Douglas Costa: “Il mio primo contratto era da 100 euro. La Juve era devastante, mi ha cambiato la vita”

Dall’esperienza in Serie D col Chievo Verona ai ricordi delle esperienze con Juventus, Bayern Monaco e Seleçao: Douglas Costa racconta a Fanpage.it senza filtri la sua carriera, il rapporto con Cristiano Ronaldo e Neymar e la futura avventura a Dubai. Il brasiliano mostra un lato nascosto tra aneddoti, rimpianti e retroscena.
Immagine

Douglas Costa parla con la stessa leggerezza con cui per anni ha saltato gli avversari: senza forzature, senza pose e andando sempre dritto al punto. Dalla vittoria dei playoff col Chievo Verona alle notti di Champions League con Juventus e Bayern Monaco, passando per il Brasile, Guardiola, Allegri, Cristiano Ronaldo e Neymar, il fuoriclasse brasiliano ripercorre una carriera vissuta sempre ad altissima velocità.

Nel mezzo ci sono scelte di vita, sacrifici, dubbi e anche la voglia, oggi, di vivere il calcio in maniera diversa rispetto al passato. Racconta a Fanpage.it il motivo che lo ha portato in Serie D, il progetto che lo aspetta a Dubai e il legame mai spezzato con l’Italia. Emerge il lato più umano di Douglas Costa: il ragazzo cresciuto tra i campetti del sud del Brasile, allenato dal padre e arrivato in Europa quasi ‘al buio', senza sapere davvero cosa aspettarsi dall’Ucraina dello Shakhtar Donetsk. Un viaggio lungo vent’anni di calcio raccontato senza filtri, con il sorriso di chi sente di avere ancora qualcosa da dare.

Perché ha deciso di accettare la corte del Chievo? Come è nata questa operazione?
"In realtà all’inizio avevo un’opportunità in Ecuador, all’Emelec. Era una situazione importante perché il club stava entrando nell’anno del centenario e voleva fare un regalo ai tifosi. Mi avevano chiesto anche di chiamare Balotelli perché avevano un’offerta pure per lui. Io Mario lo conosco da tanti anni, quindi ci siamo sentiti. Però nel frattempo io parlavo molto con mia moglie e ragionavamo sulla qualità della vita. In Ecuador c’era pressione, c’era il sogno Libertadores, ma non era semplicissimo vivere lì. Dubai invece ci sembrava più tranquilla".

E il Chievo dove entra in tutto questo?
“È successo che a Dubai gli slot per gli stranieri erano già pieni. Mario aveva preso l’ultimo posto disponibile. Così mi hanno detto: ‘Perché non vieni tre-quattro mesi al Chievo? Ti vediamo da vicino, lavoriamo insieme e poi magari vai a Dubai'. Io ci ho pensato due-tre giorni. Era una sfida nuova. Non sapevo bene cosa aspettarmi: lo spogliatoio, l’ambiente, il livello… tutte cose che quando hai fatto sempre Serie A o Champions non conosci".

Però alla fine ha accettato subito la sfida…
"Sì, e sono contentissimo. Mi sono divertito. Ho conosciuto ragazzi bravissimi e ho visto il calcio in un altro modo. Prima di arrivare qui per me era quasi uno sforzo mentale, perché non sai cosa trovi. Invece mi sono sentito accolto subito bene".

Douglas Costa ha giocato in grandi club, in Champions League, in Nazionale. Oggi cosa cerca ancora dal calcio?
“Adesso per me conta stare in campo e sfruttare ogni momento. Sono più vicino alla fine della carriera che all’inizio, quindi voglio godermi il calcio. Certo, voglio ancora vincere e competere, ma penso anche alla qualità della vita mia e della mia famiglia.”

Che calcio si aspetta dal calcio che vivrà a Dubai?
"Sta crescendo molto. Ho un amico che ha una squadra lì e vedo che il livello sale ogni anno. È un calcio un po’ più lento rispetto all’Europa, però ci sono spazi e qualità. E poi ci sono già Mario e altri ragazzi che conosco. Mi sa che arriva pure Daniele Baselli, quindi possiamo fare una squadra competitiva".

