Paolo Bertolucci, in una delle nostre chiacchierate, me l'aveva detto: "Elena non legge nulla". Ma io c'ho voluto, come si suol dire, sbattere la testa con la diretta interessata. Cosa pensava la Pero delle surreali critiche alle sue telecronache, come reagiva un'addetta ai lavori del suo calibro, nonché un'appassionata intenditrice di tennis, di fronte a chi puntava il dito contro quello che in realtà era un inno alla professionalità? Paradossale come una giornalista, ma ancor prima un'amante del tennis a tutto tondo capace di esaltarsi per un gesto tecnico con sobrietà, eleganza e spontaneità, a prescindere dalla nazionalità dell'autore dello stesso sia stata invece attaccata per non aver parteggiato in modo più sfacciato per Sinner o addirittura (sorrido amaramente solo a scriverne) per aver preferito Alcaraz. Il mondo al contrario, quello dove ormai ci si è abituati a tutto anche a urla sguaiate e inutili prosopopee.
Ecco allora la voglia di capire dalla stessa Pero cosa ne pensasse di tutto questo anche se in fondo in fondo la risposta anticipataci dal suo compagno di mille telecronache la sapevamo già. L'occasione è arrivata al termine della scorsa stagione quando ho avuto il piacere di intervistarla su Fanpage: parliamo sempre di tennisti, coach, tecnici, ma come vivono il tennis anche coloro i quali devono raccontarlo? E come è cambiato il racconto negli anni? Nel caso specifico della storica voce di Sky c'era la voglia di sapere se realmente tutto il chiacchiericcio social la importunava oppure veramente riusciva a volare alto proseguendo per la sua strada, illuminata.
Quando si arrivò al dunque Elena Pero si mostrò quasi infastidita, al punto di arrabbiarsi. Non per le critiche anche becere, ma per il solo fatto di aver ricevuto questa domanda: "Francamente, penso sia bello parlare di tennis e di partite, ma meno di telecronisti. Noi siamo degli accessori. Siamo poco importanti, ecco". Un manifesto di una professione e di una grande professionista capace sempre di fare un passo indietro rispetto allo sport che raccontava. E lo faceva in modo leggero, ma sempre sobrio. Perché dietro anche quei semplici "mamma mia", "oppalà", alternati a visioni lucidissime e dettagliate dei momenti dei match così via c'era quell'amore sconfinato per il tennis e per quella semplicità che è una dote solo dei grandissimi.
Proprio per questo il dualismo con Roberto Lombardi prima e Paolo Bertolucci poi ha sempre funzionato: "Sono persone non pompose, che sanno scherzare. In fondo si parla di uno sport, di tennis: il grande vantaggio è quello. Sono stati anche grandissimi campioni, però sanno mettersi al servizio di ciò che stanno vedendo e non sono quelli che dicono ‘ai miei tempi…'. Vivono il presente, ed è bellissimo". E allora eccolo lì il: "Chi se ne frega delle telecronache? Parliamo di Sinner, Musetti, Alcaraz, Cobolli…". Perché in fondo "Una critica è mille volte più utile dei complimenti, ma oggi è tutto troppo esagerato". E tutto questo è stata una conferma dell'essenza di Elena Pero del suo averci accompagnato per 30 anni nel campo da tennis in punta di piedi ma in un modo diventato unico e riconoscibile, senza mai andare oltre le righe. Perché non era lei quello che contava, ma solo lo spettacolo descritto e poco importa di chi non gradisce e lo esterna in malo modo.
Siamo abituati all'eccesso, siamo abituati a posizioni forti e racconti sportivi che sfociano spesso nell'esagerazione. Non aveva bisogno di tutto ciò Elena Pero capace di emozionare e emozionarsi, e anche di trattenersi per quella sobrietà che il suo modo di essere le imponeva. Quella famosa intervista infatti si concluse con le lacrime di chi mesi dopo ripensava al racconto del primo eccezionale trionfo di Jannik Sinner. Una reazione non certo dovuta al fatto di aver legato il proprio nome ad un pezzo della storia della televisione e dello sport italiano, ma per la gioia di aver assistito e raccontato la meraviglia di un traguardo tanto atteso con il solito elegante passo indietro per lasciare la scena al campo e ai suoi protagonisti. Ci mancheranno la sua voce rassicurante, la sua ironia sottile e quella purezza genuina con cui sapeva stupirsi di fronte a un bel colpo. Il tennis, da oggi, sarà un po' più silenzioso e un po' più solo.