Gigi Cagni: “In Italia sbagliamo a parlare solo di tattica. I calciatori in Ferrari non stanno bene”

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Mister Luigi Cagni analizza per Fanpage.it i primi segnali del nuovo campionato passando per il solito dibattito sui giovani fino alla Nazionale Italiana e l’eccessivo numero di partite.

Tre giornate sono poche per emettere sentenze o dare giudizi definitivi, ma abbastanza per iniziare a cogliere qualche segnale. Gigi Cagni osserva il calcio italiano con il consueto spirito diretto e senza troppi giri di parole: apprezza il ritorno di ritmo e verticalità nella Serie A appena iniziata, ma vede ancora una distanza enorme rispetto al passato sul piano della qualità. Dai giovani alla Nazionale, passando per la programmazione e l’eccessivo numero di partite, il mister nato a Brescia affronta per Fanpage.it i temi del momento senza risparmiare critiche e consegnando una fotografia severa del calcio italiano.

Mister, dopo tre giornate qualche indicazione inizia ad arrivare. Che cosa le è piaciuto di più di questo avvio di campionato?
"Una cosa che mi è piaciuta è che mi sembra ci siano più squadre con ritmo e verticalizzazione. Si cerca di andare verso la porta avversaria il più in fretta possibile. Quando allenavo io si giocava così: si andava in avanti, si cercava di arrivare alla porta, si crossava o si tirava. Nell'arco di una gara c'erano sempre tiri da una parte o dall'altra e situazioni nelle due aree. Negli ultimi anni, invece, è successo molto meno. Se nel campionato italiano dell'anno scorso nella maggior parte delle partite vedevi il primo tiro dopo 15-20 minuti, e magari era anche una mezza occasione, secondo me la percentuale di situazioni vere in area era stata molto bassa".

Può aver contribuito anche il nuovo metro arbitrale, che tende a far giocare di più?
"Probabilmente sì. Però a me non piace vedere i difensori che si attaccano all'avversario, che sono sempre con le maglie tirate, sempre addosso, con dei falli che non hanno senso e che poi non vengono fischiati perché si vuole velocizzare il gioco. Anche la fase difensiva è tecnica. Non esiste soltanto quella offensiva o individuale. Ci sono cose che non sopporto: al di là del fatto che poi non marcano in area, giocano in linea e fanno altre cose di questo tipo. È ancora peggio".

Con questo calcio, secondo lei, i centravanti di vent'anni fa segnerebbero ancora di più?
"Se giocassero oggi, farebbero già tanti gol. Adesso ne farebbero il doppio".

Dopo appena tre giornate è arrivato anche il primo esonero, quello di Fabio Grosso alla Fiorentina. La situazione è piuttosto intricata e non ci infiliamo in tunnel complessi e poco chiari, ma lei che idea si è fatto?
"Diciamo che è una vicenda complessa ma, rimanendo sull'aspetto prettamente tecnico, se sei un allenatore devi essere capace di giocare con qualsiasi sistema e di far rendere i giocatori che hai. Poi hai il gioco che ti piace di più, certamente, ma se la società non è riuscita a costruirti la squadra che volevi, anche se ha speso 150 milioni, devi trovare una soluzione. Paratici è un direttore molto esperto e, oltretutto, ha scelto lui l'allenatore. Quindi questa cosa, se fosse vera, io l'ho letta come non bella".

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Mister Gigi Cagni.

Quindi ritiene che un allenatore debba adattarsi alla rosa che ha a disposizione?
"Il principio dovrebbe essere questo: io ho una squadra, un gruppo di giocatori e, a seconda delle loro caratteristiche, devo scegliere il sistema più adatto per farli rendere, ognuno nel proprio ruolo. Questo deve saper fare un allenatore. Poi, se trovi la situazione perfetta per te, tanto meglio. Io sono sempre stato per il 4-3-3 e ho avuto la fortuna di avere società che mi prendevano le due ali, il centravanti, il regista e il portiere, che erano le cose che volevo. Ma mi è capitato di non poter fare il 4-3-3 e ho fatto il 3-5-2 o il 4-4-2. Anche perché durante una partita può succedere di tutto".

Quindi non è la tattica a vincere le partite?
"Se partiamo dal presupposto che è la tattica, o il sistema di gioco, a vincere, vuol dire che non abbiamo capito bene questo mestiere".

Lei, qualche tempo fa, aveva parlato bene di Grosso. È cambiata la sua opinione?
"Io ho detto che Grosso mi piaceva. Quello che aveva fatto al Sassuolo mi era piaciuto da matti. Io guardo i miei colleghi come si comportano sul campo e, con la televisione, oggi puoi vedere tutto. Mi aveva sempre dato l'impressione di una persona pacata, serena e brava. L'anno scorso ho visto delle partite del Sassuolo e cambiava anche tatticamente a seconda della situazione. Poi sei giovane e puoi sbagliare, non è un problema. L'avevo visto in questi termini e l'avevo detto. Non vorrei aver sbagliato. Adesso vediamo cosa è successo, cosa dirà nelle prossime interviste e cosa salterà fuori. Poi si giudicherà".

