La fine iniziò il 17 marzo 1991, anche se la data dell’8 luglio 1990 non meraviglierebbe nessuno storico, almeno se parliamo con il cuore. Stiamo scrivendo della fine della storia tra Diego Armando Maradona e il Napoli, quella con Napoli invece durerà chissà per quanti secoli ancora.

Il 17 marzo 1991 si gioca Napoli-Bari, partita complicata contro un avversario che lotta per salvarsi e con la squadra azzurra che ha perso le energie e le speranze che solo un anno prima l’avevano portata al secondo scudetto. Gioca con il numero 9 Careca, con l’11 Zola e con il 10, senza nessuna concessione all’astro sardo nascente, Maradona. Il Bari gioca meglio, sbaglia un rigore con João Paulo ma perde, perché Diego marcato da due uomini, trova uno spazio infinitesimale dove far partire un cross che termina sulla testa di Zola per il gol vittoria.

L’8 luglio 1990, non a Napoli ma a Roma, Maradona aveva giocato un’altra partita con la maglia numero 10, però quella per una volta blu dell’Argentina. Era la finale dei Mondiali, a tutto il pubblico che fischiava l’inno dedicò in mondovisione un paio di “Hijos de puta” e in quel momento determinò la sua fine con il calcio italiano. Quell’urlo a denti stretti, si capì molti anni dopo, significava dire addio a tutta l’impalcatura di coperture e rassicurazioni che il sistema aveva creato per far giocare a Napoli e in Italia il miglior calciatore al mondo.

Quella col Bari non doveva essere una giornata storica come quella della finale mondiale, ma lo divenne perché alla fine di quella partita Maradona andò nello stanzino dove si effettuavano i controlli antidoping, non trovò nessuna delle sue vie di fuga (parlò anni dopo di calciatori che urinavano al suo posto) e iniziò a capire che la fine era davvero vicinissima.

Da quel momento in poi infatti Maradona è prima chiamato in Procura per l’inchiesta che lo vede ufficialmente indagato per traffico, detenzione e cessione di cocaina, poi iniziano a uscire sui giornali notizie che riguardano i traffici che lui teneva attraverso il manager Coppola e il 29 marzo la notizia definitiva: Maradona positivo alla cocaina. Il 24 marzo aveva segnato il suo ultimo gol in maglia azzurra contro la Sampdoria a Marassi.

Molti si stupiscono sul come sia stato possibile per Maradona abbandonare in tutta fretta Napoli, nella notte tra l’1 e il 2 aprile. Era abbastanza prevedibile dopo tutte queste avvisaglie e si può serenamente affermare che dormisse con le borse sotto il letto. Diego parte con tutta la sua famiglia, dopo gli strazi per il dover lasciare una piccola comunità che ruotava intorno alla sua casa e con cui si erano creati rapporti familiari e tornerà in città solo alle 11.34 del 9 giugno 2001, per la partita d’addio di Ciro Ferrara.

L’addio di Diego in città non era un evento impossibile, uno di quei pensieri lontanissimi a cui non vuoi pensare per non disperdere il tempo e dedicarlo a cose concrete. In tanti sapevano che non avrebbe retto il circo sporco che si era creato intorno. Per sostenere la sua condotta aveva bisogno di molto criminali a fargli da paggetti, con la conseguenza che prima o poi qualcosa doveva pagare. Inoltre i rapporti con Ferlaino e i dirigenti erano inesistenti ed erano andati via anche alcuni uomini in società che avevano fatto da cuscinetto tra il presidente e il calciatore. Se a questo si aggiunge che il calcio italiano non tollerava più quel calciatore che faceva quello che voleva, la fine, a guardare bene, era già scritta.

Eppure quando il 6 aprile 1991 il Tribunale commina definitivamente 15 mesi di squalifica al campione argentino, le lacrime della città sono uscite tutte fuori, anche più del giorno della squalifica e quello della partenza per l’Argentina. Questo è il vero giorno della fine perché è definitivamente scritto e confermato dalla legge che Maradona non sarà più un calciatore del Napoli, che non lo sarà più come prima, che l’uomo aveva intrapreso la strada della distruzione, che quel sogno durato sette anni era finito.

Anzi era finito un sonno. La città intera aveva chiuso dolcemente gli occhi, dimenticando tutte le brutture, le pochezze, le dimenticanze, le sopraffazioni. Nel 1984, dopo i disastri della ricostruzione e delle mani sulla città, del colera, della camorra imperante e del terremoto, Napoli aveva solo voglia di chiudere gli occhi e riposare. Lo ha fatto venendo cullata da un mago argentino, arrivato lì ancora senza un perché. Come la bimba che nel primo racconto de “Il mare non bagna Napoli” di Anna Maria Ortese inforca gli occhiali e vede per la prima volta chiaramente lo schifo della realtà non più appannata, così Napoli quel 6 aprile apre i suoi occhi e inizia a piangere e urlare forte, perché la realtà che aveva voluto dimenticare, senza il suo genio-farmaco, era ancora lì.