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Luigi Lavecchia: “Alla Juve bastava un errore e ti cacciavano. Gasperini era avanti già 20 anni fa”

Dalla Juventus di Boniperti alle promozioni con Messina e Bologna, fino al nuovo ruolo di scopritore di nuovi talenti: Luigi Lavecchia racconta a Fanpage.it il calcio vissuto dentro e fuori dal campo. Un viaggio tra grandi maestri, infortuni, giovani talenti e uno sguardo critico sul futuro del calcio italiano.
Luigi Lavecchia e Alessandro Del Piero alla Juventus.
Luigi Lavecchia e Alessandro Del Piero alla Juventus.

C'è chi ricorda Luigi Lavecchia per gli anni trascorsi nel settore giovanile della Juventus, chi per le esperienze tra Serie A e Serie B e chi, ancora oggi, lo segue nel suo lavoro di osservatore e formatore di giovani talenti. La sua è la storia di un calciatore che ha sfiorato il grande calcio nell'epoca della Juve dei campioni, condividendo lo spogliatoio con fuoriclasse e apprendendo da allenatori del calibro di Gian Piero Gasperini e Carlo Ancelotti. Una carriera segnata anche da infortuni che ne hanno limitato il percorso, ma che non hanno mai intaccato la passione per il calcio. Oggi l'ex centrocampista di Bologna, Arezzo, Ascoli e Messina osserva il gioco con gli occhi di chi lo ha vissuto da protagonista e continua a trasmetterne i valori alle nuove generazioni.

A Fanpage.it ripercorre le tappe più significative della sua carriera, racconta aneddoti inediti e offre una riflessione lucida sull'evoluzione del calcio italiano: tra ricordi, rimpianti e convinzioni, emerge il ritratto di un uomo che ha sempre preferito la sostanza ai riflettori.

Dopo il calcio giocato, cosa fa oggi Luigi Lavecchia?
"Durante l'anno lavoro nelle Academy del Cagliari e mi occupo di scouting giovanile. Cerco talenti dagli 8 ai 15 anni. In Sardegna il Cagliari ha creato un centro di formazione ad Alghero che lavora con le stesse linee guida del club. Ogni tanto portiamo relazioni e ragazzi a Cagliari. È una realtà davvero importante".

Ha allenato anche dopo aver smesso di giocare…
"Sì, ho smesso tre anni fa. Ho allenato due anni la Primavera del Cagliari e poi due anni all'Olbia in Lega Pro. Cercavamo di far emergere giovani, soprattutto del Cagliari. Oggi però il calcio è cambiato e secondo me devono cambiare anche alcune metodologie di allenamento".

Lavecchia in campo con la maglia del Bologna.
Lavecchia in campo con la maglia del Bologna.

In che senso?
"Il calcio si è spostato molto verso l'atletismo e l'esplosività. Non basta essere alti e grossi, bisogna essere forti ed esplosivi. Guardiamo Olise, Mbappé, Dembélé, Doué e Haaland. Anche Messi, pur essendo diverso, aveva un'esplosività incredibile. Il calcio moderno va in quella direzione".

Tra i ragazzi che hai allenato c'è qualcuno arrivato in alto?
"Antonini, che oggi gioca a Catanzaro, e poi Lella, che continua a vincere campionati di Serie B. Sono ragazzi che mi fanno davvero piacere.

È cresciuto nelle giovanili della Juventus. Cosa significava vestire quella maglia negli anni Novanta?
"Quando si dice che la Juventus era qualcosa di unico in Italia, ti posso assicurare che era così. Era la Juve di Boniperti e di Agnelli. C'era un rigore pazzesco, qualcuno la definiva quasi una caserma. Se sbagliavi rischiavi di essere mandato via già alla prima occasione. Però è un rigore che poi ti serve nella vita. Il direttore del settore giovanile era Beppe Furino, uno che aveva otto scudetti. Boniperti ti stringeva la mano, vedevi Agnelli da ragazzino. Erano persone di una grande umiltà".

È arrivato anche a sfiorare la prima squadra…
"Sì, nel 1999-2000. Ho fatto tante panchine, ma ho avuto anche la "sfortuna" di trovarmi nella Juventus più forte di sempre. Io ho fatto dal 1992 al 2000 alla Juventus e in mezzo c'è il 1996, l'anno della Champions League e della Coppa Intercontinentale. Quella era una squadra incredibile. Io ero un buon giocatore, ma non un fenomeno che potesse trovare spazio lì".

Luigi Lavecchia con la maglia della Nazionale Italiana.
Luigi Lavecchia con la maglia della Nazionale Italiana.

Chi è stato l'allenatore che l’ha segnata di più?
"Gian Piero Gasperini. L'ho avuto quattro anni. È l'allenatore più completo che abbia mai avuto, anche rispetto ad Ancelotti, Mihajlovic e Arrigoni".

