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Luigi Barbiero: “La Serie D ha pochissime risorse ma premia le squadre che fanno giocare i giovani”

Luigi Barbiero, Coordinatore del Dipartimento Interregionale della Lega Nazionale Dilettanti, in un’intervista a Fanpage ha parlato di come funzioni il mondo del dilettantismo in ottica giovani calciatori italiani: “Abbiamo pochissime risorse ma premiamo le squadre che li fanno giocare”.
A cura di Fabrizio Rinelli
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Se la Serie A rappresenta la vetrina scintillante del nostro calcio, la Serie D ne è indubbiamente il cuore pulsante. È la base su cui poggia l’intera piramide del movimento calcistico nazionale. Un viaggio dove la passione dei territori incontra la necessità di una gestione manageriale sempre più complessa, che richiede equilibrio, visione, e una conoscenza profonda della realtà dilettantistica. In un'intervista a Fanpage ne abbiamo parlato con Luigi Barbiero, Coordinatore del Dipartimento Interregionale della Lega Nazionale Dilettanti.

Con lui non entreremo solo nei dettagli tecnici del ‘Campionato d’Italia', ma esploreremo la vera missione della Serie D: quella di essere il principale serbatoio di talenti e il polmone verde del sistema calcio italiano. Dal tema cruciale dell’impiego dei giovani, alla riforma dell’ordinamento sportivo, fino alle sfide per rendere i club dilettantistici sempre più sostenibili e moderni: "La D permette a tutti i ragazzi di potersi mettere in mostra di fronte a un campionato agonisticamente molto valido e tecnicamente importante".

La Serie D viene spesso raccontata come il campionato più vicino al territorio, ma anche come uno snodo decisivo tra calcio giovanile e professionismo. Oggi, secondo lei, riesce davvero a svolgere fino in fondo questa funzione?
"Sicuramente sì, perché in ogni caso il campionato di Serie D dà la possibilità ai giovani di potersi misurare in una competizione importante, una competizione che vede 162 squadre, nove gironi, grandi piazze e piccoli centri. È un campionato importante con uno sviluppo che prevede l'ottenimento della promozione e il mantenimento della categoria, ma soprattutto permette a tutti i ragazzi di potersi mettere in mostra di fronte a un campionato agonisticamente molto valido e tecnicamente importante".

Quanto pesa, in questo quadro, la difficoltà dei club italiani ad assumersi davvero il rischio di investire sui giovani, accompagnandoli con pazienza invece di chiedere loro risultati immediati?
"Non credo di avere in testa ricette per questo tipo di soluzione. Ma posso dire che abbiamo ogni anno una selezione, la rappresentativa Under 18 che partecipa al torneo di Viareggio. Per poter allestire questa squadra si allestiscono tre raduni territoriali e tre raduni con amichevoli contro squadre giovanili di pari categoria o Primavera di Serie A".

E come si svolge?
"Abbiamo il compito di fare questo monitoraggio verificando i ragazzi utilizzati nelle prime squadre del nostro campionato. Le nostre società credono nei giovani, tante utilizzano giovani che provengono dal proprio vivaio, ma il dato più importante è che 19 calciatori che hanno fatto il raduno ed erano tesserati con società di serie D, sono stati trasferiti a squadre di serie A e otto sono passati a squadre di serie B e serie C".

Chi l'ha colpito in particolare?
"Uno di questi ha esordito in Serie A giocando per un periodo stabilmente nel Verona. Si tratta di Fallou Cham".

Negli ultimi anni le Nazionali giovanili italiane hanno spesso dato segnali incoraggianti, mentre la Nazionale maggiore non è riuscita a trasformare quei risultati in continuità ad alto livello. Dove si interrompe, secondo lei, questa filiera?
"Le posso dire che dal 2003, data in cui è entrato in vigore il decreto sui tesserati relativo all'utilizzo di giocatori come under, noi abbiamo il 95,2% di media di calciatori under italiani e solo il 4,8 di calciatori stranieri. Quindi la tendenza delle squadre di Serie D di utilizzo di giovani nell'obbligatorietà è quella di propendere in maggioranza per i calciatori italiani".

