Luis Hasa: “Con Ronaldo alla Juve non spiccicavo parola. A Napoli non mi conosceva nessuno, bellissimo”

Rivivere con Luis Hasa la sua (pur breve) carriera, è un po’ come fare un giro sulle montagne russe. Un continuo sali e scendi, emozione pura, sorprese continue e anche un po’ di paura per quello che può ancora succedere. Quella del talento classe 2004, ultima (ottima) stagione alla Carrarese ma di proprietà del Napoli, è anche una storia di resilienza calcistica. A sette anni, infatti, è già alla Juve e con la maglia bianconera fa tutto il percorso delle giovanili fino alla Next Gen, con qualche convocazione in prima squadra (ma senza mai esordire ufficialmente). In mezzo (luglio 2023) anche un Europeo vinto con la maglia Azzurra dell’Under 19. Nell’agosto del 2024, però, arriva la cessione al Lecce. Una sorpresa, forse anche una ferita, ma vissuta “semplicemente” come una deviazione di percorso: “Ho fatto tanti anni alla Juve, ovviamente mi è dispiaciuto lasciare l’ambiente in cui ero cresciuto, ma ero anche contento di iniziare una nuova avventura”. D’altronde, Luis ha l’esempio dei suoi genitori, che non si sono abbattuti davanti a nulla e dall’Albania sono venuti in Italia a lavorare per garantire a lui e a suo fratello Alessio un futuro migliore. Dopo neanche sei mesi, senza neanche una presenza in campionato in maglia Lecce, arriva la telefonata di papà: “Ti vuole il Napoli”. Un’altra gioia incredibile, sebbene neanche lì sia mai arrivato l’esordio ufficiale in Prima Squadra. Un periodo alle dipendenze di Antonio Conte (e sotto l’attenta osservazione di Anguissa), prima di spiccare il volo per la Toscana. Ultima stagione in B in prestito alla Carrarese. In giallazzurro Luis Hasa ha trovato consacrazione definitiva: cinque gol e quattro assist sono un bottino da top. E, infatti, ora l’asticella si alza inevitabilmente…
Partiamo proprio da questo: visto che per la Carrarese la stagione è finita, è tempo di bilanci. Qual è il tuo personale?
“Sono molto contento, perché avevo bisogno di rivivere queste emozioni. Era un anno che, di fatto, non giocavo, per cui sentivo la necessità di rimettermi in discussione e ritornare al mio livello. Avevo voglia di dimostrare, di giocare, di far bene”.
Ti aspettavi una stagione così?
“Io ho sempre avuto fiducia nelle mie qualità, nei miei mezzi, però sapevo anche di doverlo dimostrare sul campo, perché sentivo di essere in qualche modo sotto osservazione. Sono contento anche di come sia riuscito a gestire la situazione. Sicuramente il bilancio è positivo”.
C’è, invece, un rammarico per come sia andata a livello di squadra?
“Un po’ sì, perché siamo andati ad un passo dai playoff e – per quello che abbiamo fatto – credo anche che meritassimo di disputarli. Purtroppo non siamo riusciti a conquistarli e sicuramente è stata una delusione per tutti. Questo, però, non deve sminuire quanto di buono fatto vedere per tutta la stagione”.
Per la tua crescita personale, quale credi possa essere lo step migliore per te ora?
“Non so, perché ufficialmente la stagione non è ancora finita e ci sarà tempo per parlarne. Quello che mi auguro, però, è di riuscire a dare continuità di prestazioni e, magari, migliorare ulteriormente. Ripeto, sono convinto di avere le qualità per crescere ancora, ma adesso starà a me dimostrarlo”.

