L'effetto del Covid-19 in Spagna è stato drammatico e il calcio, come inevitabile conseguenza, va di pari passo con la crisi legata alla pandemia. Real Madrid e Barcellona hanno bruciato oltre 300 milioni di euro di ricavi, rispetto a quanto previsto nei loro conti prima che il mondo venisse a conoscenza della minaccia Coronavirus. Il peggio, però, arriverà nel 2021. E se le merengues stanno tamponando sul campo alle difficoltà economiche, sfruttando anche una riduzione delle spese attuata negli ultimi due anni, i catalani rischiano seriamente l’implosione, con un’elezione presidenziale alle porte e il contratto in scadenza di Leo Messi, già da tempo in rotta col club. Un ostacolo in più nel percorso di ricostruzione, che in realtà non è mai cominciato, perché l’era Bertomeu si è conclusa tra le macerie e chi dovrà sostituirlo sarà chiamato a sacrifici enormi, per limitare l’effetto della crisi nelle casse del Barça. Eppure, nonostante una prospettiva diversa sul campo, non c’è molto per cui gioire anche a Madrid.

I timori del Real Madrid per il 2021

Nel 2020, il Real Madrid prevedeva ricavi per 822 milioni di euro. Il bilancio approvato dai soci a metà dicembre, invece, si è chiuso con introiti pari a 715 milioni di euro. Un tracollo del 13%, più di 100 milioni da tagliare rispetto alle previsioni, con un esercizio chiuso in sostanziale pareggio (circa 320 mila euro di utile) grazie alle misure adottate per la riduzione degli stipendi. I tesserati delle prime squadre di calcio e basket hanno rinunciato al 10% dei propri compensi (con un accordo che avrebbe previsto il 20% in meno in caso di sospensione dei campionati). Nei cinque anni precedenti, però, il Real Madrid ha avuto in media un utile annuo di 33 milioni di euro, risultati che gli hanno permesso di accumulare al 30 giugno 2020 un patrimonio netto di 533 milioni complessivi. Una discreta assicurazione contro ogni sorta di rischio, in teoria, ma a Madrid sanno che il 2021 avrà effetti ancor più devastanti sulle casse del club.

La mancanza di ricavi da stadio, il tracollo dei ricavi commerciali, l’impossibilità di portare avanti il tour del Bernabeu (per il quale proseguono i lavori di ristrutturazione) e le vendite al minimo del merchandising hanno costretto il club presieduto da Florentino Perez a rivedere al ribasso le stime per quanto riguarda l’esercizio attualmente in corso. Il Real prevede infatti un fatturato pari a 616,8 milioni di euro, oltre 200 milioni in meno rispetto a quanto previsto per il 2020 prima della pandemia e circa 100 milioni in meno rispetto a quanto effettivamente messo a bilancio al termine della passata stagione. Non solo: il Real Madrid non registra un fatturato così basso dalla stagione 2014/15. Gli esercizi successivi hanno sempre visto i blancos con almeno 620 milioni di ricavi. Un salto indietro di cinque anni, causato principalmente dal vuoto di Valdebebas, dove la squadra di Zidane fino a qualche mese fa svolgeva soltanto le sedute di allenamento. Dovendo giocare a porte chiuse e dovendo proseguire i lavori al Bernabeu, il club ha deciso di far disputare lì le partite casalinghe, non potendo prevedere l’ingresso del pubblico, che da solo garantiva 175 milioni fino al 2019.

Debiti e Messi, la crisi del Barcellona

A Madrid, dunque, iniziano a fare i conti con l’inevitabile effetto Covid-19. A Barcellona, invece, la crisi nasce da ben prima dell’esplosione della pandemia. Il club culé naviga da anni tra i debiti, un problema annoso che sta influenzando anche le imminenti elezioni presidenziali. Quelle che ogni volta, storicamente, vedono un candidato presentarsi con un grande nome da acquistare sul mercato. Lo sa bene Joan Laporta, che nel 2003 vinse le elezioni e promise alla tifoseria azulgrana l’acquisto di Beckham. Gli andò malissimo, perché l’inglese andò al Real Madrid, ma il piano B si rivelò decisamente migliore del primo obiettivo: il neo presidente virò su Ronaldinho e la storia la conosciamo tutti. Ora Laporta si è nuovamente candidato alla presidenza del Barça e di nomi da spendere sul mercato non ne ha. Anzi, neanche è certo di poter tenere Messi in Catalogna, dopo il tentativo di fuga dell’argentino non andato a buon fine la scorsa estate: «Competere con altre offerte è complicato, ma non credo sia solo un tema di soldi».

Non per Messi, forse, ma per il Barcellona sì. Il vice presidente Jordi Moix, lo scorso 5 ottobre, ha annunciato un indebitamento complessivo pari a 820 milioni di euro. Un paio di mesi dopo, il presidente della commissione di gestione Carlos Tusquets è stato lapidario sui margini di movimento del club in sede di mercato: «Se si vende a gennaio, allora si potrà acquistare. La situazione economica è pessima, è preoccupante, però con speranza. Economicamente parlando, l’estate scorsa avrei venduto Messi. Sarebbe stato preferibile, la Liga esige dei limiti salariali». Non è un caso, d’altronde, se il Barça ha pagato più di tante altre big lo scotto del Covid-19: 855 milioni di ricavi, contro il miliardo previsto l’anno prima, con perdite pari a 97 milioni di euro. La chiusura del Camp Nou al pubblico ha causato mancati introiti per 67 milioni di euro, la maggior parte dei quali legati al botteghino, ma anche dalle strutture collaterali come il museo e il tour dell’impianto.

Madrid spinge per la Superlega

Le grandi di Spagna, dunque, annaspano nella morsa della pandemia. Non che in campo vada meglio: il Real ha superato la fase a gironi della Champions League solo all’ultima giornata e il Barcellona si è piazzato secondo nel gruppo vinto dalla Juventus, mentre in campionato la squadra di Zidane ha agganciato l’Atletico Madrid in vetta (pur con due partite in più), allargando il solco che la separa dal Barça. Ad oggi, i catalani sono fuori dalla zona Champions e un’eventuale mancata qualificazione al massimo torneo continentale sarebbe un ulteriore bagno di sangue. Lo scenario perfetto per sposare il progetto Superlega Europea, eppure tra i candidati presidenti l’argomento non sembra raccogliere consensi. È a Madrid, invece, che si cerca di dare un’accelerata al piano per un nuovo torneo europeo al di fuori dell’egida della Uefa: «Si necessitano nuove formule che rendano il calcio più competitivo, più emozionante – ha dichiarato Florentino Perez – la riforma non può aspettare e dobbiamo affrontarla quanto prima». Un monito, più che una richiesta, per evitare di affondare.