Omar El Kaddouri: “Mai presi jet privati, soldi sprecati. A Napoli chiedevano la foto e poi: Tu chi sei?”

Omar El Kaddouri è un apolide calcistico, ma ormai un italiano d’adozione. Nato il Belgio, ma di origine e nazionalità marocchina, si è trasferito in Italia quando non era ancora maggiorenne. Una vita sportiva da noi (Brescia, Torino, Napoli, Empoli), prima di spiccare il volo in Grecia (sei anni al PAOK Salonicco), per poi finire la carriera di nuovo da noi (Spal) e iniziarne direttamente un’altra, che si annuncia altrettanto piena di successi e soddisfazioni. Sempre in bianco, rosso e verde: “L’Italia ormai è la mia seconda casa – ci racconta in Esclusiva per Fanpage.it – sono arrivato che ero un ragazzino e da voi sono cresciuto. Del vostro Paese mi piace tutto: stile di vita, cibo, persone. Oggi vivo a Ferrara, che è una città a misura d’uomo, dove i miei figli si sono integrati bene e possono crescere nella tranquillità della provincia, ma senza che manchi loro nulla”.
Già, perché a 35 anni Omar ha appeso le scarpette al chiodo, dopo gli ultimi anni di carriera non facili causa infortuni, e lo ha fatto proprio alla Spal. Poi, nella nuova società nata post-fallimento (Ars et Labor Ferrara) ha cominciato i primi passi di allenatore. Ai ragazzi dell’Under 17 racconta di quanto sia bello, ma a volte anche difficile, essere calciatore. Soprattutto, insegna calcio. E non solo ai suoi “alunni”, visto che anche i suoi due figli sono pronti a seguirne le orme: “I ragazzi di oggi devi coinvolgerli – ci racconta – perché se perdi la loro attenzione, è finita. Nei settori giovanili dovremmo farli divertire, non annoiarli con la tattica. E, poi, fino alla Primavera non ci si dovrebbe focalizzare sul risultato. Lasciamoli liberi e tranquilli: quando posso, seguo le partite dei miei figli e vedo certi atteggiamenti imbarazzanti da parte dei genitori… Io cerco di insegnare la tecnica, ma racconto anche la mia esperienza, perché devono sapere che diventare calciatori è difficile, ma restarlo lo è ancora di più. E che ci saranno momenti complicati, perché tutti vedono solo la copertina, ma dietro c’è molto di più”. E allora sfogliamo insieme il libro di Omar…
Innanzitutto, come nasce il giovane Omar calciatore in Belgio?
“Sono il penultimo figlio di una famiglia piuttosto larga. Siamo sei tra fratelli e sorelle. Io e l’altro mio fratellino più piccolo siamo cresciuti insieme giocando a pallone. Dappertutto, per strada, in casa, con mia mamma che provava a contenerci, ma con scarsi risultati. Così, ad un certo punto, mio zio mi ha portato al centro sportivo del paese: avevo cinque o sei anni, quando il mister mi ha visto, non mi ha più lasciato andare”.
Ma in famiglia erano appassionati di calcio?
“Mio papà ancora oggi credo che non abbia capito come funzioni il fuorigioco (sorride, n.d.r.). Mai toccato un pallone. Quando sono cresciuto mio papà si è appassionato un po’, ma – non essendo esperto – non era uno pressante e questo mi ha aiutato: veniva a vedere le partite, mi riportava a casa, in macchina mi chiedeva se stavo bene e finiva lì (sorride, n.d.r.)”.
Si dice che ti chiamassero Zidane, è vero?
“Ma no, è nato tutto da una dichiarazione di Corioni (ex presidente del Brescia, n.d,r.), che quando mi ha visto per la prima volta, ha detto: “Nel tocco di palla ha qualcosa di Zidane”. Sì, ma proprio qualcosina (ride, n.d.r.). Non scherziamo, anche se giocava nella Juve e nel Real Madrid, Zizou è stato il mio idolo, ma era di un’altra categoria. Pensa che l’ho incontrato a Dubai qualche anno fa, ma ero talmente in soggezione che non ho avuto il coraggio di dirgli nulla. E’ uno dei miei rimpianti più grandi”.