Mancava dall’Italia dal 2020. Cosa le mancava di più?
"La prima cosa sempre il cibo. Anche quando ero in Brasile, a Rio, con amici e famiglia cercavamo spesso ristoranti italiani. Non è uguale, però ti fa ricordare tante cose. E poi la lingua. L’italiano è abbastanza vicino al portoghese e io e la mia famiglia qui siamo sempre stati bene".

Douglas Costa esulta con Dybala e Pjanic dopo un gol alla Juventus.
Douglas Costa esulta con Dybala e Pjanic dopo un gol alla Juventus.

Tornando al periodo della Juventus, qual è il ricordo più forte dell’esperienza in bianconero?
"Tre anni bellissimi. Alla Juve ho imparato tanto perché arrivavo da un calcio diverso, quello tedesco, molto più diretto e offensivo. In Italia invece devi capire la fase difensiva, i tempi, la gestione della partita. Con Allegri all’inizio ho dovuto aspettare e imparare. Dopo quattro-cinque mesi ero pronto. In quel periodo sono andato al Mondiale col Brasile, ho giocato la Champions per vincerla… la mia vita è cambiata lì".

In allenamento alla Juve come affrontare la BBC (Barzagli, Bonucci, Chiellini) doveva essere un incubo. Chi era quello che, pur di non farsi saltare da un tuo dribbling, era disposto a "stenderti" anche nel riscaldamento?
"Io già li conoscevo, perché li avevo affrontati in Champions, non erano una sorpresa. Per me Barzagli era il migliore…".

Addirittura sopra Chiellini e Bonucci?
"Secondo me sì. Chiellini nella fase difensiva era impressionante. Bonucci tecnicamente era incredibile, sembrava quasi un trequartista quando impostava. Però Barzagli aveva tutto insieme. Era grosso, forte, veloce, intelligente. E io l’ho trovato a 36-37 anni. Immagina da giovane. Secondo me lui magari non aveva la fama degli altri due, però per chi stava dentro al campo era un difensore totale".

Douglas Costa festeggia un gol con la Juve.
Douglas Costa festeggia un gol con la Juve.

Tanti ex compagni di Cristiano Ronaldo hanno fatto riferimento al fatto che volesse vincere in tutto, dalle gare di sprint ai tiri in porta: c’è una sfida privata tra te e lui alla Continassa che ricordi con un sorriso?
"Sì. Ma quelli che arrivano a quel livello sono tutti così. Ho vissuto la stessa cosa con Neymar in Nazionale. Se perdevano una partitella si arrabbiavano davvero".

A proposito di Neymar: è corretto portalo ai Mondiali?
"Secondo me sì. Se hai 25 posti in rosa, uno per Neymar lo trovi sempre. Poi magari in allenamento vedi come sta e cosa può dare".

Sono assolutamente d'accordo anche perché, parliamoci chiaro: quanti sono i calciatori che ci fanno divertire con la palla tra i piedi come Neymar?
"Un come Neymar nasce ogni 50 anni. Non è un giocatore normale. Anche quando magari non aveva voglia, era comunque fortissimo. Io l’ho visto a 22-24 anni e faceva cose assurde".

Douglas Costa con Neymar ai Mondiali 2018.
Douglas Costa con Neymar ai Mondiali 2018.

Off-Topic doveroso ma per noi appassionati è un focus di discussione. Nella vulgata calcistica il Brasile si è europeizzato e non sforna più i talenti di una volta: è vero o è solo una percezione?
"Un po’ sì. Oggi abbiamo tanti allenatori stranieri, soprattutto portoghesi, e tanti giocatori che crescono già pensando al calcio europeo. Da una parte ti fa crescere nella mentalità, però dall’altra rischi di perdere un po’ della magia brasiliana, del calcio di strada, del gioco creativo".

