio per garantire maggiore trasparenza e permettere la supervisione dall'esterno. Una supervisione che tuttavia non può diventare interferenza, come sarebbe avvenuto nei due episodi contestati a Rocchi e Gervasoni.

Il codice di comunicazione da una parte all'altra del vetro: il "Gioca Jouer"
E poiché il vetro rende impossibile la comunicazione verbale tra chi è dentro e chi è fuori, ci sarebbe un codice per far passare da una parte all'altra le informazioni fondamentali nel momento in cui ci sono episodi contestati come possibili calci di rigore, tali da richiedere il check della sala VAR. In particolare – svela ‘Repubblica' – il pugno chiuso da parte di chi è fuori significherebbe dire al varista di intervenire, mentre al contrario la mano alzata vorrebbe dire il contrario, ovvero astenersi dall'intervento. Il sistema di comunicazione ‘cifrata' in questione sarebbe stato definito ironicamente nell'ambiente arbitrale "Gioca Jouer", come il mitico pezzo di Claudio Cecchetto del 1981 in cui alla musica erano sovrapposte le indicazioni sui gesti da fare in coreografia.
Peraltro da quando Rocca ha denunciato la "bussata" sul vetro di Rocchi a Paterna con l'esposto del 22 maggio 2025, le cose sono cambiate profondamente nella sala VAR centralizzata, con modifiche importanti al regolamento interno all'AIA/FIGC. In primis, chiunque si rechi a Lissone (designatori e supervisori VAR, Rocchi compreso) deve redigere una relazione dettagliata sulle attività svolte durante la giornata di campionato, specificando tipo di presenza e cosa abbia fatto, per garantire trasparenza e tracciare eventuali interferenze. Inoltre la FIGC ha iniziato a mandare ispettori della Procura Federale durante le partite, per verificare proprio che non ci siano interferenze esterne e che il protocollo VAR – che impone autonomia totale degli addetti dentro la stanza – venga rispettato. Da quel momento Rocchi non si più visto a Lissone e anche la presenza di altri supervisori si è molto diradata.