Non c’è una data esatta o una circostanza specifica. C’è un momento più o meno largo, una fase della sua storia, dal quale la Juventus ha smesso di fare tutto quello che aveva dimostrato di saper fare a meraviglia. Programmazione, progettualità, la capacità di elaborare ogni mossa per essere sempre un passo avanti. La miscela che ha prodotto nove scudetti consecutivi, svariati trofei in Italia e quel desiderio ricorrente e ossessivo – in alcuni casi persino accarezzato – di conquistare la Champions League.

Tutto a un tratto alla Juventus è cominciato ad andare stretto essere la Juventus, inteso come modello di gestione sul piano sportivo. La rincorsa impervia e puntualmente vana al tanto agognato trono europeo ha offuscato la vista e confuso le idee. La Juve si è snaturata nel tentativo di vincere diventando quel che non era. Un intento che si è materializzato prevalentemente in due modi.

Il primo atto di questo processo risale all’estate del 2017 e all’acquisto di Cristiano Ronaldo, per la serie: se la Champions non va alla Juve, la Juve prende mister Champions. Arriverà il momento di fare un bilancio definitivo su quell’investimento, sul piano economico e quello sportivo, ma è già evidente come quella scelta abbia precluso alla Juventus tutta una serie di altre possibilità. Innanzitutto in sede di mercato, viziato da un budget limitato e costellato da tante, troppe scommesse sbagliate. E poi per il suo impatto sul campo. Cristiano Ronaldo ha rafforzato la Juventus ma raramente l’ha resa una squadra migliore. Ne ha condizionato, con la sua sola presenza sul terreno di gioco, le intenzioni e le possibilità di evolversi verso un altro tipo di calcio. Ovvero l'altro peccato capitale della Juve di questi ultimi anni.

I guai della Signora sono cominciati nel momento in cui vincere ha smesso di essere l'unica cosa che conta e si è badato anche alla forma. La ricerca del gioco e di un completamento estetico delle vittorie ha portato la Juventus ad inanellare una serie di scelte estemporanee e poco organiche tra loro. Da Allegri a Sarri, da un mondo all'altro, senza mettere mano ad un organico che necessitava di profondo rinnovamento per aprire un nuovo ciclo. Fino ad arrivare a Pirlo, proiettato quasi per caso dall'Under 23 alla prima squadra nel giro di una settimana, in una situazione troppo grande e complessa per un allenatore senza la minima esperienza.

Così fuori posto da non avere tutte le colpe per la Juve che a marzo assomiglia ancora ad un cantiere, è lontana dall'Inter capolista in campionato e fuori dalla Champions agli ottavi contro il Porto. Eliminazione inaspettata quanto quelle rimediate contro Lione e Ajax, trend che si ripropone stagione dopo stagione, sempre con caratteristiche simili. Un fallimento su tutta la linea, che nasce da lontano.