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Maurizio De Giovanni: “Ragazzi mai stati a Napoli indossano la maglia azzurra: questo Centenario è anche loro festa”

Lo scrittore Maurizio De Giovanni racconta a Fanpage.it il Centenario del Napoli tra memoria, appartenenza e passaggio generazionale: “Non è solo una squadra, è un elemento identitario”. E su Maradona: “Non è stato solo un calciatore, ha insegnato alla città che poteva vincere”.
Maurizio De Giovanni.
Maurizio De Giovanni.

Ci sono storie che non si possono raccontare soltanto attraverso trofei, vittorie e fotografie ingiallite. La storia del Napoli è fatta soprattutto di persone, di ricordi tramandati e di padri che consegnano ai figli una passione impossibile da spiegare. Nel giorno del Centenario del club azzurro, Maurizio De Giovanni attraversa un secolo di emozioni partendo dalla sua memoria più intima: quella di suo padre, il primo custode di un amore diventato identità e di lì parte un filo invisibile che unisce chi ha vissuto gli anni di Sallustro, chi ha conosciuto il mito di Maradona fino a chi ha festeggiato gli ultimi due Scudetti dell'era De Laurentiis e chi oggi indossa una maglia azzurra dall'altra parte del mondo.

Il famoso scrittore napoletano racconta a Fanpage.it il legame unico tra una città e la sua squadra, un viaggio tra calcio, cultura e appartenenza, dove il Napoli diventa molto più di una squadra: diventa una lingua comune, un luogo dell'anima e una storia collettiva.

Maurizio, intanto auguri per il Centenario a lei a tutti i tifosi del Napoli. Cento anni sono un pezzo di storia enorme: non le chiedo di individuare un momento preferito ma qual è la prima immagine che le viene in mente quando pensa alla sua squadra del cuore?
"Mio padre. Mio padre, senz'altro. Io ho perso mio padre abbastanza presto, avevo 23 anni e lui ne aveva 52, ed era un grandissimo tifoso del Napoli. Era un uomo taciturno, introverso, faceva l'avvocato. Non era il napoletano che viene sempre raccontato, quello caciarone, quello che fa rumore. Mio padre era una persona molto riservata, ma quando si trattava del Napoli diventava Mr. Hyde. Quella malattia, perché il tifo per il Napoli secondo me è una malattia genetica che viene anche coltivata, l'ho presa da lui. Quando penso al Napoli penso a mio padre e a quel territorio comune che avevamo: il tifo per questa squadra. E questo ci porta a considerare che il Napoli è un elemento identitario. Non è tanto e non solo una squadra di calcio".

Perché il Napoli ha questa forza identitaria così particolare?
"Perché Napoli è una realtà metropolitana con una sola grande squadra. E questo motivo deve avere una spiegazione. Il Napoli nasce anche da una fusione, da un'idea identitaria. Il calcio a Napoli esisteva già dalla fine dell'Ottocento, come a Genova, Palermo e in altre città, grazie ai marinai inglesi che arrivavano nei porti. Però il fatto che sia stato oggetto di una riunione, di una visione comune, dice già molto. Il Napoli è rimasto questo: un punto di riferimento collettivo".

I tifosi del Napoli in festa dopo la vittoria del 4° Scudetto.
I tifosi del Napoli in festa dopo la vittoria del 4° Scudetto.

Il centenario azzurro racconta anche una staffetta tra generazioni: dai racconti del Napoli di Attila Sallustro al mito di Maradona, fino agli Scudetti recenti di Spalletti e Conte. In che modo questi 100 anni raccontano il passaggio di testimone tra padri, figli e nipoti all'ombra del Vesuvio?
"Ci sono due gruppi di tifosi ai quali rivolgo sempre un pensiero affettuoso. Il primo è quello dei napoletani che sono morti senza vedere il Napoli vincere. Il primo Scudetto arriva nel 1987, sessant'anni dopo la nascita del club. In quei sessant'anni quanta gente ha tifato il Napoli senza vedere nessun successo? Nessun titolo, nessuna soddisfazione sportiva. Eppure è rimasta fortemente legata alla squadra in maniera identitaria. L'altra categoria è quella dei napoletani che non vivono a Napoli. Io giro molto per presentare i miei libri e ovunque vado trovo Napoli Club. Ho visto partite al Napoli Club Shanghai, Buenos Aires, San Pietroburgo, New York, in Inghilterra, in Francia. E ti posso garantire che spesso trovi ragazzi di seconda o terza generazione che magari non hanno mai visto Napoli, non parlano italiano, ma hanno una maglietta azzurra addosso e vivono questa appartenenza in maniera fortissima. Fare il tifo per il Napoli non è come fare il tifo per un'altra squadra. È fare il tifo per Napoli, per questo è speciale e questo Centenario è anche la loro festa".