A proposito di Brasile, Douglas Costa ha indossato la maglia della Seleçao partecipando ad un Mondiale e una Copa America. Nel 2018 in Russia eravate tra i favoriti ma siete usciti ai quarti col Belgio: è il suo rimpianto più grande?
"Sì, perché tutti pensavano a una finale Brasile-Francia. Però il Belgio aveva una squadra fortissima: De Bruyne, Hazard, Courtois, Lukaku… giocavano insieme da tantissimo tempo. Secondo me fecero una grande partita, ma noi perdemmo sui dettagli. E al Mondiale basta poco: se sbagli una partita devi aspettare altri quattro anni".

A proposito di Brasile, Douglas Costa ha mosso i suoi primi passi nelle giovanili del Novo Hamburgo prima di passare al Gremio: ricorda il suo primo approccio col pallone? Dove arrivò e con chi?
"Il mio primo allenatore è stato mio padre. Mio fratello giocava un torneo e io andavo sempre con lui. Un giorno mancava un allenatore e mio padre disse: ‘Alleno io, ma deve giocare anche Douglas’. Io entravo gli ultimi minuti e facevo la differenza anche contro ragazzi più grandi. Da lì è iniziato tutto. L’allenatore della scuola calcio conosceva persone del Novo Hamburgo e mi disse che lì il livello era più serio, perché giocavano contro Grêmio, Internacional e le squadre più forti del sud del Brasile".

Douglas Costa con la maglia del Brasile.
Douglas Costa con la maglia del Brasile.

Un torneo ha cambiato la vita di Douglas Costa.
“Sì. Facemmo un torneo internazionale contro squadre come Boca Juniors, River Plate, Grêmio, Inter… tutte squadre della costa est dell'America Latina tra Brasile, Argentine e Uruguay".

E giocaste proprio contro il Grêmio. Com’è andato quel provino?
“Sì, in semifinale. Pareggiammo e perdemmo ai rigori. Però dopo quella partita il Grêmio chiamò me e un altro mio compagno per fare un provino di due settimane. In tre giorni ci dissero già che facevamo parte della squadra. Da lì abbiamo giocato il campionato brasiliano Under 12 e abbiamo vinto. È nato tutto lì".

Douglas Costa se lo ricorda il primo contratto da professionista?
“Sì, ma erano tipo 100 euro (ride, ndr). Non potevi fare tanto".

E il primo grande acquisto?
“Quando sono andato allo Shakhtar ho comprato casa a mio padre e ho cambiato la vita della mia famiglia".

Douglas Costa i primi tempi allo Shakthar Donetsk.
Douglas Costa i primi tempi allo Shakthar Donetsk.

Ecco, l'Ucraina. Facciamo un passo indietro di qualche anno. Douglas Costa arrivò in Europa allo Shakhtar Donetsk. Quale fu il primo impatto con l’Ucraina?
“Quando arrivai allo Shakhtar pensai: dove sono finito? L'impatto fu enorme. Arrivai pensando che forse il livello fosse più basso, invece trovai giocatori fortissimi: Willian, Fernandinho, poi Mkhitaryan… lì ho capito che se non lavoravi forte andavi in panchina".

A guidare quella squadra c'era un allenatore enorme come Mircea Lucescu, che ricordo ha del mister?
“Bellissimo. Lui per noi brasiliani è stato fondamentale. Ci ha preso ragazzini e ci ha trasformato in professionisti veri. Era avanti mentalmente, capiva tutto. Litigava con noi, però sempre in modo positivo. Ci insegnava il calcio europeo senza togliere completamente la nostra creatività".

