video suggerito
video suggerito

Maurizio Lanzaro: “Giocavo a PlayStation con Totti. Dopo il ritiro ho aperto ristoranti in Spagna”

Dall’esordio nella Roma di Zeman e Capello all’impresa della Reggina, fino agli anni in Liga con il Real Saragozza: Maurizio Lanzaro racconta a Fanpage.it la sua carriera, i grandi campioni incontrati e la sua nuova vita da allenatore.
Lanzaro a contrasto con Totti durante Reggina–Roma.
Lanzaro a contrasto con Totti durante Reggina–Roma.

Maurizio Lanzaro ha vissuto due vite. La prima in Italia e la seconda in Spagna. Cresciuto nel vivaio della Roma, ha esordito in Serie A a soli 17 anni, facendo parte anche della rosa dello Scudetto. Dopo le esperienze in diverse piazze italiane, ha legato il suo nome soprattutto alla Reggina, con cui ha firmato la storica salvezza del 2006-2007 nonostante la penalizzazione di 15 punti. Successivamente ha indossato la maglia del Real Saragozza, dove ha scoperto una nuova cultura calcistica e costruito anche la sua vita privata. Ancora oggi si divide ancora tra Spagna e Italia, dove ha intrapreso la carriera da allenatore e quest'anno ha guidato la Bovalinese in Promozione calabrese. A Fanpage.it ripercorre le tappe più significative del suo percorso, tra aneddoti, grandi compagni e riflessioni sul calcio di ieri e di oggi.

A 17 anni ha esordito in Serie A con la Roma. Da dove nasce il suo lungo viaggio nel mondo del calcio?
"Ho iniziato a 12 anni. In realtà avevo sempre giocato per strada. Vengo da una famiglia dove tutti giocavano a calcio: mio padre e i miei fratelli hanno sempre giocato nei dilettanti, due di loro sono arrivati fino alla Serie C. Io però all'inizio non volevo giocare. Poi, a 12 anni, feci un provino con la scuola calcio del Poggiomarino. Vennero gli osservatori della Roma e nel giro di due mesi mi ritrovai a Trigoria. Dai 12 ai 20 anni sono sempre stato nel settore giovanile giallorosso".

Maurizio Lanzaro ai tempi della Roma.
Maurizio Lanzaro ai tempi della Roma.

Con chi è cresciuto nelle giovanili della Roma?
"Con tanti ragazzi che poi hanno fatto grandi carriere: Gaetano D'Agostino, Alberto Aquilani, Daniele De Rossi, Manuele Blasi e Simone Pepe. La Roma, già allora, aveva uno dei migliori settori giovanili d'Italia".

Che ricordi ha della prima squadra?
"Sono ricordi bellissimi. Dai 16 anni mi allenavo spesso con la prima squadra. Ho avuto la fortuna di vivere Trigoria tutti i giorni e poi di far parte anche della rosa dello Scudetto. Il primo allenatore che mi fece esordire fu Zeman. L'anno dopo, con Capello, giocai altre due partite e feci nove panchine nella stagione dello Scudetto".

Ha avuto grandi campioni accanto. Chi le ha lasciato di più?
"Aldair. Ho esordito a 17 anni contro il Piacenza e giocavo addirittura terzino destro, che non era il mio ruolo naturale. Lui era il centrale e cercava continuamente di trasmettermi fiducia. Sui calci piazzati mi diceva sempre di andare a saltare, per darmi coraggio e farmi prendere confidenza con la Serie A. Di Aldair ho ricordi straordinari. Come persona è eccezionale e come difensore era incredibile: giocava sempre a testa alta, con entrambi i piedi".

Lanzaro fronteggia Ibrahimovic durante Reggina–Inter.
Lanzaro fronteggia Ibrahimovic durante Reggina–Inter.

Dopo la Roma ha girato molto. Che bilancio fa di quelle esperienze?
"Ho fatto Palermo, Verona, Cosenza, Salernitana, Empoli e poi la Reggina. Ho girato tanto, soprattutto al Sud. Ho avuto la fortuna di giocare praticamente ovunque e porto con me bellissimi ricordi di ogni piazza".

A proposito di Reggina, in Calabria ha vissuto una delle pagine più incredibili della storia del club: la salvezza dopo il -15. Cosa rappresenta per lei?
"Credo che un campionato così ti capiti una sola volta nella vita. La Reggina non aveva mai fatto 52 punti in Serie A. È stata una stagione straordinaria sotto tutti i punti di vista. Eravamo un gruppo eccezionale e gran parte del merito va al presidente Lillo Foti e soprattutto a Walter Mazzarri, che riuscì a creare un gruppo di uomini prima ancora che di calciatori. Sin dall'estate ci disse che credeva nell'impresa. Alcuni giocatori non se la sentirono di restare dopo la penalizzazione, ma chi rimase iniziò davvero a crederci. Vincere subito la prima partita contro la Roma ci diede una forza incredibile. Partire da -15 e togliere subito tre punti dalla penalizzazione fu una spinta enorme".

