Giorgio Galimberti: “Sinner ci ha dato una lezione fermandosi: lui ha capito. Devo dire grazie a Elena Pero”
Pochi addetti ai lavori conoscono le dinamiche del tennis italiano meglio di Giorgio Galimberti. Ex azzurro di Coppa Davis, voce tecnica per Sky e Supertennis, oggi guida una delle realtà formative più strutturate del Paese, la Galimberti Tennis Academy. In questa intervista abbiamo tracciato con lui un bilancio sul momento d'oro del nostro movimento: dall'"effetto Sinner" sulle nuove generazioni fino all'ansia del "tutto e subito" che circonda i giovani giocatori, una frenesia alimentata paradossalmente più dai genitori che dai diretti interessati.
L'analisi del classe 1976 entra nelle pieghe del circuito ATP ed esalta il lavoro dietro le quinte che ha portato alla rinascita italiana. Un approfondimento che spazia dalla straordinaria etica del lavoro di Jannik Sinner, capace di dettare la linea e insegnare l'importanza del riposo ai massimi livelli, fino alla battaglia sportiva e sindacale di Andrea Vavassori per tutelare la disciplina del doppio. In chiusura, un ricordo sentito e doveroso dedicato a Elena Pero, fuoriclasse della telecronaca che ha segnato un'epoca nel racconto di questo sport
Giorgio da quando è iniziata questa meravigliosa età dell'oro del nostro tennis, con i risultati eccezionali di Sinner e non solo, è cambiato qualcosa nell'approccio al tennis anche nella tua fortunata Accademia. Non c'è il rischio di badare troppo ai risultati?
"L'accademia è nata nel 2009 a San Marino e poi ho costruito una struttura di proprietà a Cattolica nel 2020. Da lì ci siamo spostati, abbiamo cavalcato questo periodo sicuramente ottimo per il tennis, diventando probabilmente, a livello numerico, come attività full time, la prima struttura in Italia per numero di giocatori. Noi, come allenatori, e io come direzione, vogliamo focalizzarci più sulla qualità del lavoro che sul risultato. Il risultato lo vediamo e cerchiamo di insegnare al ragazzo che è una conseguenza del lavoro, della costanza, della dedizione, della quotidianità e dell'attenzione a ogni dettaglio, dentro e fuori dal campo. Quindi cerchiamo di togliere un pochettino il metro di misura sul risultato e spostarlo invece sull'autoanalisi di quello che si fa nella quotidianità. Poi quello che arriva dipende da tantissimi fattori, ma cerchiamo di ottimizzare quello che è nel nostro e nel loro controllo".
E da parte dei ragazzi invece, c'è una maggiore voglia di avere tutto e subito sulla scia dei tanti successi azzurri?
"No, fretta no. Io, nel mio ambiente non la percepisco. Ce l'hanno forse a volte di più i genitori dei giocatori stessi. Mi ritrovo a fare delle chiamate riguardo alla velocità nell'ottenere risultati più con i genitori che con i giocatori stessi. Cerchiamo di far capire sin da subito che il tennis è uno sport dove, per la maggior parte dei tennisti, ci vuole pazienza. Ecco, questa è una grande qualità che deve avere un tennista. Perché i miglioramenti arrivano con una velocità relativa: quando lavori su un colpo, sulla tecnica ad esempio, ci vogliono mesi, tante ripetizioni affinché un cambiamento diventi concreto e il gesto diventi autonomo e non ragionato. Quindi la pazienza è basilare. I giocatori sposano al cento per cento il nostro percorso e si affidano veramente molto. Questo in generale poi c'è ovviamente l'individuo che magari invece è più in ansia da prestazione, vuole fare risultato. Puntiamo comunque sul processo perché questo ti fa lavorare meglio e più sereno e di conseguenza i risultati arrivano con la giusta mentalità".
Poi ci sono tante componenti nella vita di un tennista e bisogna coltivare tutto piano piano?
"Notiamo che la parte mentale sicuramente è molto più importante, ma anche percepita da parte dei giocatori e delle famiglie rispetto al passato. Cioè, si presta molta attenzione alla cura con mental coach o psicologi dello sport applicati al tennis. Si vive meglio il viaggio verso il professionismo. Sto parlando di ragazzi magari giovani che hanno grandi ambizioni. Ci sono tante componenti: tecnica, tattica, fisica, mentale, programmazione della parte agonistica, quindi scegliere in base al tuo livello, alla tua classifica e alla tua età quante partite fare e a che livello giocare, perché ci sono dei numeri che sono importanti. Un professionista deve giocare 70 partite all'anno. Se ne gioca poche vuol dire che ha sbagliato la programmazione; se ne gioca troppe vuol dire che ha perso tempo giocando a livelli troppo bassi. I vari ingredienti devono essere tutti curati affinché si arrivi a un risultato, anche perché il tennis si è spinto talmente tanto in alto che c'è l'eccellenza in ogni ingrediente e quindi non ne possiamo tralasciare nessuno".
