Sarà ‘special one'? Si definirà ‘normal one' oppure conierà un altro alias che lo accompagnerà nella nuova avventura in Italia alla Roma? Censurerà le critiche parlando di prostituzione intellettuale e rumore dei nemici? Mimerà ancora una volta il segno delle manette? E soprattutto, al di là del fascino e del folklore legato al suo nome, José Mourinho sarà ancora all'altezza della sua fama di demiurgo dei successi? A Londra qualcosa s'è inceppato. Non ha lasciato un buon ricordo di sé, né per l'aspetto emotivo né per i risultati.

Se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre a una catastrofe, allora qualcuno la farà in quel modo. E qualcuno è stato proprio Mou. Inesorabile, la Legge di Murphy chiarisce perché è andato tutto storto. Il suo lavoro al Tottenham ha alimentato forti perplessità sul tocco magico smarrito, sulla gestione del gruppo, sui metodi di allenamento e sull'approccio tattico. Ha distrutto ciò che gli Spurs sono stati per anni, è la sintesi più feroce ma reale ed esplicativa del fallimento. Non è (solo) questione di risultati mancati e aspettative deluse, ma di feeling mai scattato con un gruppo costruito nel tempo a immagine e somiglianza di Mauricio Pochettino (oggi al Psg) e sul quale la personalità divisiva di Mourinho (così gli inglesi hanno definito il suo habitus) è stata devastante.

Un trauma che la squadra non è mai riuscita a elaborare, fino a smarrirsi e perdere fiducia, a non riconoscere più l'autorevolezza del manager. Non sapeva cosa fare con la palla o come articolare il gioco. Condivideva nulla con il portoghese, ancora legata alla mentalità che l'ex allenatore argentino aveva inculcato attraverso unità d'intenti votati al sacrificio (a partire da allenamenti intensi), coesione di gruppo (si vince e si perde assieme, non c'è un solo colpevole se qualcosa va male), impostazione tattica e ritmo gara incalzanti, votati alla costruzione offensiva della manovra.

Mourinho era altro. La leadership conflittuale che aveva indossato, credendo di indurre reazioni e trarre il meglio dai giocatori, ha minato le basi del suo ruolo e del rapporto con il gruppo. A mo' di addestratore di reclute buone a niente, martellava i calciatori con critiche, alcune anche pesanti, e lo faceva in pubblico. Era convinto che, attaccati, stimolati in maniera molto rude, avrebbero trasformato in campo l'odio in energie positive. Più picconava la squadra, più la destabilizzava. "Chi verrà mandato al macello oggi?", tra le voci di dentro raccolte da The Athletic è la frase che spiega bene quale fosse il clima di tensione instaurato all'interno dello spogliatoio.

"Se non potevano fare di meglio, è perché non potevano fare di meglio", è il manifesto del pensiero dell'ultimo Mourinho. La percezione era che, se qualcosa fosse andato storto, sarebbe stata sempre colpa dei giocatori. "Non sono stati in grado di fare ciò che avevo chiesto": lui aveva ragione, la squadra sbagliava tutto. Ecco perché alla seconda stagione londinese buona parte di essa era arrivata "ad odiarlo", con l'esonero giunto come la classica goccia che fa traboccare il vaso a margine di una classifica e di risultati deprimenti.

In quasi 2 anni al Tottenham, Mourinho ha avuto una media punti tutt'altro che speciale: 1.77 a partita su 86 gare complessive (45 vittorie, 17 pareggi, 24 sconfitte). Poco davvero. Il punto più basso della parabola di allenatore iniziata in maniera scintillante al Porto e che, dopo aver trionfato in Serie A e in Champions con l'Inter (media di 2.12 punti a match) ha avuto un calo costante (2.30 al Real Madrid, 1.96 al Chelsea, 1.97 al Manchester United fino al tracollo Spurs), ha raccolto buoni risultati (tra cui i titoli nella Liga e in Premier) ma non ottimi e nemmeno ‘speciali'. Sopratutto in Champions che non riuscirà a vincere coi blancos, né col Chelsea. Mentre a Manchester (sponda United) dovrà ‘accontentarsi' dell'Europa League.

Nella Capitale si augurano che il suo arrivo in panchina spazzi via la maledizione di "zeru tituli" che proprio il portoghese lanciò quando era alla guida dell'Inter. "Qui per vincere, daje", le prime parole da neo allenatore giallorosso. Ci metterà del suo ma molto dipenderà dagli investimenti della società sulla squadra e dalla tenacia con la quale lo sosterrà. Il segnale, però, è chiaro. Abbastanza da far volare il titolo del club in Borsa. E da regalare un sogno, con un pizzicotto sulla guancia.