Più completo persino di Ancelotti?
"Più completo non significa più vincente. Gasperini sapeva tutto: preparazione atletica, tattica, forza, lavoro aerobico. Quando gli altri facevano ancora i riscaldamenti tradizionali, lui lavorava già con rondos e possessi a tema. Era avanti anni".

Siete rimasti in contatto?
"Sempre. Lo sento ancora oggi. Ci siamo rivisti anche a bordo campo durante Parma-Atalanta di due stagioni fa e ci siamo abbracciati. Gli ho fatto i complimenti dopo la vittoria dell'Europa League e gli sono stato vicino anche quando parlò con emozione della famiglia Percassi".

E Ancelotti com'era con i giovani?
"Tranquillissimo, un grande gestore. Ricordo una partita, Piacenza-Juventus 0-2: all'87' mi disse di andare a scaldarmi. Pensai che sarebbe arrivato il mio esordio, invece entrò Vincenzo Maresca. Anche lui aveva già una visione di gioco da allenatore quando aveva diciotto anni".

Luigi Lavecchia in campo con la maglia del Messina.
Luigi Lavecchia in campo con la maglia del Messina.

Ha vissuto la storica promozione del Messina in Serie A. Che ricordo ha?
"Probabilmente è la promozione più bella della mia carriera, insieme a quella con il Bologna. Ma a Messina fu qualcosa di irripetibile. Non dimenticherò mai il 5 giugno 2004: Messina-Como 3-0. La città festeggiò tutta la notte. Il sindaco aveva dato perfino la giornata libera. C'erano giocatori come Sullo, Di Napoli, Parisi, Aronica, Mamede. È stato un momento incredibile".

Ha avuto anche esperienze all'estero, in Francia e in Romania…
"In Francia purtroppo è andata male. Arrivai tardi, il campionato era già iniziato. Dopo appena otto minuti della mia prima partita di Ligue 1, Nizza-Le Mans, mi uscì di nuovo la spalla. Dovetti operarmi e persi praticamente tutta la stagione. In Romania ci andai perché in Italia il mercato ormai si era chiuso per me a causa degli infortuni. Avevo una gamba più corta dell'altra, soggetta continuamente a stiramenti e poi a strappi. Lì capii che era arrivato il momento di smettere, anche se avevo solo 29 anni".

È stata una decisione difficile?
"Sì. A Bologna arrivavo al punto di fermarmi già alla prima contrattura, perché sapevo cosa sarebbe successo. Mentalmente era devastante. A un certo punto ho capito che c'è un tempo per tutto".

Lavecchia in campo con la maglia dell'Italia.
Lavecchia in campo con la maglia dell'Italia.

Luigi Lavecchia ha vestito tutte le maglie delle nazionali giovanili: che esperienza è quella di indossare la casacca azzurra?
"Sì, dall'Under 15 all'Under 21. Qualità ne avevo, però mi mancava qualcosa sotto porta. Ero un grande assist-man, ma facevo pochi gol. Inoltre mi mancava un po' di resistenza. Oggi i giocatori sono delle macchine: hanno scatto e resistenza insieme. Per aver fatto tutta la trafila delle nazionali, dalla 15 alla 21, diciamo che non ero proprio l'ultimo degli ultimi".

Il calcio è cambiato molto rispetto ai tuoi anni?
"Sì. Oggi tutto è più curato: nutrizionisti, mental coach e preparazione. È giusto che sia così perché tutto evolve. Magari ai romantici piace meno, perché c'è meno spazio per giocatori come Baggio, Del Piero o Zola, ma il calcio va avanti".

Se potesse parlare al Luigi diciottenne che era alla Juventus, cosa gli direbbe?
"Gli direi di essere un po' più socievole, soprattutto con i procuratori. Io ero molto chiuso. Non ero maleducato, semplicemente non amavo le figure manageriali. Sono sempre stato un tipo molto solitario. Non credo che questo avrebbe cambiato radicalmente la mia carriera, magari avrei fatto un paio d'anni in più in Serie A, ma non appartenevo alla categoria dei fenomeni".

Luigi Lavecchia, nelle vesti di opinionista, in occasione di un evento.
Luigi Lavecchia, nelle vesti di opinionista, in occasione di un evento.

Oggi Lavecchia è anche opinionista e le faccio una domanda più generica sul nostro movimento. Si parla molto della difficoltà dei giovani italiani a emergere: qual è il suo punto di vista?
"Bisognerebbe eliminare tanti falsi miti. Quando un giocatore è forte, emerge. Basta guardare Bastoni, Calafiori o Tonali: quando il talento c'è, i club investono. Io non amo un calcio dove servono regole per far giocare i giovani. Ai miei tempi non c'erano agevolazioni. Se sei bravo, prima o poi ci arrivi. Da allenatore ho visto tanti ragazzi italiani troppo protetti e poco abituati alle difficoltà. In Francia e in Romania vedevo giocatori che si allenavano con la febbre e stringevano i denti. Da noi, troppo spesso, si cerca un alibi. Bisognerebbe essere più esigenti. Se sei bravo, il calcio prima o poi ti premia".

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