Michele Padovano: “La Juve è piatta, senz’anima. Se fossi un dirigente andrei subito a parlare con Conte”
La Juventus non è soltanto una squadra che fatica a vincere. È una società che da diversi anni cerca una strada per ritrovare se stessa, oscillando tra cambi di allenatore, rivoluzioni dirigenziali e progetti tecnici che faticano a consolidarsi. Una crisi che non si misura soltanto attraverso la classifica, con 3 sconfitte in 9 giornate nel campionato 2026-2027, ma ci sono delle evidenti difficoltà di riconoscersi in una squadra capace di trasmettere personalità, appartenenza e ambizione. La pesante battuta d'arresto contro il Genoa ha riacceso interrogativi che accompagnano da tempo il mondo bianconero e per Michele Padovano, ex attaccante della Vecchia Signora e protagonista di stagioni importanti con il club bianconero, il problema va ben oltre il risultato di una singola partita: la mancanza di carattere, l'assenza di un'identità riconoscibile e le responsabilità di chi deve guidare la squadra sono elementi che non possono più essere ignorati. Padovano analizza per Fanpage.it il momento, non cerca alibi e non nasconde la propria preoccupazione.
Michele, partiamo dalla sconfitta contro il Genoa. Che cosa l'ha colpita maggiormente della prestazione della Juventus a Marassi?
L'atteggiamento dei giocatori. Non c'è anima, non c'è cuore. È una squadra piatta, che non riesce a trasmettere niente. Il problema non è soltanto perdere una partita, perché nel calcio si può perdere contro chiunque. Quello che non deve mai mancare sono l'impegno, il carattere e la voglia di lottare su ogni pallone. Alla Juventus, soprattutto, non puoi permetterti di entrare in campo con quell'atteggiamento.
Una sconfitta che, per come è maturata, sembra andare oltre le difficoltà tecniche…
Assolutamente. Il Genoa ha surclassato la Juventus sotto il profilo tattico, atletico e caratteriale. Non si è vista una squadra capace di reagire, di contrastare gli avversari, di creare situazioni pericolose. Non c'è stata praticamente partita. Non hanno creato occasioni da gol, non hanno messo pressione, non hanno dato la sensazione di voler ribaltare la situazione. È stato un disastro sotto tutti i punti di vista.
La sensazione è che i problemi fossero presenti anche prima di questa partita.
Certo. Anche quando la Juventus ha vinto, non mi ha mai dato l'impressione di una squadra con quella fame che ti fa pensare: adesso entriamo in campo e ci mangiamo gli avversari. Non l'ho mai vista davvero. Piano piano sono venuti fuori i problemi, che erano già presenti. La partita contro il Genoa li ha soltanto messi in evidenza in maniera clamorosa.
Quindi non si tratta di un episodio isolato.
No, è una situazione che va avanti da tempo. Ci sono state altre partite in cui si erano intraviste delle difficoltà. Il secondo tempo di Lecce, per esempio, non era stato brillante. La squadra aveva gestito il vantaggio, ma non aveva dato sensazione di controllo: quando certi segnali si ripetono, non puoi continuare a considerarli episodi.

Dopo la partita, Spalletti ha insistito sulla necessità di vincere i duelli individuali e arrivare prima sul pallone. Non è un'ammissione di difficoltà ancora più profonde?
Per certi versi sì, ed è proprio questo che mi preoccupa. Quando un allenatore parla di duelli individuali, di arrivare prima sulla palla, significa che sta riscontrando problemi che dovrebbero essere alla base del calcio. Un professionista deve allenarsi sempre al massimo, soprattutto se gioca nella Juventus. Non puoi permetterti di abbassare il livello dell'impegno.
Quanto è importante, in questi momenti, il rapporto tra allenatore e spogliatoio?
È fondamentale. Se ti accorgi che in allenamento qualcuno non dà quello che dovrebbe dare, devi intervenire. Io l'ho vissuto da calciatore: è capitato anche a me di non allenarmi come avrei dovuto e gli allenatori me lo facevano notare. A volte si discuteva e una volta, non alla Juve, mi è capitato di essere mandato via dall'allenamento. È normale, fa parte del lavoro. L'allenatore deve farsi rispettare e pretendere il massimo.
Quando un tecnico esterna pubblicamente certe difficoltà, il dubbio è che non riesca più a farsi seguire dalla squadra?
È una domanda legittima. Se un allenatore percepisce che i giocatori non stanno dando tutto, bisogna capire che cosa succede all'interno dello spogliatoio. Il punto è proprio questo: la squadra lo segue? C'è ancora sintonia? Perché se viene meno il rapporto tra allenatore e giocatori, diventa complicato andare avanti. Spalletti ha anche detto di sentirsi la persona giusta perché conosce i ragazzi, ma adesso servono risposte concrete.
Lei ritiene che il problema sia soprattutto tecnico o che riguardi anche la gestione del gruppo?
L'allenatore incide tantissimo. Io sono convinto che un tecnico possa determinare una parte enorme del rendimento di una squadra. Quando arriva un grande allenatore, riesce a trasmettere le proprie idee, a dare un'identità e a mettere i giocatori nelle condizioni di rendere. In questo momento, invece, la Juventus fa fatica a creare occasioni, non riesce a produrre gioco con continuità e non dà l'impressione di sapere sempre che cosa fare.

