Qualche tempo fa la Juventus ha scelto un claim per definire la visione del club: ‘Live Ahead'. Vivere avanti. Due parole ripetute come un mantra, in ambito social, commerciale e anche tecnico. Scelte con cura per sintetizzare in modo efficace l'idea di Andrea Agnelli: pianificare ed eseguire, vedere oggi quel che sarà domani, gestire il vantaggio sugli avversari giocando sull'anticipo delle scelte vincenti. È il modo in cui la Juve è arrivata a costruire il dominio fruttato nove scudetti di fila in Italia, a partecipare a due finali di Champions nelle ultime sei stagioni, a quadruplicare il fatturato nel giro di un decennio. Un approccio stimato anche dai grandi club europei, al punto da mettere Agnelli al comando dell'ECA in un momento delicato e complesso per l'evoluzione del calcio continentale. Vivere avanti è sinonimo di programmazione, progettualità, lungimiranza. Valori che non c'entrano niente con la scelta di Andrea Pirlo come allenatore della prima squadra.

Chiariamoci subito: nei colloqui intercorsi in queste settimane tra Pirlo e la dirigenza, Agnelli – la scelta è prevalentemente sua – potrà aver visto qualcosa che occhi esterni evidentemente non possono cogliere. E la sua, chissà, si rivelerà un'intuizione vincente. Vivere avanti comporta un robusto fattore di rischio, ma Pirlo rappresenta un autentico salto nel buio. Per quanto si possa raccontare secondo differenti sfumature, la realtà è che la Juventus ha affidato il suo progetto tecnico ad un allenatore che non ha mai diretto né allenamenti, né partite; che non ha mai gestito uno spogliatoio, per di più estremamente complesso (tra ex compagni di squadra a personalità piuttosto ingombranti); che non si sa come proverà a far giocare la sua Juve, se non per qualche mezza frase detta negli ultimi mesi. L'ha spiegato con la solita schiettezza Rino Gattuso, dopo Barcellona-Napoli.

"Adesso sono cazzi suoi. Il mestiere è difficile: bisogna studiare, lavorare, si dorme poco. Non basta aver fatto una grande carriera, chi è stato un grande calciatore deve togliersi il prima possibile i gradi del calciatore. Il mestiere di alleantore non si fa solo leggendo i libri".

I raffronti con il percorso fatto da Zidane e Guardiola sono privi di ogni fondamento. Entrambi sono arrivati alla panchina della prima squadra in tempi rapidi, ma comunque dopo un fondamentale percorso formativo all'interno del club. Andrea Pirlo, per quanto leggenda vivente del calcio italiano ed internazionale, ci arriverà senza mai essersi trovato dall'altra parte della barricata fino a questo punto della sua carriera. Solo due ragionamenti possono guidare verso la scelta compiuta da Andrea Agnelli: quello economico, in un momento nel quale l'investimento richiesto da un allenatore di prima fascia – con annessi e connessi sul mercato, in aggiunta allo stipendio da pagare a Sarri – sarebbe stato complicato da gestire, oppure la necessità di avere nello spogliatoio una figura autorevole, trasversale, riconoscibile, per tentare una modalità differente di gestione del gruppo.

Magari funzionerà e Andrea Pirlo cambierà per sempre il nostro modo di vedere il calcio. Sovvertirà schemi e logiche consolidate, smentirà quello che abbiamo sempre pensato dovesse essere il percorso di un allenatore. Ma la Juventus ha appena consegnato la panchina della prima squadra ad un esordiente che nove giorni fa veniva presentato come tecnico della squadra Under 23. Molto più improvvisazione che strategia. ‘Live Ahead' così estremo da risultare una scommessa in piena regola.