Anche grazie alla rubrica di Supertennis Circolando hai raccontato la vita dei circoli. Secondo te è più l'effetto dei successi di Sinner e degli altri azzurri ad aver aiutato il movimento tennistico italiano o il contrario?
"È più articolata la cosa. Secondo me arriva innanzitutto da un lavoro più che ventennale della Federazione. Qualcosa di grandioso con il fine di arrivare a questo risultato. È ovvio che Sinner è una ciliegina sulla torta che poteva arrivare come non arrivare, perché il fenomeno ci è nato in casa, a pochi chilometri dall'Austria, ma è italiano ed è contento di esserlo. Però quello che c'è dietro, ovvero il grande numero di giocatori a livello Challenger, a livello ATP, l'avere dieci giocatori nei top cento e 4 nei primi sedici è frutto di un percorso che arriva da tante cose".
C'è dunque un sottobosco dove si lavora duro, sul campo tutti i giorni e i risultati alla fine arrivano.
"In primis, devo sottolineare, le competenze dei miei colleghi a livello nazionale. Perché c'è una scuola nazionale, un istituto di formazione molto competente che sta dando gli strumenti per allenare, per far crescere sin dalle basi, dalla scuola tennis fino all'agonismo, i nostri allenatori. Basi teoriche poi applicate sul campo. Quindi abbiamo una grande vastità di allenatori competenti. Questa è una gran cosa. Ovviamente con una ristrutturazione generale federale nata nel 2000 quando Angelo Binaghi è andato alla presidenza. E lì abbiamo cambiato l'istituto di formazione, abbiamo creato il settore tecnico. Abbiamo un torneo internazionale, gli Internazionali d'Italia, che dà una grande visibilità e dà ovviamente finanze alla Federazione per poter investire nel settore tecnico. Non di meno SuperTennis, che è entrato nelle case degli italiani, perché comunque uno che non ha Sky, con il 64 il tennis lo vede. Magari non vede i Masters 1000, perché ce li ha Sky, però vede tennis. E quindi questo comunque stimola".
Possiamo considerare dunque ad oggi l'Italia un Paese a misura di tennis?
"Tutti questi ingredienti messi insieme creano una potenza di fuoco importante. Oggi siamo una realtà a livello federale mostruosa per numero di praticanti, di giocatori, di tesserati. Quando il bacino è molto grande è anche più semplice trovare la materia buona. Questo sicuramente è un lavoro che è partito più di vent'anni fa. Quello a cui adesso bisogna stare molto attenti è cercare di specializzarsi, visto che il tennis è fatto da tanti settori: scuola tennis, fase di formazione giovanile, fino al semiprofessionismo e professionismo. Io faccio academy e questo ruolo lo devo fare a livello imprenditoriale. Il ruolo della scuola tennis lo deve fare un circolo tennis, a volte anche con i soci e quant'altro, e deve specializzarsi in quello. Quelli con ambizioni agonistiche devono arrivare fino a un certo punto. Molto spesso ci si confonde. L'ambizione di creare un ambiente agonistico nel club molto spesso può creare delle problematiche se il club non è attrezzato per poterla supportare. Parlo di spazi, parlo di staff che viaggia".
Oltre alle strutture bisogna avere anche personale sempre pronto a muoversi e seguire i ragazzi vero?
"Io ho quindici allenatori su nove campi, capisci bene che c'è una discrepanza. Perché ne ho di più? Perché i giocatori devono essere seguiti nei tornei, quindi ho costantemente allenatori che girano per il circuito per supportare anche in gara i giocatori. Notiamo un po' di lacune in certi circoli che ogni tanto dovrebbero capire di tornare indietro e focalizzarsi sulle loro virtuosità e dare spazio agli altri. Poi c'è qualcosa che ammazza un po' il mercato e abbassa il livello: i sono tanti allenatori che pur di arrivare al circuito maggiore magari fanno la politica del discount. Purtroppo alcuni giocatori sla posano, però quando compri al discount compri anche un servizio inferiore e poi alla fine il risultato è figlio anche della qualità generale di cui si circonda il giocatore".
Quanto è importante la prima fase della formazione, quella con i più piccoli?