Fabio Grosso fa parte delle generazione dei campioni del mondo del 2006 che sono diventati allenatori e che spesso sono al centro di discussioni perché, in un modo o nell'altro, trovano sempre panchina: queste critiche sono giuste o sono pretestuose?
"Erano tutti ottimi giocatori, anche fenomeni come Pirlo. Io, se guardo alla Nazionale che conosco, quella che ho visto nella mia storia, nel mio percorso calcistico di 50 anni, per 30-35 anni in Italia c'erano 100, 110, 120 giocatori forti. Quindi chi faceva il commissario tecnico aveva dei grossi problemi, perché ne aveva troppi. Era una scelta. Meglio avere quel problema".

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Fabio Grosso è stato esonerato dalla Fiorentina dopo 3 giornate.

Oggi invece?
"Oggi, ripeto quello che ho detto prima: sono 35. Sono quelli. Sbaglierai uno o due, forse. E sto parlando di buoni giocatori, non di fenomeni come c'erano prima. Io ho giocato contro dei fenomeni veri: Mazzola, Rivera, Riva, Domenghini, Picchi e tutta quella gente che i giovani non conoscono. C'erano squadre che avevano undici giocatori forti nei loro ruoli. Invece oggi di cosa parlano? Parlano di tattica perché di tecnica non possono parlare".

Naturalmente non è il nostro obiettivo perché abbiamo parlato anche di altro, e affronteremo tanti altri temi, ma Grosso faceva parte della short List di Maldini per la Nazionale con De Rossi e Pirlo… che idea si è fatta del nuovo corso della FIGC?
"No, io non entro in merito a queste cose. Uno comanda e fa delle scelte. Poi è andata come è andata, sperando sempre che non sbaglino. Poi si può sbagliare. In questo mestiere è difficile".

Cambiando discorso ma con un occhio sempre all'azzurro, in questo primo scorcio di stagione ci sono diversi calciatori italiani che si sono messi in luce: non è che questi ragazzi vengono messi in ombra da altri tipi di scelte dettate da legami e relazioni con procuratori/agenti? In altre parole si può dire che manca coraggio di farli giocare questi ragazzi a scapito di scelte di altro tipo?
"Ti faccio una domanda: secondo te noi siamo un Paese che potrebbe accettare anche il non risultato per far giocare i giovani?"

Probabilmente no.
"E allora hai già risposto. Finché noi non acquisiamo la cultura della sconfitta, non possiamo andare da nessuna parte. Il tifoso parla, parla, parla, ma non vuole perdere. Non dico che vuole vincere, perché ci sta anche il pareggio, ma non vuole perdere".

Però quando un giovane è bravo, alla fine lo dimostra.
"Certo. Se in Italia ci fossero tanti giovani di qualità, parlerei in modo diverso. Direi: ‘Questi sono bravi, bisogna farli giocare'. Ma tiratemi fuori i nomi. Adesso leggevo di Mancini, che probabilmente convocherà altri due o tre ragazzi giovani. Giustamente li convocherà. Ma quanti sono? Tre, quattro, cinque, sei? La Nazionale l'anno scorso ne aveva 35".

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Sandro Tonali con la maglia del Tottenham: è stato pagato 110 milioni di euro.

Il problema, quindi, è soprattutto la qualità della generazione attuale?
"Ma certo. Devono essere bravi. Io, ad esempio, Sandro Tonali lo conosco da ragazzino, l'ho avuto quando giocava negli Allievi del Brescia e si allenava con me negli ultimi mesi del campionato. Ma che Tonali valga 110 milioni è un assurdo".

Ritiene una stortura quella cifra?
"Ma certo che è una stortura. Perché come lui ce ne sono pochi, o nessuno. E Tonali non è un fuoriclasse: è un ottimo giocatore, ma non è un fuoriclasse. Tu pensa: 110 milioni nel suo ruolo. Cosa vuol dire questo? Che non ce ne sono. Dimmi un centravanti italiano… La mezzala, la mezzapunta con qualità, gli esterni: non ce ne sono più. Di cosa parliamo?".

Come si può uscire da questa situazione?
"Dobbiamo essere bravi tutti. Può essere tutto un insieme di cose, ma noi dobbiamo programmare. Io spero che Ranieri, Malagò e tutti quelli che devono organizzare riescano a costruire qualcosa nei prossimi quattro anni. Ma programmando".

Una programmazione che richiede tempo…
"Per fare una programmazione seria ci vogliono anni. Ci vogliono sconfitte, situazioni difficili. Ma bisogna partire. Perché se non partiamo mai saremo sempre qui a far girare la cosa. Sarebbe grave non fare il Mondiale per il quarto anno, ma se io non lo faccio perché ho programmato e dai prossimi quattro anni in poi sarò sempre al Mondiale perché avrò giocatori forti, dov'è il problema? L'idea di base deve essere forte. Per costruire ci vuole tempo".