Da ex Toro, l’avversione alla Juve la capiamo, ma cos’hai contro il Real Madrid?
“Da piccolino in Belgio trasmettevano tanto la Liga e io mi sono innamorato del Barcellona, sono proprio tifosissimo. Quindi avere un idolo del Real Madrid mi faceva stare male, ma Zidane è Zidane, non aveva colori”.
Quando ti hanno prospettato l’opportunità di venire in Italia, e a Brescia in particolare, cos’hai pensato?
“In realtà io dovevo andare all’Udinese. Era tutto fatto, sarei dovuto andare a firmare la domenica, ma il giorno prima ho giocato una partita con la Primavera dell’Anderlecht. Per altro ero stato male tutta settimana, ma sono entrato nel secondo tempo e ho fatto benissimo. C’erano gli osservatori del Brescia che erano venuti a vedere un mio compagno di squadra, ma sono rimasti impressionati (sorride, n.d.r.). A fine partita sono venuti lì per parlare, ma io gli ho detto: “In realtà domani vado a Udine a firmare”. In qualche ora si sono fatti mandare il contratto e abbiamo chiuso. Ora posso dirlo, mi dispiace per l’Udinese, ma l’offerta economica era più vantaggiosa e – come puoi ben immaginare – questo ha colpito parecchio la mia famiglia. La situazione economica in famiglia era complicata: io, ma soprattutto i miei fratelli non abbiamo avuto un’infanzia facile, il quartiere di Bruxelles nel quale sono cresciuti, era “tosto”. E, comunque, al Brescia sarei andato in Prima Squadra, mentre all’Udinese in Primavera: anche questo ha pesato nella scelta”.
Cosa sapevi di Brescia e della Serie A?
“In Belgio guardavamo soprattutto la Liga, quindi del calcio italiano conoscevo poco, però ero stato in Italia al Torneo di Viareggio e mi era piaciuto molto. E’ lì che l’Udinese mi aveva notato. Del Brescia, invece, sapevo che ci avevano giocato Baggio e Guardiola e questo mi bastava”.
E’ stato in quel momento che hai capito di avercela fatta?
“In realtà, già a 15 anni, quando sono arrivato nel settore giovanile dell’Anderlecht e andavo a giocare in Primavera, c’erano tutti i presupposti. Poi, sì, chiaramente quando ti compra una società italiana speri di fare il salto di qualità”.
Ma cosa avresti fatto se non fossi riuscito a diventare calciatore?
“Io a scuola andavo bene. Ero iscritto in uno degli istituti più difficili di Bruxelles e fino a quando non c’era tanto da studiare, andavo bene (sorride, n.d.r.). Poi, quando mi sono trasferito a Brescia, mi mancavano tre esami. Avrei dovuto studiare e poi tornare per fare gli esami. Mi ero portato anche tutti i libri, ma alla fine, quando ho ricevuto il primo stipendio, mi son detto: “Forse è il caso che mi concentri a diventare calciatore”. Credo che quei libri abbiano fatto una brutta fine (sorride, n.d.r.)”.

Cosa hai fatto con quel primo stipendio?
“Non parliamo di grandi cifre, intendiamoci, uno stipendio medio di un calciatore giovane, anzi, forse anche meno. Però, così tanti soldi tutti insieme, non li avevo mai visti. Il bonus alla firma, l’ho regalato ai miei genitori, mentre con gli altri mi sono comprato un po’ di vestiti decenti. Ma anche nel corso della mia carriera, ho sempre preferito mettere soldi da parte e mai sprecarli. Ad esempio, non ho mai preso un jet privato in vita mia, perché secondo me quello è davvero buttar via i soldi: preferisco prendere un volo di linea e la differenza darla alla mia famiglia che ci vive un anno intero”.
Il momento più bello della tua carriera?
“Sicuramente il primo gol in Serie A, anzi i primi gol, perché in quell’occasione ho fatto una doppietta (Torino-Catania del 24 novembre 2013, n.d.r.). Ecco, in quel momento ho avuto la sensazione che la mia carriera potesse svoltare”.
E quello più brutto?