Nel finale di stagione batteste anche il Milan campione d'Europa…
"È vero, anche se arrivavano dopo la vittoria della Champions ed erano un po' più leggeri mentalmente. Ma restava il Milan di Pirlo, Seedorf, Ronaldo e Gattuso: una squadra incredibile".

Lanzaro durante un allenamento con la Reggina.
Lanzaro durante un allenamento con la Reggina.

Quella Reggina era una squadra molto forte. Chi la impressionò maggiormente per leadership e non solo a livello tecnico?
"È facile fare il nome di Nicola Amoruso, che aveva già una carriera importante alle spalle. Ma quello che mi impressionò di più, per continuità durante tutta la stagione, fu Rolando Bianchi. Era ancora giovanissimo, ma aveva una cattiveria e una voglia incredibili. Si trascinava dietro il mondo".

Dopo l'Italia è arrivata la Spagna. Come nacque l'esperienza al Real Saragozza?
"Per caso. Dopo cinque anni alla Reggina mi ritrovai senza squadra. Mi allenavo da solo a Coverciano quando il Real Saragozza cercava un difensore. Lì aveva fatto molto bene Matteo Contini e cercavano un profilo simile. Il mio procuratore mi parlò dell'opportunità e andai. È stata una delle esperienze più positive della mia carriera. Forse il rammarico è averla fatta troppo tardi, a 28-29 anni. Mi ha fatto crescere tantissimo sotto tanti aspetti".

Cosa le ha insegnato il calcio spagnolo?
"Mi ha aperto la mente. In Spagna lavorano sempre con la palla e lo fanno a ritmi altissimi. Anche i bambini si allenano così: sbagliano, ma vengono abituati fin da piccoli a giocare forte con il pallone. Questa è una differenza enorme rispetto all'Italia".

Lanzaro in azione alla Reggina.
Lanzaro in azione alla Reggina.

Da allenatore pensa che in Italia ci sia qualcosa da cambiare?
"Sì. La responsabilità è anche nostra, degli allenatori. Il talento in Italia esiste, ma spesso non riusciamo a svilupparlo. Quando poi affrontiamo le scuole calcio europee si vede la differenza di ritmo e di metodologia".

A Saragozza ha condiviso lo spogliatoio con giocatori importanti come Gabi, Hélder Postiga e Ander Herrera. Che ricordi ha?
"Gabi era il nostro capitano ed era una persona eccezionale. Per me è uno dei centrocampisti più completi con cui abbia mai giocato. Ha avuto la sfortuna di vivere nell'epoca di Xavi, Iniesta e Busquets. Anche Hélder Postiga era un ragazzo straordinario. Abbiamo ancora contatti oggi. A Saragozza non è mai esploso completamente, ma era un professionista esemplare. Ander Herrera, invece, era ancora un ragazzo. Si vedevano già allora le sue grandi qualità".

In Spagna ha vissuto gli anni di Real Madrid e Barcellona spaziali: che effetto le ha fatto giocare contro Messi e Cristiano Ronaldo? 
"Un sogno, erano giocatori clamorosi e difficili da prevedere in qualunque momento. Potevi pensare qualsiasi tattica per arginarli ma loro comunque riuscivano ad eluderla. Nel Real c'erano anche Higuain, Ozil… senza parlare del Barcellona, squadre stratosferiche".

Lanzaro affronta Messi in Real Zaragoza–Barcellona.
Lanzaro affronta Messi in Real Zaragoza–Barcellona.

Quali allenatori l'hanno influenzata maggiormente?
"In Spagna ho avuto Javier Aguirre, che era un mix tra il calcio italiano e quello spagnolo: molto preparato tatticamente ma anche attentissimo al ritmo e all'intensità. In Italia, invece, uno degli allenatori che più mi ha lasciato è stato Angelo Gregucci. Secondo me è un tecnico molto preparato e avrebbe meritato una carriera ancora più importante".

Oggi vive in Spagna. Com'è cambiata la sua vita dopo il calcio?
"Vivo in Spagna dal 2010. Qui ho conosciuto mia moglie quando giocavo al Saragozza. Dopo aver smesso abbiamo aperto un'attività nella ristorazione: siamo arrivati ad avere tre locali. Poi ho deciso di tornare nel calcio e oggi alleno. Quest'anno ho guidato il Bovalino e spero di continuare a crescere come allenatore".

Chiudiamo con un ricordo della Roma dello Scudetto. C'è un aneddoto che non ha mai dimenticato?
"Il giorno del mio esordio. Poco prima della partita Zeman mi disse che avrei giocato titolare. Ma il primo a dirmelo fu Francesco Totti, ancora prima che il mister comunicasse la formazione. E poi ricordo le infinite partite alla PlayStation. Francesco era malato della Play: prendeva sempre noi più giovani, me, D'Agostino e gli altri aggregati alla prima squadra, e passavamo ore a giocare insieme. Sono ricordi che porto ancora oggi nel cuore".

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views