Ha scritto un libro qualche anno fa, "Il resto della settimana", che racconta proprio questo legame tra la città e il calcio. Cosa significa davvero il Napoli per Napoli?
"Il tentativo di quel libro era proprio raccontare cosa significa il tifo per questa città. Credo che la specificità del Napoli sia anche legata al fatto che non esiste una dinamica del derby. Essendo l'unica squadra della città, il Napoli diventa un argomento di conversazione costante. Se entri in un bar e trovi un talk show sul Napoli, magari torni dieci ore dopo e stanno ancora parlando dello stesso argomento. È un discorso che non finisce mai. E la cosa interessante è che, pur tifando tutti per il Napoli, non c'è mai un argomento su cui siamo tutti d'accordo. Ci sono quelli pro De Laurentiis e quelli contro, quelli pro Conte e quelli contro, quelli pro un giocatore e quelli contro. A Napoli siamo maestri nel non accettare l'evidenza. C'è una dialettica continua, a volte anche conflittuale. Poi ci sono radio, televisioni, programmi che tutto il giorno alimentano questa discussione. Ma questo porta anche le persone a informarsi, perché per stare dentro una collettività devi sapere cosa sta succedendo. Credo che a Napoli ci sia un bassissimo numero di agnostici del calcio".

Eduardo De Filippo diceva che Napoli è un grande teatro. Il tifo azzurro è forse la rappresentazione teatrale e collettiva più pura rimasta in città?
"Sicuramente è una delle rappresentazioni più importanti. Poi chiaramente Napoli ha anche altri grandi temi: la socialità, la criminalità, tutte questioni che fanno parte della discussione cittadina. Ma il Napoli è soprattutto un argomento. Prima ancora di essere una squadra, prima ancora di essere un elemento identitario o un simbolo di riscatto, è una conversazione".

Maradona festeggia dopo il primo Scudetto del Napoli.
Maradona festeggia dopo il primo Scudetto del Napoli.

In questo secolo di storia, Maradona ha travalicato il confine del calcistico per diventare una figura quasi mitologica e religiosa per la città. Come si spiega a chi non è napoletano questo processo di canonizzazione laica?
"Perché Maradona non è stato un calciatore, né semplicemente un personaggio. È stato un punto di svolta per questa città. Spesso si commette l'errore di metterlo a confronto con Messi, Ronaldo o altri grandi campioni. Ma così si perde l'elemento fondamentale: la leadership. Maradona era un leader naturale. Tecnicamente questo significava che faceva giocare meglio i compagni. Gli altri lo seguivano fino alla morte. Ho sentito recentemente una bellissima intervista a Moreno Ferrario, un difensore del Napoli di quegli anni. Raccontava che prima delle partite Maradona lo prendeva sotto braccio e gli diceva: ‘Moreno, io senza di te non posso vincere. Dammi tutto perché io ho bisogno di te'. Quando un giocatore normale vede il più grande calciatore del mondo che gli dice una cosa del genere, come può non dare il massimo?".

Maradona però è andato oltre il campo….
"Sì. Napoli ha riconosciuto in lui un leader anche fuori dal calcio. È stato quasi come un grande sindaco, uno di quei personaggi che cambiano una città per sempre. Quando arriva nell'84, Napoli arriva da un periodo difficilissimo. Il terremoto dell'80 aveva distrutto soprattutto il tessuto economico e sociale della città. La ricostruzione era finita spesso nelle mani della camorra e Napoli era in ginocchio. Maradona, in un ambito apparentemente effimero come il calcio, ha detto alla città: ‘Tu puoi vincere'. Questo è stato il suo messaggio. Non è stato soltanto un fenomeno sportivo. È stato un fenomeno sociale. Ancora oggi bambini che non lo hanno mai visto giocare indossano la maglia numero 10. Perché Maradona è diventato un simbolo. È il nostro Che Guevara".