Dopo un’amichevole con on il Lione lei e alcuni connazionali come Fred, Dentinho, Alex Teixeira e Facundo Ferreyra vi rifiutaste di tornare in Ucraina per l'aggravarsi del conflitto bellico nell'Est del paese tra l'esercito ucraino e i separatisti filorussi, scoppiato dopo Euromaidan. Che ricordi ha di quella situazione?
"In realtà non avevamo rifiutato di tornare in Ucraina. Avevamo rifiutato di tornare a Donetsk. C’era la possibilità di andare a Donetsk, a Lviv oppure a Kiev, e noi brasiliani abbiamo detto che per noi era meglio Kiev. Perché la vita lì era molto più simile a quella a cui eravamo abituati. A Donetsk o Lviv era diverso. Non era una scelta politica ma di vita. Noi eravamo dodici brasiliani, praticamente metà squadra, e tutti insieme dicemmo che preferivamo andare a Kiev. Se fossero stati uno o due giocatori magari sarebbe stato diverso, ma essendo tanti il club ci ascoltò".

Douglas Costa in campo con la maglia dello Shakthar Donetsk.
Douglas Costa in campo con la maglia dello Shakthar Donetsk.

Dopo l'Ucraina, arriva il Bayern. Lì Douglas si è divertito parecchio, a sensazione?
“Sì, tantissimo. Il primo anno ero con Pep Guardiola ed era veramente tutto calcio, calcio vero. Con lui ci siamo divertiti molto".

C’è stato davvero un momento in cui avrebbe potuto seguirlo al Manchester City?
“No, perché quando lui firmò col City aveva un accordo particolare: non poteva prendere giocatori del Bayern. Non poteva toccare nessuno della squadra".

Ma Guardiola è davvero così maniacale come viene raccontato?
“Sì, assolutamente. Lui è esattamente quello che si vede da fuori. Vive di calcio, mangia calcio, la sua vita è il calcio. Un giocatore che capisce subito cosa vuole lui diventa automaticamente più forte. È uno dei più forti che ho avuto allenatori insieme a Ancelotti, Flick, Allegri, Lucescu… un livello altissimo".

Douglas Costa dopo un gol con la maglia del Bayern Monaco.
Douglas Costa dopo un gol con la maglia del Bayern Monaco.

Ha fatto riferimento ai compiti difensivi appresi in Italia. Guardiola le chiedeva le stesse cose?
“No, era diverso. Il vero lavoro difensivo l’ho imparato allo Shakhtar. Guardiola invece cercava più equilibrio. Mi diceva: ‘Tu puoi tornare fino a qui, oltre non serve’. In Italia invece ti chiedono di fare tutta la fascia avanti e indietro".

Quindi era un calcio differente anche tatticamente?
“Sì, perché al Bayern avevamo sempre la palla. Io risparmiavo energie per essere più pericoloso davanti. Era un calcio molto ragionato.”

Ha ritrovato qualcosa di simile in Italia?
“Forse solo il Napoli di Sarri aveva qualcosa di quel tipo. La Juve era diversa: molto più da contropiede. Però in quegli anni eravamo devastanti. Bastava una ripartenza e segnavamo subito".

Fino a qualche anno fa Douglas Costa era molto attivo e ironico sui social. Oggi meno. Perché?
“Perché secondo me i social sono cambiati. Prima erano più divertimento, più connessione tra persone. Oggi è tutto lavoro, tutto monetizzato. Qualsiasi cosa scrivi viene interpretata male da qualcuno. Per questo oggi preferisco scherzare dal vivo, nello spogliatoio".

Douglas Costa ai tempi della Juventus.
Douglas Costa ai tempi della Juventus.

Ultime battute veloci. Il compagno di squadra più forte?
“Neymar".

Più di Cristiano Ronaldo?
“Cristiano è stato il compagno più forte della mia carriera, però io ho visto Neymar giovanissimo, nel suo momento più esplosivo. Era qualcosa di assurdo.”

L’avversario più forte affrontato?
“Messi. Anche Ronaldo ovviamente. Ma contro Messi ho giocato più volte".

Il difensore più duro?
“Filipe Luis era tostissimo. E anche Alex Sandro difensivamente era molto forte".

Se Douglas Costa potesse tornare indietro e rigiocare una sola partita della tsua carriera per cambiare il risultato (o per goderti di più un momento), quale sceglierebbe e perché?
“Brasile-Belgio del Mondiale 2018. Perché secondo me, se la rigiochi dieci volte, la perdi solo quella volta lì".

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views