“Fino a 27 anni non mi sono mai infortunato, poi da quel momento in poi è stato un calvario. Mi sono fermato un sacco di volte per problemi muscolari e non è stato facile. Ricordo il ritorno dei quarti di finale di Conference League contro il Marsiglia (stagione 2021/2022, n.d.r.): all’andata era finita 2-1 per loro, per altro avevo segnato io al Velodrome. Al ritorno ero convinto potessimo ribaltare il risultato e io mi sentivo veramente bene. All’ultimo tiro in porta del riscaldamento, mi stiro. E loro vincono 1-0. Quella volta è stata davvero dura. Ricordo che son tornato a casa da mia moglie e ho detto: “Non ce la faccio più, così è inutile andare avanti”. Ero distrutto”.
E come si superano quei momenti?
“E’ difficile. Tutti pensano che i soldi risolvano tutti i problemi. Chiaro che siamo privilegiati, ma siamo umani, abbiamo i nostri problemi familiari, i nostri pensieri e i nostri sentimenti. E gli infortuni rappresentano un momento brutto per un calciatore, perché sei isolato, lavori a parte e non puoi fare la cosa che ti piace di più in assoluto. E’ come se ad un ragazzo dicessi che non può giocare con i suoi amici, ma solo guardarli da lontano. Io ho avuto la fortuna di poter contare sulla mia famiglia, mia moglie mi ha sempre sostenuto nei momenti di difficoltà. Poi, quando tornavo a casa, vedere i miei figli giocare a pallone, mi spingeva a lavorare duro per rientrare il prima possibile”.
Torniamo alle cose belle: cosa significa giocare al Maradona?
“Beh, per quanto mi riguarda, il solo fatto che in quello Stadio avesse giocato Diego, mi faceva venire i brividi ogni volta che entravo in campo. Poi, vabbé, il clima in quello stadio è assurdo: ricordo partite nelle quali in campo non ci si riusciva a sentire tanto era il frastuono. Tutti parlano della Bombonera, ma togliete la pista di atletica al Maradona, poi ne riparliamo. Senza quello spazio, con il pubblico praticamente in campo, diventerebbe sicuramente lo stadio più caldo del mondo. Ammesso che non lo sia già…”.

E vivere a Napoli da calciatore del Napoli, com’è?
“Io mi son trovato benissimo. La gente è meravigliosa, ti accoglie come se fossi uno di loro fin dal primo giorno. E, poi, anche se se ne parla tanto, io non mi sono mai sentito in pericolo. Essendoci una squadra sola, tutti tifano Napoli e, ogni volta che esci di casa, l’affetto ti travolge. Ricordo un episodio incredibile: mi era venuta a trovare la mia famiglia, così ho pensato di portare mia mamma in centro. Siamo andati al negozio del Napoli a comprare un po’ di magliette per i miei parenti in Belgio, ma all’uscita ho trovato una folla ad aspettarmi per fare le foto. Mia mamma non aveva capito cosa stesse succedendo, non credeva che tutta quella gente stesse aspettando noi. C’era qualcuno che non sapeva manco chi fossi, ma vedeva che mi chiedevano la foto e la facevano anche loro. Poi mi dicevano: “Ma tu chi sei?”. Tutto surreale. Quando, dopo ore, siamo riusciti a uscire, mi son detto: “Forse non è stata una grande idea” (sorride, n.d.r.). Ma alla fine tutto quell’affetto è benzina per la squadra”.
A proposito di quel Napoli: è la squadra più forte in cui hai giocato? Qual è stato il compagno che ti ha impressionato di più?
“Sicuramente sì, era una squadra fortissima. Ho giocato con tanti compagni forti, ma se me ne chiedi soltanto uno, ti dico il Pipita. Ho avuto la fortuna di vedere Higuain nella stagione del record di gol (2015/2016, n.d.r.) ed era davvero incredibile. Al di là del fatto che ogni pallone che toccasse finiva in rete, tatticamente era un “mostro”. Faceva movimenti che in carriera non ho più visto fare a nessuno. Unico”.
L’avversario che, invece, ti ha fatto davvero soffrire o non avresti mai voluto affrontare?