Se dovesse indicare le priorità assolute per rimettere in asse il movimento, da dove partirebbe: costi, fiscalità, valorizzazione dei vivai, riforma dei campionati, redistribuzione delle risorse?
"Il campionato di Serie D è l'unico campionato che gode il pochissime risorse, noi siamo in grado di poter premiare le società virtuose che utilizzano non solo gli under obbligatori, ma utilizzano under sotto età o nel numero superiore a quello dell'obbligatorietà attraverso il concorso giovani di valore che ci permette di distribuire per ogni girone una discreta somma di denaro".

Venendo alla Serie D, quali sono oggi le problematiche che le società avvertono con maggiore urgenza? E quali sono invece quelle meno visibili all’esterno ma più pesanti da gestire ogni giorno?
"Noi in passato abbiamo dovuto affrontare una problematica importante, cioè quella relativa al mancato controllo del pagamento dei compensi. E così abbiamo iniziato a fare questa verifica, inizialmente annuale, da quest'anno semestrale, in modo che tutte le società per ottenere l'autorizzazione all'iscrizione al campionato di Serie D dovevano depositare le dichiarazioni liberatorie dei propri tesserati i quali confermavano di aver percepito i compensi".

E da quest'anno è cambiata ancora questa manovra?
"Questo è stato fatto per 6 anni. Dopodiché da quest'anno abbiamo introdotto un doppio controllo. Innanzitutto quest'estate le società che non avevano presentato le liberatorie o che non erano in regola e che quindi hanno dovuto fare il ricorso per poter ottenere il via libera dalla Covisoc, hanno ricevuto una penalizzazione di due punti. Il secondo controllo invece è stato effettuato al 31 di maggio con il deposito delle liberatorie relative ai compensi pagati fino al 31 di dicembre: il 98% dei club hanno depositato tutto, le altre sono state segnalate alla Procura Federale che ha proceduto a fare i deferimenti".

Uno dei nodi del calcio italiano riguarda anche la qualità del management. Sempre più spesso nei club arrivano figure con competenze manageriali o imprenditoriali, ma senza una conoscenza profonda del sistema calcio. È una trasformazione fisiologica o un rischio per l’equilibrio del movimento?
"Allora, la riforma del lavoro sportivo ha imposto drasticamente una trasformazione e soprattutto la necessità di un'organizzazione, una struttura diversa, perché nel momento in cui si sottoscrive un contratto si parla di un elemento essenziale che vincola le due parti: il calciatore a svolgere la propria attività sportiva e il presidente che deve corrispondere un compenso per questa attività".

Il Coordinatore del Dipartimento Interregionale, Luigi Barbiero.
Il Coordinatore del Dipartimento Interregionale, Luigi Barbiero.

E avete avuto riscontri importanti?
"Il livello delle nostre società a livello organizzativo era già ottimale e discreto ma si è dovuto repentinamente adeguare con le figure che sono necessarie in questo momento perché una società di serie D con un budget importante non può sicuramente affidarsi a gente che non conosce la materia, che non conosce la materia previdenziale, che non conosce purtroppo la materia fiscale".

In questo senso, la LND ha sempre rivendicato un principio preciso: chi governa un campionato deve avere un rapporto reale con quel campionato e con le società che ne fanno parte. Quanto conta, per lei, questo legame diretto tra governance e vita concreta dei club?
"Io credo che il compito del dirigente federale sia quello di essere sempre a disposizione delle società nei limiti del possibile e soprattutto nei limiti delle rispettive competenze, perché oggi noi, ripeto, una società di serie D, ha una serie di problematiche pre attività agonistica e poi quelle dell'attività agonistica, e far conciliare le due cose non è stato semplice".

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