"Io reputo un allenatore che segue i bambini, parlo della scuola tennis, con lo stesso valore di un grande maestro. Perché è capace di formare dei piccoli bambini e trasformarli in potenziali talenti, così come è importante l'allenatore che mi va in giro per i Challenger ad allenare un professionista numero 200 del mondo. Fanno ruoli diversi ma lo possono fare ugualmente in modo eccellente. Purtroppo a volte gli allenatori pensano che allenare i bambini di 8-9-10 anni sia un lavoro di qualità inferiore, invece non lo è. Anzi, vorrei avere tante persone che abbiano il sogno di creare piccoli talenti. Un grande allenatore che ha anche l'ambizione di fare la fase iniziale della carriera piuttosto che la fase finale per essere sotto i riflettori, lo stimo molto e credo che sia forse un valore aggiunto oggi da dover andare a ricercare nel nostro ambiente tennistico. Abbiamo in mano del materiale da curare con attenzione a 360 gradi, non solo a livello sportivo, perché i genitori ce li affidano tre, quattro, cinque pomeriggi a settimana, quindi diventa un ruolo chiave".

Giorgio per quanto riguarda l'attualità cosa ne pensi della situazione di Sinner, ti preoccupa?
"Jannik non finisce mai di insegnare. Anche questa pazienza che ha nel rientrare è veramente da prendere come esempio per quei giocatori che invece hanno fretta e fanno più danni della grandine. Perché se devi rientrare per non essere al cento per cento, in un circuito dove già al cento per cento risulta difficile essere vincente, è un boomerang. Lui ha capito. Secondo me nella sua testa ha solo il numero uno del mondo. Però giustamente deve dare la priorità alla fase di recupero e rientrare quando è certo di non avere ulteriori ripercussioni negative a causa della fretta".
E per chi pensa alla carriera ancor prima che all'immediato, la fretta può essere nociva no?
"La fretta è un po' un problema e anche qui da lui dobbiamo cercare di imparare. Lui ha insegnato tanto, a essere meticolosi, a dare delle priorità che a volte non si danno. Ti faccio un esempio: Jannik è un giocatore che a Wimbledon ha scelto di fare una modifica tecnica da foot-back a foot-up (un cambio relativo all'impatto che i piedi hanno in fase di servizio, ndr), prima dell'inizio di Wimbledon. Cioè, lui ha detto: ‘È inutile che aspetto la fine della stagione per fare un miglioramento tecnico, lo faccio in corso d'opera, a costo anche di magari avere qualche difficoltà, ma prima arrivo a risolvere il mio problema tecnico, prima inizierò a vincere, non sto ad aspettare la fine dell'anno'. Molto spesso invece c'è questa mentalità di iniziare a lavorare su cambiamenti profondi del giocatore solo a fine anno. Comunque Sinner è pieno di insegnamenti e ha cambiato il mondo del tennis, l'approccio all'allenamento, alla programmazione e quant'altro, non solo per gli italiani ma anche per gli stranieri. Zverev docet, è un giocatore che è diventato meticoloso grazie a Jannik, perché l'ha emulato".
Che momento è anche per gli altri giocatori azzurri, in fondo siamo abituati molto bene.
"Sul periodo italiano ora abbiamo qualche difficoltà. Musetti comunque ha subito parecchi infortuni ed è un giocatore che è stato cinque del mondo, mentre adesso è un po' sceso. Sicuramente confido nel suo rientro e in ogni caso, abbiamo un movimento estremamente florido. Abbiamo avuto una stagione, se andiamo ad analizzare il 2026, dove quando non c'era Jannik c'era qualcun altro a farci godere. Cobolli è cinque del mondo. Quando va via uno ne arriva un altro, c'è un interscambio di giocatori incredibile e questo è segno di un movimento florido".
Si avvicinano anche le Finals di Coppa Davis e noi ci arriviamo da campioni in carica, che sensazioni hai?
"Quando ti appoggi a un solo giocatore, sai benissimo che sei a rischio. Noi di base siamo tutelati, abbiamo vinto una Coppa Davis senza Jannik e senza Musetti. Le altre nazioni comunque non sono arrivate sguarnite, tranne la Spagna senza Alcaraz. Anche la Germania aveva Zverev e abbiamo vinto noi. Sicuramente spero di riavere tutta la rosa al completo nel 2027, da vero appassionato di tennis, oltre che da addetto ai lavori, e giocarci le nostre carte in tutti i grandi Slam con i nostri migliori giocatori. Però in questo momento, se devo essere onesto, abbiamo bisogno di riacquisire un pochettino di salute, per alcuni di noi, anche nel femminile: la stessa Paolini, la stessa Cocciaretto. Il tennis è molto duro fisicamente, non sono solo i nostri giocatori, Alcaraz ne è l'esempio e tanti altri, e purtroppo gli infortuni sono all'ordine del giorno e bisogna saperli gestire. Speriamo che i ragazzi abbiano fatto la scelta giusta di prendere un po' più di tempo e di rientrare più sani di prima".

Giorgio pensi che ci sia un momento di appiattimento nel tennis tolti i primi tre rispetto al passato, soprattutto tra i top ten?