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La scelta di Giovanni Malagò: far ripartire la Nazionale con Mancini CT e Ranieri direttore tecnico.

Lei sostiene, quindi, che l'Italia debba anche avere il coraggio di fermarsi e ripartire dalle fondamenta. Ho capito bene?
"Noi stiamo andando troppo veloce e non siamo pronti. Ti faccio un esempio stupido: intelligenza artificiale, tutte le cose tecnologiche qua e là, e non abbiamo la corrente. Dobbiamo capire che dobbiamo fermarci. Gli altri vadano avanti veloci, non ce ne frega niente. Noi mettiamo a posto le basi. E poi, se stiamo fermi un anno, dov'è il problema? A organizzarci, intendo. A preparare il futuro con delle basi".

È un discorso che va oltre il calcio, quindi…
"Noi costruiamo sopra senza avere la base sotto. Perché dobbiamo andare veloci come gli altri? Non siamo così noi. Noi abbiamo una qualità sola: siamo i più intelligenti al mondo, i più fantasiosi. Abbiamo più qualità di qualsiasi paese del mondo. Ma dobbiamo saperla utilizzare".

In questo inizio di campionato c'è qualche allenatore che l'ha colpita più degli altri?
"Vabbè, faccio facile: Gasperini. Sono stato l'unico a parlarne bene sempre, anche nove anni fa quando è andato all'Atalanta e tutti dicevano che era antico perché giocava uomo. È gente che ancora oggi parla di calcio in Rai e tutto il resto".

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Gian Piero Gasperini, allenatore della Roma.

Altri nomi?
"Fabregas, come fai a non citarlo? Poi ero curioso di vedere Amorim. Bene, perché verticalizza. Non ha una squadra con grandi qualità, secondo me, però l'idea è quella. Chivu è bravo. Ha una squadra forte, ma è bravo. E l'Inter verticalizza. A parte le cazzate di Madrid, nel calcio succede di tutto. Sono proprio queste cose che ti permettono di non sbagliare dopo: fai una stupidaggine, due stupidaggini, e poi non le fai più. È così che si impara dagli errori, mica dalle cose fatte bene".

E tra le altre squadre?
"Secondo me anche il Bologna farà qualcosa, il Torino. Ma non lo so. Tra le grandi sto aspettando il Napoli, chiaramente. C'è però un altro tema che sta facendo discutere: gli infortuni. Sono già tantissimi".

Lei si è dato una spiegazione o riconduce tutto ai calendari fitti?
"C'è qualcosa che devono mettere a posto. Si gioca tantissimo, si gioca troppo e c'è poco tempo per recuperare. Secondo me c'è proprio il rapporto fatica-recupero. Anche l'atleta, anche il calciatore deve imparare che deve riposare di più. È un mestiere che ti fa guadagnare tanto, ma devi fare tanti sacrifici. Se vuoi ti racconto un aneddoto di quando giocavo…".

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Cesc Fabregas, allenatore del Como.

Ascolto con molto piacere.
"Io ho avuto allenatori come Sonetti che facevano preparazioni pesanti. Ma la prima cosa che mi disse fu: ‘Ragazzi, quello che conta è finito l'allenamento: un'ora, due ore di recupero. Poi andate dove volete, ma appena finito l'allenamento dovete recuperare'. E non credo che la maggior parte dei calciatori faccia una cosa così".

Cosa significa, concretamente, recuperare?
"Vuol dire che hai finito l'allenamento, vai a casa e ti sdrai. Recuperi completamente. Poi vai con la moglie, con la fidanzata, fai le spese, shopping e quello che ti pare. Ma prima devi recuperare. Pensa che io cambiai automobile per una questione fisica a vent'anni. Quella che avevo, una 1750, non era adatta alla mia muscolatura. Avevo sempre problemi al quadricipite. La frizione era molto dura e, per la postura in macchina, mi dava problemi. Questa decisione fu presa dal preparatore e dal massaggiatore".

Quando si dice, l'attenzione ai dettagli…
"I giocatori che vanno in giro con il Ferrari, magari alti un metro e ottanta, non stanno benissimo. O con il Porsche, con le macchine basse. Non fa bene. Io sarò esagerato, ma questa è la realtà dei fatti. Parla con un ortopedico".

Approfondirò. Qualche altro consiglio ricevuto o dato?
"Avevo 18 anni e un ortopedico mi diceva: ‘State troppo sotto la doccia. Non siete dei meccanici'. Noi stavamo lì a fare i cretini sotto la doccia, perché nello spogliatoio lo vivi. Prima e dopo l'allenamento, dopo la partita, si perde tempo. E lui mi disse: ‘Te ne accorgerai'".

E aveva ragione?
"Aveva ragione lui. In questo caso parlo di artrosi. L'attenzione ai dettagli fa la differenza. Bisogna essere attenti a tutto".

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