Cobolli in lacrime a Vienna, Berrettini lo abbraccia: “Siamo due ragazzini di Roma che giocavano a tennis
Matteo Berrettini ha visto Flavio Cobolli coprirsi la faccia con l'asciugamano e ha capito tutto. Non c'era bisogno di chiamare il medico né di aspettare l'arbitro. Si è alzato dalla sedia e lo ha abbracciato. Poi gli ha detto una cosa che vale più di ogni altra parola. La frase che solo lui può pronunciare. Lui sa, lui può. "Ora vedi tutto nero, non prendere decisioni affrettate". L'amico di una vita e rivale in campo a Vienna piange ed è costretto a ritirarsi per un infortunio muscolare alla coscia sinistra. La stessa che aveva fatto i capricci nel match d'esordio. La stessa che adesso gli mette in testa brutti pensieri, proprio ora che le ATP Finals sembravano vicinissime. È una scena che ha colpito anche per quello che c'è dietro, oltre all'amicizia profonda che li lega fin da ragazzini.
Berrettini lo sa, c'è passato troppe volte
Berrettini conosce bene la sensazione di vedere il proprio percorso frenato dal fisico, le occasioni che sfumano e l'incertezza di non sapere quando si potrà tornare a giocare. Cobolli non piangeva solo a causa della fitta alla gamba. "Scusate" ha detto al pubblico prima di abbandonare il campo, confuso e col cuore gonfio di dolore. Pensava alle Finals di Torino che distano tre settimane, alla partecipazione che rischia di saltare per un muscolo. E Berrettini ha riconosciuto al volo quello stato d'animo. Certe cose hanno bisogno di essere spiegate. Le comprendi e basta.
"Mi sono trovato in quella situazione tante volte, forse troppe, per questo mi sono emozionato". L'ha detto dopo, a caldo. "So quanto può essere difficile, so quanto voglia essere a Torino e l'ultima cosa che vuoi è infortunarti a poche settimane di distanza. Con un po' di fortuna non sarà niente di grave". Non è la frase fatta del vincitore. Berrettini parla (anche) di se stesso.

Il ricordo di quando Cobolli ha scelto il tennis e non il calcio
Poi Berrettini ha detto la frase che è rimasta in testa a tutti. "Io e Flavio non siamo due avversari. Siamo due ragazzini di Roma che giocavano a tennis nei weekend. Mi ricordo il giorno in cui ha scelto il tennis invece del calcio. Ricordo i suoi occhi, che sono gli stessi occhi che ha ora. Un piccolo bambino che sognava di calcare i grandi palcoscenici. Penso che meriti di essere lì e penso che meriti la carriera che sta avendo finora, quindi non gli auguro altro che il meglio".
Non stava semplicemente consolando l'amico Cobolli. Non voleva vincere così. E quell'abbraccio a Vienna è valso più di qualsiasi quarto di finale. Ecco perché si è emozionato.