"Zverev ha sicuramente giovato dell'assenza degli altri due, però c'è da dire che forse ha trovato anche la sua miglior condizione perché si è sbloccato. L'abbiamo visto giocare, fare un anno incredibile. Anche quando ha perso, la finale a Wimbledon secondo me è stata una conferma che Zverev comunque, dopo essersi tolto il peso del Grande Slam a Parigi, ha iniziato a giocare meglio, più propositivo, e con i piedi dentro il campo con il diritto. Siamo sempre stati abituati ad avere quei tre, quattro là in cima e gli altri dietro. Così è stato anche con Federer, Nadal, Djokovic e c'infilo anche Murray: tutto il resto era, seconda fascia, anche se è veramente irrispettoso chiamarla così".
Tutto chiaro insomma, i primi sono troppo forti e il divario sugli altri è notevole.
"La punta della piramide sono loro, ma il livello è comunque molto alto. Si vede del grande tennis e gli stessi campioni stanno dimostrando che comunque, tolta la scia incredibile di Sinner, dove ha vinto tutti quei Masters c'era sempre partita. Anche Alcaraz ha lasciato qualche partita per strada con altri giocatori. Insomma, il livello è veramente molto alto, l'appeal c'è perché il tennis sta tirando da paura, però non dobbiamo nasconderci dietro un dito nel dire che ovviamente Jannik fa la differenza a livello mediatico".
Certo che l'effetto Sinner ha stravolto tutto, soprattutto in Italia non credi?
"Tutta quell'ondata di persone nuove al tennis che seguono Jannik più che il movimento, è ovvio che quando non c'è lui si distraggono un po' dal tennis e magari tornano a seguire cose alternative. Quindi di Jannik abbiamo bisogno perché comunque oggi è lui il simbolo del tennis. Speriamo che ne arrivino altri. Cioè, lo stesso Cobolli, devo dire la verità, tolto questo periodo finale dove ha avuto qualche difficoltà fisiologica, è un giocatore apprezzatissimo sia a livello nazionale sia all'estero. Non a caso è uno dei più ambiti dagli sponsor, perché è un veicolo importante a livello di immagine e noi dobbiamo sfruttarlo, tra virgolette, nel senso ovviamente della promozione tennistica, al meglio".

Sei stato un grande doppista Giorgio, cosa pensi della battaglia di Andrea Vavassori e compagni per cercare di salvare questa disciplina?
"Il doppio è una specialità molto spettacolare, bella, che rappresenta la storia del tennis, perché storicamente il tennis ne ha sempre fatto parte e forse in passato aveva ancora di più una visibilità importante. Forse perché la Coppa Davis, tempi addietro, aveva avuto anche un picco di notorietà. Detto questo, secondo me ci vorrebbe una giusta via, tra la politica che stanno cercando di portare avanti con l'associazione, con l'ATP, e magari le richieste dei giocatori che, comprendo, hanno dedicato una vita a costruire una professione che rischia di crollare. Parlo dal punto di vista anche strettamente economico, perché comunque il giocatore è un professionista, quindi gioca anche per guadagnare, non solo per la gloria. Bisogna trovare una soluzione che faccia contenti tutti. A livello di programmazione all'interno del torneo, il torneo di doppio non crea dei problemi, assolutamente. Probabilmente bisognerà studiare, e non è il mio ruolo, una formula che possa andar bene a tutti e non sia così impattante da tagliare fuori tanti giocatori dal poter vivere di tennis con il doppio. Questo è un po' quello che penso. Però non sono così edotto da potermi schierare, non me la sento nemmeno, onestamente".
Hai lavorato a Sky e quindi non posso non chiederti un pensiero su Elena Pero.
"Posso soltanto ricordare con estrema felicità i momenti passati in telecronaca con lei a Sky, perché ho avuto un privilegio e non lo dico soltanto perché oggi siamo qui con Elena che non è più tra noi. Lavorare con Elena è stata un'esperienza stimolante, formativa. Perché la sua professionalità è fuori da ogni dubbio, al top. L'attenzione ai dettagli, tutte le sue annotazioni di qualsiasi cosa accadesse dentro il campo durante la telecronaca, una memoria storica incredibile, ma anche una competenza tecnica. Perché il telecronista solitamente racconta la partita, ma non deve poi essere così conoscente del tennis dal punto di vista tattico-tecnico, ma lei lo era. Tante partite commentate con grande attenzione, ascoltando anche chi aveva accanto, quindi persone di esperienza quali Bertolucci e tanti altri. E lei ha fatto sempre tesoro di tutto quello che ha sentito e noi abbiamo fatto tesoro di quello che abbiamo sentito da lei. Credo che le telecronache italiane siano anche a certi livelli molto alti, anche grazie e soprattutto a Elena Pero".