“Pativo tanto Nainggolan, contro di lui era sempre una battaglia. Pogba e Pirlo erano di un’eleganza straordinaria e quando ci giocavi contro speravi sempre che fossero in giornata no, altrimenti era dura. Una volta, in Europa League col PAOK, sono stato costretto a marcare Fabregas che era a fine carriera con il Chelsea: in quelle situazioni capisci davvero quanto sia forte un giocatore e io ho ancora il mal di testa da quanto mi ha fatto girare (sorride, n.d.r.)”.
Se, invece, dovessi scegliere un compagno da portarti in battaglia?
“Benatia. A parte che è un amico e so che farebbe qualsiasi cosa per aiutarmi, credo che sia stato un giocatore eccezionale, uno dei più forti difensori che io abbia mai visto insieme a Koulibaly, anche se – per me – Mehdi è addirittura più forte. Forse è stato sottovalutato. Ha avuto una bella carriera, ma avrebbe meritato anche di più. E, poi, aveva una leadership pazzesca, per i suoi compagni si sarebbe buttato nel fuoco. Per cui, se proprio devo andare in battaglia, vorrei avere uno come lui al mio fianco”.
Benatia è ancora ossessionato dal rigore del Bernabeu?
“Non ne abbiamo mai parlato, anche perché secondo me non lo fa molto volentieri (sorride, n.d.r.). Io quella partita tifavo Juve, perché c’era Mehdi, ma anche perché giocava contro il Real Madrid. E, comunque, lo posso dire: “Quello non è mai rigore!”. Un furto”.

Il giocatore più folle?
“Vabbè, ma ce ne sono tantissimi (sorride, n.d.r.). Devo dire che Viviano al Brescia mi ha fatto tanto ridere. Era un ragazzo eccezionale, ma ogni tanto gli si tappava la vena. Ricordo una lite con il Presidente Corioni durante la quale ha fatto volare di tutto nello spogliatoio. Poi, quando gli passava, un ragazzo d’oro, simpaticissimo. In campo, però, si trasformava”.
C’è una scelta che, potessi tornare indietro, non rifaresti?
“Probabilmente ho sbagliato a lasciare il Torino (2015/2016, n.d.r.). Loro mi volevano riscattare, ma a Napoli era arrivato Sarri che giocava con il 4-3-1-2: ho pensato che fosse un’occasione per me. Poi, invece, dopo tre partite, il mister si è messo 4-3-3 e ho faticato a trovare spazio. Chissà cosa sarebbe successo se fossi rimasto al Toro. Ad un certo punto si era anche aperta la possibilità di andare all’Atalanta di Gasperini, sarebbe stata una grande opportunità, ma alla fine non se n’è fatto nulla. Comunque, giocare a Napoli e vivere quelle emozioni, non può mai essere un rimpianto”.
Oggi che fai l’allenatore, a chi ti ispiri di quelli che hai avuto?
“Ovviamente, uno cerca di prendere spunto un po’ da tutti, ma poi vuoi anche fare il tuo percorso. Tatticamente ho preso un po’ da Sarri e un po’ da Ventura, che sono quelli che mi hanno lasciato di più da questo punto di vista, anche se oggi guardo più ad allenatori come Gasperini, che fa il 3-4-3 ed è un po’ il mio modulo di riferimento. Al di là dei moduli, però, quello che dico sempre ai miei ragazzi è: “Il pallone è sacro, non si butta mai via”. Devono imparare a giocarla sempre, anche nei momenti di difficoltà”.
E se potessi andare ad assistere ad un allenamento di un tecnico oggi, quale sceglieresti?
“Se posso decidere liberamente, allora scelgo il top e dico Guardiola. Il suo Barcellona mi ha fatto godere (ride, n.d.r.). Tra quelli più “fattibili”, invece, mi piacerebbe andare da De Zerbi: c’era stata l’occasione di fargli visita a Marsiglia quando il mio amico Benatia era Direttore Sportivo, ma alla fine non siamo riusciti a incastrare il tutto. Un altro che mi piacerebbe studiare da vicino è Gasperini”.
Ti ha sorpreso la stagione di Sarri alla Lazio?
