Favo, CT dell’Italia U17: “Non capiamo cosa succeda con la Nazionale maggiore. Il talento qui c’è”

L'Italia Under 17 ha scritto una pagina storica del calcio giovanile azzurro raggiungendo per la prima volta in assoluto la semifinale dei Mondiali di categoria nella prima edizione allargata a 48 squadre. Il percorso della Nazionale, guidata dal Commissario Tecnico Massimiliano Favo, si è interrotto solo davanti all'Austria, ma l'impresa ha dimostrato la solidità e il talento di un gruppo che lavora insieme da anni. L’allenatore ha parlato ai microfoni di Fanpage.it per analizzare i segreti di questo successo e parlare del livello di un calcio giovanile sempre più globalizzato ma che riesce ad alzare sempre di più la sua asticella regalando veri gioielli.
L'Italia ha giocato la prima semifinale U17 della storia azzurra: qual è il segreto di questo gruppo e cosa ha rappresentato per lei arrivare fin qui in un'edizione così competitiva e allargata?
Il segreto è rappresentato dalla continuità del lavoro. Tutti sanno che per un CT il problema maggiore è l’esiguità del tempo per lavorare con i giocatori. Questo è un gruppo che, come quello dei 2007 (con i quali ho vinto l’Europeo), ho selezionato già nell’U15 essendo partito da lì. Per noi è sicuramente un grande risultato, ma ci lascia comunque l'amaro in bocca perché già a maggio solo i calci di rigore contro il Portogallo ci hanno negato la finale in Albania. Mi sarebbe piaciuto avere una rivincita contro i portoghesi che, come noi, si sono riconfermati a Doha.

Da diversi anni lei lavora con i giovani nel giro della Nazionale. Come si fa a capire se un ragazzo di 15 o 16 anni può davvero fare il salto nel calcio dei grandi?
È difficile da comprendere, perché a questa età ci sono innumerevoli variabili: individuali (fisiche e tecniche), emotive, caratteriali e anche legate alla gestione da parte dei loro club. Il talento viene fuori quando, oltre alle doti tecniche, fisiche e tattiche, ci sono grande personalità e voglia di sacrificarsi e arrivare.
Secondo lei l’obiettivo di un'Under è più il percorso nel torneo o la formazione di giocatori per le nazionali maggiori?
L'obiettivo delle Nazionali è principalmente quello di far confrontare i ragazzi con un livello internazionale superiore a quello che trovano nei campionati nazionali. Questa esperienza nella Coppa del Mondo ci ha dimostrato il livello altissimo e globalizzato di tutte le scuole calcistiche degli altri continenti. Un esempio lampante? La Spagna non si è qualificata per questa edizione e, a turno, sono uscite Belgio, Argentina, Germania, Francia, Inghilterra. Quando sento commenti che hanno sottovalutato le nostre vittorie con Uzbekistan e Burkina Faso mi viene da ridere, perché proprio queste squadre hanno eliminato formazioni più blasonate. In Italia ancora diamo un valore enorme alla storia. Il presente calcistico è altamente e globalmente livellato verso l’alto.
Nei risultati delle giovanili italiane sembra esserci più continuità rispetto alla Nazionale maggiore, che invece negli ultimi anni ha faticato. Come si spiega questo contrasto?
Sinceramente ce lo chiediamo anche noi, è difficile trovare una spiegazione. Si lavora con un metodo che funziona e il talento c’è, lo dico da tempo. Ho allenato i grandi nelle categorie minori, fino alla C: la pressione del risultato è forte e si osa forse meno che in altri Paesi. I giovani sbagliano e vanno attesi. Forse non c’è molta pazienza. Di sicuro le Nazionali giovanili italiane sono rispettate e temute a livello internazionale.

Al di là del risultato della semifinale, quali sono le certezze che vi portate a casa dopo questi Mondiali in cui si è scritto un pezzo di storia?
Le certezze sono che abbiamo un buon movimento giovanile da perfezionare e migliorare con l’aiuto e l’assistenza dei club, che ringraziamo, ma che devono anche qualcosa a noi per l’esperienza incredibile che i loro giocatori fanno in queste competizioni. A casa, oltre alla storia, torniamo tutti con un bagaglio di esperienza notevole che ci dà ulteriore consapevolezza e competenza.
Nella sua rosa ci sono Samuele Inacio e Luca Reggiani, entrambi al Borussia Dortmund, oltre ad altri convocati al di fuori dell'Italia. C'è differenza tra chi cresce in patria e chi va subito all'estero?
Devo dire che quelli citati stavano lavorando bene anche all'Atalanta e al Sassuolo. Hanno fatto una scelta di vita: andare lontano da casa, imparare altre lingue, essere focalizzati tutto il giorno sull’idea di fare i calciatori in strutture dedicate può essere un vantaggio e uno svantaggio. Sicuramente, a livello umano, crescono prima.
Se potesse mandare un messaggio ai club e agli allenatori della Serie A su questo gruppo e sul valore dei giovani italiani, quale sarebbe?
L'unico messaggio che posso dare dopo aver visto tante squadre al Mondiale (48) è che i nostri ragazzi valgono come e più degli altri. Ma è un messaggio che dovremmo estendere anche agli appassionati, che a volte si esaltano più per l’arrivo di un calciatore straniero che per l’esordio di uno di questi ragazzi.