Però Spalletti aveva dato inizialmente l'impressione di poter cambiare le cose…
Sì, i primi due mesi non erano stati negativi. Anzi. Sembrava che la squadra avesse trovato un'idea, un modo di stare in campo, poi è andato tutto in discesa. Ed è proprio questo che fa riflettere: se all'inizio riesci a sistemare alcune situazioni e poi perdi progressivamente il controllo, devi capire che cosa è successo.
Padovano continua a sostenere che la Juventus abbia una rosa competitiva ma quello che si vede in campo è completamente diverso.
Io credo che questa sia una squadra forte. Ci sono giocatori di qualità, ma il problema è che non riescono a esprimersi come dovrebbero. Una squadra può avere ottimi elementi, ma se non funziona collettivamente diventa difficile mettere in mostra le qualità individuali. In questo momento vedo troppi giocatori che si nascondono, che non sembrano tranquilli, che sbagliano anche cose che normalmente non sbaglierebbero.
L'assenza di Yildiz può incidere sul rendimento offensivo?
Yildiz è un giocatore importante, probabilmente quello che ha più qualità per fare la differenza negli ultimi metri. Ma non possiamo utilizzare le assenze come giustificazione. Le alternative devono essere all'altezza, altrimenti non sei da Juventus.
La crisi attuale, però, non può essere attribuita soltanto all'allenatore: quanto pesano le responsabilità della società?
Pesano moltissimo. Sono ormai cinque o sei anni che la Juventus è lontana dalle vittorie a cui aveva abituato i propri tifosi. Parliamo di una società che per tanti anni ha dominato in Italia, che aveva costruito una mentalità riconoscibile e che sapeva come raggiungere determinati obiettivi. Adesso, invece, sembra mancare una direzione chiara.

Il continuo cambiamento dei dirigenti ha contribuito a questa instabilità?
Sicuramente. Ogni anno si cambia qualcosa, si modificano gli assetti, si riparte con nuove persone e nuove idee. Ma così diventa difficile costruire un progetto duraturo. Una grande società deve sapere chi vuole essere, quale calcio vuole proporre e quali persone sono in grado di realizzarlo. Non puoi cambiare continuamente strada senza pagare delle conseguenze.
Eppure, la Juventus resta una società con una proprietà forte e una storia importante…
Io credo che la vera garanzia sia John Elkann, perché ha sempre ribadito che la Juventus è una questione di famiglia e che non intende venderla. Mi auguro che questa convinzione porti alla costruzione di una dirigenza importante, capace di mettere in campo una squadra importante e di scegliere un allenatore altrettanto importante. In questo momento, però, non vedo ancora tutto questo.
Arriviamo al tema scottante ma di stretta attualità: da qualche ora si fanno i nomi di Pioli e Deschamps se le cose dovessero precipitare ma se la Juventus decidesse di cambiare, Padovano chi vedrebbe meglio sulla panchina bianconera?
Io non ho dubbi: Antonio Conte. Per me è il più bravo di tutti. Può essere simpatico o antipatico, può piacere oppure no, ma quando devi valutare un allenatore devi guardare i risultati e la capacità di incidere su una squadra. E Conte ha dimostrato di saperlo fare.
Che cosa potrebbe portare alla Juventus in questo momento?
Prima di tutto, una scossa. Conte entra nello spogliatoio e pretende immediatamente il massimo. Non accetta atteggiamenti superficiali, non lascia passare determinate cose. Ha una personalità fortissima e riesce a trasmetterla ai giocatori. La Juventus, oggi, ha bisogno proprio di questo: di qualcuno che rimetta ordine, ricostruisca l'ambiente e restituisca entusiasmo.

Il suo primo ciclo bianconero rappresenta ancora un modello?
Assolutamente. Quando arrivò, la Juventus veniva da stagioni difficili, con piazzamenti che non erano all'altezza della sua storia. Conte entrò nello spogliatoio e cambiò immediatamente la mentalità. Aveva davanti giocatori importanti, come Buffon, Chiellini e Bonucci, ma riuscì a scuotere tutti. Fece capire che certi risultati non erano accettabili per una squadra come la Juve.
Antonio Conte riuscirebbe a valorizzare anche l'attuale rosa?
Ne sono convinto. Questa squadra ha qualità e, con la guida giusta, potrebbe tornare a esprimersi a livelli molto più alti. Conte sa lavorare sul piano tattico, ma soprattutto è un allenatore che riesce a coinvolgere i giocatori. Li porta a dare qualcosa in più, li responsabilizza e crea un'identità precisa. È quello che manca oggi alla Juventus.
Ma lei crede davvero che Antonio Conte possa tornare a Torino?
Questo non lo so ma se fossi un dirigente della Juventus andrei a parlare con Conte immediatamente.
Nessuno ha la sfera di cristallo, ma quanto dirà Juventus-Napoli sul prossimo futuro bianconero?
Tanto. Dirà tanto.