“Dipende cosa intendi: dal punto di vista tecnico-tattico, è il solito Sarri, un maestro. Nonostante tutte le difficoltà, ha tirato fuori il massimo. Quello che mi ha stupito è come ha gestito la situazione. Io ho vissuto la saga Sarri-De Laurentiis e ti assicuro che il mister ai tempi non era affatto così pacato (sorride, n.d.r.). Chissà, magari col tempo è maturato. A parte gli scherzi, probabilmente il rapporto forte che ha con la piazza, lo ha aiutato a gestire con razionalità certi momenti complicati dal punto di vista della comunicazione. Io, sinceramente, pensavo che sbroccasse da un momento all’altro (ride, n.d.r.)”.

Quando hai capito che avresti voluto fare l’allenatore?
“Ci ho pensato tanto, perché non sapevo bene cosa fare. Tutti mi dicevano di investire, aprire ristoranti, ma non mi vedevo andare lì a dare istruzioni. Io, poi, sono veramente malato di calcio, guardo qualsiasi partita, al di là della categoria. Dunque, ho cercato qualcosa che mi desse un po’ di adrenalina e che mi consentisse di restare in questo ambiente. Non mi vedevo come Direttore Sportivo, né come procuratore, quindi ho deciso di provare come allenatore. Non sapevo se mi sarebbe piaciuto, invece ora non riesco a farne a meno”.
Tu, oggi, alleni l’Under 17 dell’Ars et Labora Ferrara: come ti rapporti con i ragazzi? E’ così difficile entrare in relazione con loro come si dice?
“Guarda, io sono fortunato perché ho due figli adolescenti ed entrambi giocano a calcio, dunque sono arrivato preparato (sorride, n.d.r.). Però, sì, se pensiamo di allenare loro come venivamo allenati noi, duriamo cinque minuti, poi li abbiamo persi. Le sedute tattiche le odiavo io da calciatore, figuriamoci loro oggi che hanno mille stimoli. Io punto tanto sulla tecnica, poi per la tattica ci sarà tempo. Secondo me, nelle giovanili bisognerebbe lavorare per migliorare i ragazzi dal punto di vista qualitativo e, soprattutto, farli divertire. Il risultato non deve essere una componente, anzi fino alla Primavera io non farei nemmeno le classifiche, perché non hanno senso”.
Ed è difficile fare l’educatore (come si dice oggi) a tempo pieno?
“Io ho la fortuna di potermi prendere qualche anno sabbatico, diciamo così, quindi non ho fretta, non mi sono dato una scadenza e voglio lavorare con tranquillità e imparare. Tuttavia, capisco i miei “colleghi” che magari lavorano tutto il giorno e poi vengono ad allenare per due-trecento euro di rimborso spese. Non si può neanche sfruttare la loro passione. Così, poi, è inevitabile che qualcuno pensi più alla propria carriera piuttosto che al bene del ragazzo no?”.
Come hai vissuto l’eliminazione dell’Italia dal Mondiale?
“Malissimo, perché non me l’aspettavo. Vedere una nazionale così prestigiosa fuori dalla competizione per la terza volta consecutiva, è una botta al cuore. Ma tu riesci ad immaginarti un Mondiale senza il Brasile? Ecco, è la stessa cosa. Mi dispiace perché la Bosnia non era meglio di noi, ma purtroppo questo è il calcio. Ovviamente ho tifato Italia, ma a mente fredda, anche se è brutto da dire, ho pensato che potrebbe essere un bene per i nostri figli, perché questa cosa costringerà finalmente qualcuno a a fare qualcosa di serio per cercare di migliorare il sistema”.
“La Bosnia non era migliore di noi”: ormai sei uno dei nostri anche tu…
“Beh, sì, l’Italia è come se fosse la mia seconda casa ormai. Sono arrivato qui che non ero ancora maggiorenne e qui sono cresciuto. I miei figli sono italiani a tutti gli effetti, uno gioca all’Ars et Labora e uno nelle giovanili del Bologna. Per me, per loro, ma per tutto il calcio italiano, spero che questa sia una fase di ripartenza vera, perché l’Italia deve tornare dove merita di stare, cioè al top del calcio mondiale”.