Tornando all’inizio di questo viaggio, calciatore grazie a chi?
“Diciamo che la passione l’ho presa fondamentalmente da mio fratello maggiore, che già giocava a calcio. Con lui passavamo giornate intere con il pallone, in casa, ai giardini, in strada con altri bambini. E comunque in famiglia sono tutti appassionati di calcio, per cui era facile innamorarsene”.
Quando ti hanno detto che saresti andato alla Juve, come l’hai vissuta?
“Ero davvero piccolo, avevo sette anni, io pensavo solo a giocare, non ero in grado di capire cosa volesse dire. Forse anche meglio così, l’incoscienza mi ha aiutato a viverla con leggerezza, come effettivamente andava vissuta per un bambino di quell’età”.
E i tuoi genitori ti hanno sempre supportato o in qualche modo erano spaventati dalla tua voglia di diventare calciatore?
“Spaventati no, ma non hanno neanche mai messo troppa pressione. Loro pensavano soltanto al mio bene e l’unica cosa a cui tenevano, è che mi divertissi, nient’altro. Nessuno di noi pensava al fatto che potessi diventare professionista. Certo, c’era la voglia di arrivare ad alti livelli, ma senza troppi assilli”.
Hai fatto tutto il settore giovanile della Juve, fino ad arrivare in Prima Squadra: che ricordi hai di quello spogliatoio dei grandi?
“Non è che l’abbia frequentato tantissimo, purtroppo (sorride, n.d.r.), però – sì – ricordo le emozioni fortissime le poche volte in cui sono entrato. Quando passi da vedere certi giocatori in TV e, poi, ti ci ritrovi seduto a fianco, un po’ le gambe tremano, è inevitabile”.
Al cospetto di chi, in particolare, hanno tremato le tue gambe?
“Fin da piccolo il mio idolo è sempre stato Cristiano Ronaldo, quindi vederlo da vicino è stata una grandissima emozione, anche se l’ho incrociato soltanto per pochi secondi. E’ successo in occasione di un Natale, i giocatori della Prima Squadra passavano dagli spogliatoi a salutare noi ragazzi del settore giovanile. Sono solo riuscito a fare una foto che custodisco gelosamente, ma non sono riuscito a spiccicare neanche una parola (sorride, n.d.r.)”.

Se potessi incontrarlo nuovamente ora, e potessi chiedergli qualsiasi cosa da collega a collega?
“Io gli chiederei la maglietta (ride, n.d.r.). Sarebbe un cimelio che conserverei con tutti gli onori. So che non le dà molto volentieri, ma sicuramente ci proverei”.
Quando ti sei allenato con la Juve, chi ti aveva impressionato in maniera particolare?
“C’erano tanti grandissimi calciatori, ma se devo nominarne uno, anche per affinità di ruolo, ti dico Dybala. Di una classe infinita, il pallone lo accarezzava”.
Nella Juve Next Gen, invece, hai giocato con Yildiz e Huijsen: ti aspettavi un’esplosione così veloce da parte loro?
“Devo dire la verità, quando giocavamo insieme si vedeva che erano forti, ed ero sicuro che sarebbero arrivati ad alti livelli, ma forse non così velocemente. Il fatto di aver avuto la possibilità di stare in pianta stabile in Prima Squadra, secondo me, ha aiutato, perché ti alleni con grandi campioni e hai l’opportunità di imparare qualcosa tutti i giorni e di migliorarti continuamente”.
Una situazione che tu hai potuto vivere a Napoli: da chi hai imparato più di tutti?
“Anche quel Napoli era, ed è, pieno di grandi campioni, per cui c’era solo l’imbarazzo della scelta. Quelli che mi hanno impressionato più di tutti, soprattutto per una questione fisica, sono McTominay e Anguissa, che sono veramente due colossi (ride, n.d.r.), oltre che ovviamente ottimi giocatori. Anguissa, in particolare, mi dava sempre tanti consigli. Evidentemente gli piaceva il mio modo di giocare e spesso si avvicinava per parlarmi”.
E qual è il suggerimento che hai cercato di mettere maggiormente a frutto e, magari, ti sei portato in questa stagione a Carrara?
“Mi diceva sempre di non tenere troppo la palla, di giocare ad uno o massimo due tocchi. Valeva soprattutto per la Serie A, dove gli avversari vengono ad attaccarti forte, ma ho cercato di metterlo in pratica anche in questa stagione e credo che i risultati si siano visti (sorride, n.d.r.)”.
Cosa, invece, ti ha impressionato di Mister Conte?
“La sua determinazione, la mentalità con la quale affronta ogni partita e la sua voglia di vincere sempre. Da questo punto di vista è davvero impressionante. E, poi, comunque, la sua estrema attenzione per il gruppo nel suo complesso, ma anche verso ogni componente della rosa, che sia il campione oppure il giovane che arriva dalla Primavera. Lui tratta tutti allo stesso modo, fa sentire tutti importanti”.

