Fabregas sta costruendo il Como partendo da un principio quasi controcorrente: “L’allenatore non deve controllare tutto”

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Fabregas spiega la filosofia di fondo della sua squadra dopo la vittoria in Champions: il suo calcio inizia dove finisce il controllo. “Cerco solo di aiutare i giocatori e far sì che si esprimano nel miglior modo possibile”.

Il Como è l'unica italiana ad aver vinto in Champions League. E no, non è una favola. Il 4-1 rifilato al Lipsia al debutto non appartiene (solo) alla magia del calcio che alimenta l'olografia del racconto sportivo e al potere dei soldi ma è frutto di una filosofia di fondo precisa che Cesc Fabregas ha adottato nella costruzione della sua ‘creatura'. Il risultato conseguito contro i tedeschi è storico, restituisce lustro al calcio tricolore, ma non è un exploit. Anzi, è la prima pietra di un progetto che parte da una rinuncia: "L'allenatore non deve controllare tutto". Il tecnico spagnolo chiarisce il concetto alla CBS discutendo con Thierry Henry della libertà lasciata a Nico Paz e Martin Baturina, due calciatori ai quali è concessa licenza di uscire dalla gabbia degli schemi e muoversi negli spazi in base a ciò che vedono in campo. La riflessione dell'allenatore racconta molto più di una semplice scelta tattica: dare struttura alla squadra è il primo passo, ci sono le indicazioni tattiche e la lettura degli avversari poi arriva il momento in cui il tecnico deve fare un passo indietro perché "bisogna fidarsi del talento. Quando ho iniziato ad allenare pensavo di poter gestire ogni cosa. In questi anni ho capito e accettato che non posso".

Ecco perché Fabregas non sta semplicemente "lasciando liberi" Paz e Baturina, due dei giocatori che hanno maggiore estro e qualità in rosa, ma ha scelto consapevolmente dove finisce il suo lavoro e dove deve esprimersi il talento. Un approccio quasi controcorrente rispetto a interpretazione e applicazione degli schemi, spesso algida e legata solo alle deduzioni asettiche delle statistiche.

Fabregas ha capito che il talento non va ingabbiato

La domanda di Henry scaturisce da quanto visto nel corso del match di Coppa: libertà individuale e disciplina collettiva coesistono e s'incastrano alla perfezione nel calcio che Fabregas studia per il suo Como. Paz e Baturina mettono al servizio della squadra le loro qualità in maniera diversa rispetto alla rigida esecuzione di un copione: hanno la possibilità di muoversi, cercare e aprire spazi, scambiarsi le posizioni, leggere le situazioni di gioco e piazzare la giocata più congeniale al momento. E quando il tecnico dice "Ci sono diversi tipi di giocatori. Alcuni hanno bisogno di più struttura, mentre altri sono più talentuosi e si può confidare in loro per esprimersi in modi diversi", sta sviscerando la sua idea di calcio. In alcuni casi, la libertà non è un rischio ma una risorsa che può essere governata permettendo ai giocatori più creativi di incidere ‘a modo loro' in un determinato contesto tattico.

Cesc e il ruolo del numero che "sta diventando una figura perduta"

Fabregas è stato calciatore, è cresciuto nella scuola del Barcellona, ha indossato la maglia dell'Arsenal, ha avuto come maestro un manager come Wenger, ha attraversato un'epoca in cui il numero 10 non codificava solo una maglia ma un'interpretazione di calcio che, soprattutto in questi anni, è stata via via limitata dall'organizzazione, dalla fisicità. Diceva Baggio: la palla non suda, ovvero che nel calcio è molto più efficiente far correre il pallone con i passaggi piuttosto che profondere solo energie nella corsa e nell'esecuzione di movimenti prestabiliti.

Ed è a questa ottica che è legata la visione del tecnico spagnolo. "Ho sempre sentito che il numero 10 sta diventando una figura perduta nel calcio. Ho avuto la fortuna di giocare in quella posizione, e credo che il ruolo sia molto importante. A volte, come allenatori, possiamo essere troppo restrittivi con il talento che certi giocatori hanno".

Nico Paz e Baturina, la tattica non può prescindere dalla libertà del talento

Il calcio di Fabregas inizia dove finisce il controllo. E lo ripete anche quando focalizza l'attenzione su Paz e Baturina e sulla speciale libertà di cui godono. "Sono molto fortunato ad avere due giocatori giovani estremamente talentuosi, di 22 e 23 anni. Il mio compito è semplicemente consigliarli per il meglio".

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E in cosa consiste questo meglio? Nel giusto punto di equilibro: dare un'organizzazione alla squadra senza ingabbiare, perché il talento non può essere solo disciplinato. "Mostriamo loro come pressa l'avversario, uomo contro uomo o a zona, se giocano con un solo numero 6, e come si muove quel giocatore. Spieghiamo quelle dinamiche e poi cerchiamo di creare superiorità, sovraccarichi e spazi per far diventare pericolosi altri giocatori".

Fin qui c'è la mano dell'allenatore, poi il suo compito di ferma e la recita del ruolo diventa a braccio. "Finisco per fidarmi delle loro decisioni. Quando ho iniziato ad allenare due o tre anni fa, pensavo di poter controllare tutto. Ho accettato che non posso. Cerco solo di aiutarli e di far sì che si esprimano nel miglior modo possibile". E, a giudicare da quel che si vede, funziona.

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