Quale dei suoi personaggi (il Commissario Ricciardi, Lojacono o Sara) sarebbe il compagno di stadio ideale per vedere una partita del Napoli e come la vivrebbe?
"Sicuramente Maione, il personaggio del commissario Ricciardi. È quello più legato alla città e credo che, di nascosto, sarebbe quello che seguirebbe maggiormente il calcio".

Lavezzi e Hamsik esultano dopo un gol.
Lavezzi e Hamsik esultano dopo un gol.

Quali calciatori del Napoli ha amato di più?
"Ho amato molto Bruno Giordano. Un giocatore di una classe cristallina, assolutamente straordinario. Poi Peppe Bruscolotti, che rappresentava un'identità molto forte. E poi ho avuto un amore tardivo per Pocho Lavezzi. Un giocatore pazzo, imprevedibile, sorridente, allegro. Uno che faceva sempre qualcosa che nessuno si aspettava. Le sue soluzioni tecniche non erano mai banali".

E tra gli allenatori?
"Ricordo il Napoli di Vinicio, che era di una bellezza straordinaria. Fu la prima grande squadra con la zona nel calcio italiano. Poi Ottavio Bianchi, che è un mio amico e una persona che adoro. È un uomo di grande intelligenza e dolcezza. Sono molto legato anche a Maurizio Sarri. E poi Antonio Conte. All'inizio, vista la sua provenienza, non lo avevo accolto benissimo. Però poi ho conosciuto un uomo straordinario per applicazione, professionalità e capacità di entrare nella città. Conte è diventato davvero napoletano. È uno che lavora al cento per cento. Non lascia nulla fuori da quello che fa".

Che idea si è fatto del nuovo Napoli?
"È ancora troppo presto per giudicarlo. Secondo me abbiamo visto meno del 50% di quello che sarà la squadra finale. Mancavano i nazionali, i giocatori infortunati e arriveranno ancora diversi nuovi acquisti. A Dimaro abbiamo visto 10-12 giocatori di quelli che probabilmente saranno in rosa su 25. Quindi non si può ancora dire molto".

Cosa augura al Napoli e ai napoletani per il secolo che si apre oggi? Qual è il valore o la lezione di questo primo centenario che non dobbiamo assolutamente smarrire?
"Ti rispondo con una parola apparentemente banale, ma non lo è: esserci. Esserci non significa semplicemente sopravvivere, significa continuare a essere competitivi. Ogni anno la stagione del Napoli deve finire a maggio. Non può finire a marzo, ad aprile o a febbraio. Bisogna esserci in Champions, esserci per lo scudetto, esserci nelle posizioni di vertice. Giocarsela sempre. Questo è quello che auguro a me stesso e alla mia squadra".

Il presidente Aurelio De Laurentiis solleva la Supercoppa Italiana vinta dal suo Napoli a dicembre 2025.
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Ha utilizzato il verbo ‘essere' e mi è tornata in mente quella nota frase di Luciano De Crescenzo "A volte penso addirittura che Napoli possa essere ancora l'ultima speranza che resta alla razza umana". Che città è oggi Napoli?

"Napoli è un laboratorio. Tutto quello che succede qui poi spesso lo vedi succedere altrove. È una grande capitale del Sud del mondo. L'unica città sudamericana fuori dal Sud America, dico io. Non puoi analizzarla come città dell'Europa continentale ma devi confrontarla con San Paolo, Buenos Aires, Istanbul e Atene. Come tutte le grandi capitali del Sud del mondo ha creatività, genialità, bellezza, ma anche ombre profonde e periferie sociali. Io vivo qui. Il mio lavoro mi porterebbe facilmente a Roma o Milano, ma io non me ne vado".

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