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Se pensate che il Como funzioni solo perché ci mette tanti soldi, allora non avete capito niente

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Il Como può contare sui miliardi della famiglia Hartono, tutto vero. Ma se pensate che basti quello, state ancora contando i soldi mentre loro costruiscono la storia.

Se pensate che il progetto del Como funzioni semplicemente perché alle spalle c’è il patrimonio da favola della famiglia Hartono, allora non avete capito nulla di quello che sta succedendo sulle sponde del Lago. Ridurre l’alchimia di Cesc Fabregas e la pianificazione della famiglia Hartono, mostrata al mondo nel debutto assoluto in Champions League, a una semplice esibizione di muscoli finanziari significa ignorare la verità più lampante emersa dal campo: la proprietà del Como è immensamente ricca, sì, ma la vera differenza è che quei soldi sa spenderli con una competenza disarmante.

La straordinaria notte di giovedì sera allo Stadio Giuseppe Sinigaglia, dove il Como ha disintegrato il Lipsia con un clamoroso 4-1, non è il classico estemporaneo miracolo all’italiana e nemmeno un banale trionfo del denaro. È, al contrario, uno schiaffo culturale alle logiche bulimiche del calcio contemporaneo, che sempre più spesso si rifugia in milionari investimenti di proprietari occasionali per poi scontrarsi con la cruda e amara realtà del campo. Una realtà che conferma una delle leggi non scritte del calcio: i soli soldi non fanno vincere.

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La certificata ricchezza della proprietà indonesiana non si è tradotta nell’acquisto seriale di “figurine” a fine carriera o in aste folli per accaparrarsi i nomi da copertina. È diventata, invece, il manifesto programmatico in cui ogni euro investito risponde a criteri di funzionalità, concretezza e futuribilità. Basta scorrere i protagonisti di quella notte europea per rendersene conto. Il croato Martin Baturina, eletto MVP indiscusso della serata, ha preso in mano le chiavi del centrocampo con la personalità di un veterano della Champions, ma è arrivato grazie a uno scouting chirurgico e a fari spenti.

Lo stesso identico discorso vale per Assane Diao, Alex Valle e Lamine Ramon: profili di prospettiva, strappati alla concorrenza internazionale a cifre intelligenti, visto che insieme non hanno superato i 20 milioni di investimento. E si sono incastrati come tasselli millimetrici nella visione fluida di Fabregas.

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Non serve immettere sul mercato cifre iperboliche per un singolo calciatore se si ha l’abilità di scovare l’ingranaggio perfetto per il proprio motore. Questo modus operandi non è una folgorazione dell’ultima ora, ma l’evoluzione naturale di una filosofia che ha radici ben salde. Già nella passata stagione, quando il Como ha gettato le basi per la promozione e la successiva scalata ai vertici, lo ha fatto registrando spese complessive e monte ingaggi decisamente inferiori rispetto ad altre piazze storiche italiane che, a parità di risorse o persino spendendo di più, sono rimaste clamorosamente al palo.

Un esempio per tutti? Restiamo in Italia e pensiamo al Napoli di Antonio Conte che solamente l’anno scorso ha speso circa 150 milioni sul mercato e oggi ha lasciato in eredità ad Allegri una squadra che si ritrova con uno straccio di capitale tecnico a disposizione.

Dal Como bisogna solamente imparare, prima che su quanto si vede in campo, su come si deve gestire una società. Anche di calcio. Dove coniugare il vil denaro a risultati sportivi concreti è fattibile, con una visione precisa: la priorità assoluta al merito del campo a pari passo con la sostenibilità delle idee. Un modello economico che viaggia in direzione ostinata e in netta contrapposizione ai grandi e conclamati fallimenti dell’era calcistica moderna.

Vengono alla mente facilmente soprattutto le follie da Premier, come i centinaia di milioni bruciati dal Chelsea della gestione guidata dal magnate americano Todd Boehly, capace di investire la cifra mostruosa di oltre 1,5 miliardi di sterline in poche sessioni di mercato per poi ritrovarsi prigioniero di rose extralarge ingovernabili e continui ribaltoni tecnici. O lo stesso Paris Saint Germain, guidato dal presidente Nasser Al-Khelaifi, che per anni ha perseguito l’illusione di poter comprarsi la Champions League immettendo capitali infiniti per accumulare fuoriclasse slegati da un’idea collettiva.

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Il "piccolo" Como ha scelto una via alternativa. Ha dimostrato al mondo che si può disporre di un potenziale economico enorme senza essere calcisticamente sprovveduti, rifiutando il mecenatismo tossico che pretende di comprare il successo a scatola chiusa. La sua favola, che oggi si gode il miglior debutto italiano nella massima competizione europea dai tempi della Sampdoria di Vialli e Mancini, è in realtà un lucidissimo e moderno piano aziendale.

Chi riduce tutto al portafoglio dei proprietari sta guardando il dito e non la luna. Perché la notte magica del Sinigaglia ci ha lasciato una grande lezione: il denaro può comprare i giocatori, ma solo la reale competenza gestionale è in grado di costruirne la storia. Se ancora pensate che sia solo una questione di soldi, rivolgetevi pure direttamente al Como.
Il numero è pubblico.
Basta smettere di contare i miliardi e iniziare a guardare il campo.

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Giornalista professionista dal 2000, con la passione per l’informazione che mi accompagna fin dal 1995, ho attraversato ogni branca del mestiere: dalla carta stampata alla radio, dalla televisione alle testate online. Come inviato e corrispondente per il Corriere dello Sport, cronista per Mediaset, caporedattore, opinionista, conduttore e autore, ho sempre cercato di analizzare, approfondire e raccontare con rigore e umanità, nel rispetto assoluto della notizia e di chi la legge o la ascolta. Dal 2010 sono nella redazione sportiva di Fanpage.it fin dai suoi primissimi giorni, con il privilegio di scrivere di tutto ciò che è sport. Il calcio, il ciclismo e l’hockey vivono in modo particolare nel mio cuore: non sono solo risultati o classifiche, ma emozioni vere, storie di sacrifici, di sogni e di passione che si rincorrono su un campo, su una strada o su una pista di ghiaccio.
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