I fischi a Bastoni e la psicologia dell’odio, l’esperto: “Non è tifo. Siamo ai limiti del bullismo”

Il difensore dell'Inter e della Nazionale, Alessandro Bastoni, è finito al centro delle polemiche dopo il controverso episodio nel derby d’Italia tra Inter e Juventus: fischi negli stadi, polemiche sui social e una discussione che sembra non spegnersi nonostante le scuse pubbliche del calciatore. Nell'intervista a Fanpage.it il dottor Danilo Corona (psicologo, psicoterapeuta, psicosomatologo) spiega il meccanismo del "capro espiatorio" e quando il tifo rischia di trasformarsi in accanimento collettivo, il ruolo dei social nell'alimentare l'odio e il sottile confine tra sfottò sportivo, espiazione pubblica inquietante e ai limiti del bullismo da stadio.
Dottore, partiamo dal cosiddetto meccanismo del capro espiatorio. È mai possibile che un singolo episodio trasformi un calciatore nel ‘nemico pubblico numero uno', andando oltre ogni logica sportiva?
"Il meccanismo del capro espiatorio è antico, studiato profondamente dal filosofo René Girard, e lo ritroviamo in fenomeni storici ben più gravi delle vicende calcistiche. La mente umana, davanti alla complessità di una sconfitta o di una frustrazione, cerca una semplificazione. Gestire la complessità costa fatica, individuare un colpevole unico è rassicurante. In casi come questo, l'episodio di Bastoni diventa la spiegazione semplice a un evento negativo. Per esempio: abbiamo perso per colpa di questa espulsione. È un modo per scaricare la frustrazione derivata dai risultati della competizione su un unico punto focale".
Cosa scatta nella mente di migliaia di tifosi che fischiano all'unisono: possiamo definirla reazione a un atto di ingiustizia percepita o un semplice sfogo di frustrazioni?
"Entrambi. L'evento di fondo è la percezione di un'ingiustizia, legata in questo caso a una simulazione evidente. Il pubblico sente la necessità di trovare una ‘risposta' a questa ingiustizia. Non dimentichiamo il contesto: il derby d'Italia tra Inter e Juventus ha una storicità fatta anche di scudetti tolti e riassegnati. A causa anche di questa tensione pregressa fa sì che un episodio, purtroppo non raro nel calcio, prenda un'eco sproporzionata".

Lei ha accennato al fatto che alcuni atteggiamenti di Bastoni possano aver alimentato polemiche. Quanto conta il comportamento nella costruzione del nemico?
"Moltissimo. L'esultanza al momento del rosso o il giustificarsi con una mezza bugia hanno agito come benzina sul fuoco. In quel momento la tensione è tale che anche un professionista di 26 anni con esperienza internazionale può perdere il controllo. Gli atleti sono esseri umani: la tensione emotiva può far crollare la lucidità della performance e della comunicazione".
Quanto pesano le piattaforme digitali nel mantenere viva la rabbia per mesi, impedendo che l'episodio venga archiviato?
"Dobbiamo distinguere lo stadio dai social. Allo stadio agisce il ‘contagio emotivo': si perde l'identità individuale a favore di quella collettiva. Sui social, invece, avviene una polarizzazione estrema tra colpevolisti e innocentisti, dove si perde ogni razionalità. Questo è amplificato dalle filter bubbles o echo chambers: gli algoritmi ci mostrano solo ciò che è vicino al nostro pensiero, convincendoci che tutto il mondo sia arrabbiato con Bastoni proprio come lo siamo noi. Ma la realtà è ben diversa".
Si dice spesso che dietro un computer sono tutti leoni…
"Esatto. E questo ci porta al confine tra tifo e bullismo. Allo stadio il tifoso cerca l'emozione forte, magari non percepisce l'impatto del suo fischio sull'atleta ‘strapagato'. Ma sui social il fenomeno diventa persecutorio. Quando si smette di colpire il professionista e si inizia a colpire la famiglia o si augurano malattie — come accaduto a Bastoni — non siamo più nel campo dello sport. Siamo davanti a minacce e fenomeni psicologici degenerativi della comunicazione di massa".

Arriviamo a un punto cruciale: qual è il limite etico? Quando lo stadio smette di essere un luogo di passione e diventa un teatro di bullismo collettivo?
"Il confine viene superato quando l'attacco non riguarda più la prestazione sportiva, ma investe la sfera personale e umana. Nel bullismo "tradizionale" abbiamo soggetti fragili. Nel calcio pensiamo che, essendo professionisti pagati, gli atleti siano immuni. Non è così".
Eppure molti dicono: Sono pagati milioni, devono sopportare.
"Questa è una giustificazione pericolosa, che può sfociare in bullismo in piena regola. La massa si sente legittimata dal numero, ma l'impatto sulla salute mentale di chi riceve migliaia di messaggi d'odio può essere devastante. Il bullismo si nutre dell'isolamento della vittima, e anche un atleta può sentirsi terribilmente solo davanti a pressioni di quel tipo".
Molti tifosi pensano che i calciatori siano ‘macchine' impermeabili grazie ai loro guadagni. È davvero così?
"No, dietro la maglia c'è sempre la persona. Essere un campione non ti rende immune alla sofferenza psicologica. È necessario un lavoro culturale: lo sport dovrebbe canalizzare l'aggressività in modo positivo, non distruttivo. Guardiamo alle Olimpiadi o ai Giochi Paralimpici: storicamente nascono come momenti di pace. Invece, nelle foto dell'episodio di cui parliamo, si vede nelle facce un'espressione di aggressività pura, non di gioia sportiva".

Se lei fosse lo psicologo di Bastoni, come gli suggerirebbe di gestire questa pressione? Come si disinnesca l'odio?
"Serve un lavoro su due livelli. A livello individuale, l'atleta ha bisogno di uno spazio per rielaborare la pressione. A livello di squadra, è fondamentale che il gruppo all'interno dello spogliatoio si stringa intorno a lui. La squadra deve ‘reggere' insieme il peso dei fischi. Fortunatamente, so che club come l'Inter hanno équipe di psicologi dedicate a questo. E, da quel che s'è visto, il club si è subito mosso per proteggere il proprio calciatore. Fattore molto importante".
In definitiva, cosa dice di noi questo accanimento?
"Dice che l'identità del tifoso spesso assorbe totalmente l'identità individuale. Ci si identifica così tanto con la maglia che l'avversario (o chi commette un errore) diventa un nemico totale. Come giornalisti e operatori, dobbiamo stare attenti: parlarne è importante, ma rischiamo anche di alimentare un'eccessiva focalizzazione su un caso che forse, se non fosse avvenuto contro la Juve, avrebbe probabilmente avuto una dimensione molto diversa. Questo ci dice quanto il contesto e l'appartenenza al gruppo influenzino (e a volte distorcano) la nostra capacità di giudizio".