Com’è stato vivere la passione di Napoli? Ci racconti qualche episodio particolare?
“Per me è stato bellissimo, perché non mi conosceva praticamente nessuno e potevo circolare liberamente e godermi la città, che è davvero bellissima. Per i giocatori più importanti non è proprio così, ma anche questo è il bello di Napoli, perché senti proprio l’entusiasmo. Ricordo quando uscivo dal centro sportivo e c’erano i tifosi ad aspettare che uscissero i calciatori, la prima volta che mi hanno chiesto una foto e l’autografo, mi ha fatto un certo effetto (sorride, n.d.r.)”.
E la festa scudetto?
“Quella è stata incredibile, davvero. Difficile da spiegare se non la vivi direttamente. Una sorta di delirio collettivo durato giorni, settimane. Un’esperienza bellissima e una grande emozione. Al di là della festa, sono stato molto felice di poter condividere quei momenti con tutta la mia famiglia, che per l’occasione era venuta a Napoli”.
Riavvolgendo un po’ il nastro, però, c’è stata un po’ di delusione quando la Juve ti ha ceduto al Lecce?
“Mah, sai, avevo fatto tanti anni alla Juve, per cui lasciare l’ambiente in cui sei cresciuto inevitabilmente ti rattrista, ma dall’altro lato ero anche contento di iniziare una nuova avventura e poter dimostrare le mie qualità”.
Non ne hai avuto neanche il tempo, perché in meno di sei mesi ti sei ritrovato al Napoli: che effetto ti ha fatto?
“Quando me l’hanno detto, quasi non ci credevo. Ricordo che mi ha chiamato mio papà per anticiparmelo, ma credevo mi stesse prendendo in giro, invece era tutto vero. Ovviamente è stata una gioia immensa, anche perché del tutto inaspettata”.
Senza voler essere invadenti, ma immaginiamo che il passaggio da Lecce a Napoli sia stato un bel salto anche dal punto di vista economico: cosa ti sei regalato dopo la firma del contratto?
“Niente di che, perché sono cresciuto in una famiglia semplice che dà reale valore ai soldi. Ci siamo concessi una cena tutti insieme, perché sentivo di dover condividere quella gioia con loro che avevano fatto tanti sacrifici perché quel momento si concretizzasse”.
C’è stato, invece, un momento in cui hai temuto di non farcela?
“Come ti dicevo prima, sono sempre stato convinto delle mie qualità. E, poi, non sono uno che si fa prendere dallo sconforto nei momenti difficili, ma cerco sempre di reagire e di affrontare i problemi con un atteggiamento positivo. Per cui non mi sono mai abbattuto. In questo devo ringraziare anche la mia famiglia, che mi ha sempre aiutato, nei momenti belli quando c’era da restare con i piedi per terra, ma anche in quelli meno belli quando avevo bisogno di supporto”.

Il passaggio al Napoli è il momento in cui hai capito di essere “arrivato”?
“In realtà no, perché ancora oggi non mi sento “arrivato”. So di aver fatto passi importanti nella direzione giusta, ma sono anche consapevole che c’è tanta strada ancora da fare per raggiungere l’obiettivo. E’ proprio quando credi di avercela fatta che arrivano le difficoltà maggiori”.
Sei ancora giovane, ma hai già vinto un Europeo Under 19 con l’Italia, per altro conquistando il titolo di miglior giocatore del torneo: qual è stato il segreto di quel successo?
“Sicuramente l’unità del gruppo. Si era creata un’alchimia perfetta. Certamente ha pesato anche la qualità dei singoli , perché c’erano giocatori importanti (tra i quali Ndour, Kayode, Pisilli e Pio Esposito, n.d.r.), ma credo che la differenza l’abbia fatta proprio il gruppo. Per quanto mi riguarda, essere eletto miglior giocatore del torneo è stata da una parte una sorpresa, ma dall’altra anche una grande soddisfazione”.
Credo che quella vittoria sia stata un’emozione forte per te ma, forse, un orgoglio ancor più grande per i tuoi genitori…
“Certamente sì, è stata una grande gioia per tutti. Eravamo tutti a Malta e abbiamo festeggiato tutti insieme. I miei genitori hanno fatto tanti sacrifici perché potessi coronare il mio sogno e vederli così emozionati mi ha riempito il cuore”.
Si spiega anche così la tua scelta di giocare con l’Albania? E’ un modo per rendere ancor più orgogliosi i tuoi genitori?
“Con l’Italia ho passato dei bellissimi momenti, e non è stata una decisione semplice, però abbiamo ritenuto fosse quella più giusta per me e per lo sviluppo della mia carriera. E – poi – io sono nato e cresciuto in Italia, ma nelle mie vene scorre sangue albanese. Anche se mio papà è da più di trent’anni in Italia, e mia mamma da più di venti, il legame con la loro terra è rimasto intatto. Per cui, vedermi giocare con la maglietta dell’Albania, per loro sarebbe un sogno che diventa realtà. Sono sicuro che, se dovesse succedere, vedrò versare lacrime anche a mio papà, che finora ha fatto di tutto per trattenerle, anche nei momenti di maggiore emozione (sorride, n.d.r.)”.
Qual è, invece, il sogno di Luis Hasa?
“A parte quello di esordire in Nazionale e vedere l’emozione negli occhi dei miei genitori, il mio obiettivo – prima o poi – è quello di giocare in Serie A. Ci sono stato sempre molto vicino, ma alla fine non sono mai riuscito ad esordire”.