23 Marzo 2022
15:17

La morte del fair play finanziario Uefa: ora i ricchi potranno spendere di più

I nuovi regolamenti Uefa permetteranno una spesa per tesserati e agenti pari al 70% dei ricavi. Chi ha il fatturato più alto, può permettersi costi maggiori.
A cura di Benedetto Giardina

Il fair play finanziario sta per diventare il passato. La Uefa è pronta ad adottare un tetto di spesa, non propriamente un salary cap, basato sulle entrate dei singoli club. La notizia lanciata dal New York Times segue il filone di indiscrezioni e conferme degli ultimi anni, su quella che in molti hanno definito la «morte» del financial fair play, già messo a dura prova dagli effetti del Covid-19 sull'economia del calcio europeo. Dall'obiettivo del break-even si passa all'equilibrio tra costi e ricavi. Chi più incassa, più può spendere, senza troppi giri di parole. Se prima un club come il Paris Saint-Germain era costretto a ideare stratagemmi per divincolarsi dai paletti di spesa (come il prestito di Mbappé dal Monaco con obbligo di riscatto alla salvezza in Ligue 1), adesso non sarà più necessario. Perché tra cartellini, stipendi dei calciatori e compensi agli agenti, non si potrà spendere più del 70% di quanto ricavato.

Nuovo fair play finanziario, come funziona

Non un vero tetto salariale, dunque. Le limitazioni sulla spesa saranno variabili in base al fatturato di ogni club. Il Manchester City, che secondo Deloitte ha avuto i maggiori ricavi nella stagione 2020/21, potrà spendere per cartellini, stipendi e procuratori più di chiunque altro in Europa. Rispetto all'attualità, qualcosa è destinata a cambiare: sempre dal report che ha incoronato i Citizens come club più ricco al mondo nell'ultimo anno, si evince che il rapporto tra stipendi e ricavi è del 62%. Deloitte, però, non prende in considerazione i proventi dalla cessione dei calciatori. Dal bilancio del Manchester City, gli stipendi (totali) raggiungono quota 310,7 milioni di sterline, a cui aggiungere altri 145,7 milioni da player trading e ammortamenti, per un totale di 456,4 milioni di sterline (548,5 milioni di euro), incluse le commissioni per gli agenti. Ciò significa, sulla base di un fatturato di 569,8 milioni di sterline, che nella stagione 2020/21 il Manchester City ha speso per calciatori e agenti l'80% dei propri ricavi.

Il tempo per mettersi in regola non mancherà. Secondo quanto riportato dal New York Times, i nuovi regolamenti verranno introdotti dopo il 7 aprile e il tetto del 70% verrà imposto solamente dopo tre stagioni, partendo da una soglia iniziale del 90% e con la possibilità di sforare il limite di 10 milioni in base a determinate situazioni di comprovato equilibrio economico-finanziario. Uno dei big spender mondiali come il Manchester City, dunque, per almeno tre anni può ritenersi al sicuro. Dovrebbe intervenire subito invece il Paris Saint-Germain, che mai come nell'ultimo anno ha visto aumentare i propri costi per i tesserati, nonostante un mercato dominato dagli arrivi a parametro zero. Gli ingaggi di gente come Messi e Donnarumma, però, pesano annualmente più di un qualunque cartellino spalmato su più esercizi. Già prima del loro arrivo, però, la situazione non era ideale: i dati forniti dal DNCG francese evidenziano nel 2020 spese per stipendi, ammortamenti e agenti superiori ai ricavi (583,4 milioni contro 559,8 milioni di fatturato).

Juventus e Roma sarebbero già oltre i limiti

Per quanto riguarda il calcio italiano, la stagione del Covid-19 ha lasciato strascichi tali da dover rendere necessari interventi tra le big. Il caso più eclatante è quello della Juventus, che ha già iniziato a muoversi con la cessione di Ronaldo (e del suo peso tra stipendio e ammortamento). Nel 2021, il club bianconero ha avuto ricavi pari a 480,7 milioni di euro e costi che superano questa cifra tra ammortamenti, stipendi e oneri accessori: la prima voce, con ancora il cartellino di CR7 nel conto, ha raggiunto i 197,4 milioni nell'ultimo esercizio solo prendendo in esame i diritti alle prestazioni sportive dei calciatori; i costi per i tesserati si attestavano a 298,2 milioni e gli oneri accessori da riconoscere agli agenti hanno toccato quota 37,3 milioni, per un totale di 532,9 milioni di euro. Oltre 50 milioni in più rispetto all'intero monte ricavi. Nei primi sei mesi dell'esercizio 2021/22 il quadro è rimasto invariato: ricavi per 223,1 milioni e spese per 265,9 milioni, dunque non solo oltre il 70% o il 90% previsto dai nuovi regolamenti, ma al di sopra del 100%. Senza ancora considerare l'ingaggio di Vlahovic.

Rientra nel limite del 90% l'Inter, almeno quella del 2021 con 372,4 milioni di ricavi messi a bilancio. Con costi per tesserati pari a 198 milioni, oneri per agenti pari a 11,9 milioni e ammortamenti per diritti pluriennali dei calciatori pari a 120,2 milioni, queste tre voci sono pari all'88,6% del fatturato del club nerazzurro. Passando al Milan, che nel 2021 ha avuto ricavi per 261,1 milioni di euro, il rapporto tra costi per la squadra (procuratori inclusi) e fatturato è di poco inferiore al 95%, grazie anche alla riduzione degli ammortamenti sui cartellini dei calciatori. Sempre per restare ai club italiani presenti nell'ultima edizione della Champions League, l'Atalanta nel 2020 ha avuto ricavi pari a 242 milioni (con oltre 68 milioni di plusvalenze) e 120,7 milioni di costi legati a tesserati e agenti, risultando chiaramente la più virtuosa del lotto, con un rapporto al 50% tra fatturato e costi per la squadra. Non se la passa bene, invece, la Roma, che nel 2021 ha avuto ricavi per 190,4 milioni di euro e supererebbe tale cifra solo sommando il valore degli ammortamenti (88,8 milioni) e i costi per i tesserati (151,5 milioni).

Cosa causerà il nuovo regolamento Uefa?

Posto che la Uefa concederà una finestra temporale per rientrare nei parametri, la strada per raggiungere la fatidica soglia del 70% sembra già tracciata. Chi non riuscirà a ridurre i costi, proverà ad aumentare i ricavi. A quel punto, bisognerà vedere cosa intenderà fare la stessa Uefa sul fronte plusvalenze. Lo stratagemma del player trading ha ormai da tempo valicato i contini italiani, come dimostrano alcune operazioni svolte da vere e proprie big del calcio europeo, quali Barcellona e Manchester City. Se le nuove «regole di sostenibilità finanziaria» si limiteranno ad un mero rapporto tra ricavi e costi, quella degli scambi di plusvalenze può diventare una pista da seguire, con dei pro immediati – l'aumento dei ricavi – e dei contro a lungo termine – gli ammortamenti delle contropartite. Intanto, su queste basi, chi fattura di più può spendere di più. Un concetto che segna la fine del fair play finanziario.

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