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Marco Negri: “Una pallina da squash mi ha rovinato la vita. Distacco della retina: fu devastante”

Dalla gavetta nelle serie minori all’esplosione con il Perugia e il passaggio au Rangers, Marco Negri racconta a Fanpage.it la carriera costruita passo dopo passo e l’infortunio che ne cambiò il destino. Un viaggio tra gol, campioni leggendari e il calcio di ieri e di oggi.
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Ci sono carriere che seguono una traiettoria lineare e altre che vengono improvvisamente deviate da un episodio imprevedibile. Quella di Marco Negri appartiene alla seconda categoria. Dalla gavetta tra Serie C e Serie B fino all'esplosione in Serie A con il Perugia, l'attaccante nato a Milano ha costruito il proprio percorso un gradino alla volta, conquistandosi ogni categoria sul campo. Poi l'approdo ai Rangers, dove nell'autunno del 1997 diventò uno dei bomber più prolifici d'Europa, capace di segnare 23 gol nelle prime dieci partite e di entrare nel cuore dei tifosi scozzesi.

A Fanpage.it Negri ripercorre i momenti più importanti della sua carriera: gli insegnamenti ricevuti da campioni come Abel Balbo, l'esperienza accanto a fuoriclasse come Brian Laudrup e Paul Gascoigne, il calcio degli anni Novanta e il drammatico infortunio all'occhio che cambiò il corso della sua vita sportiva. Un racconto sincero, tra ricordi, rimpianti e la consapevolezza di aver vissuto un'avventura che ancora oggi continua a emozionare migliaia di tifosi.

Marco Negri che rapporto ha oggi con il calcio?
"Assolutamente forte. Il calcio è l'amore della mia vita. Non posso più giocarlo, ma lo seguo sempre. Vedo le partite, seguo amici ed ex compagni che fanno gli allenatori, partecipo a eventi e convention dei tifosi dei Rangers. Sono esperienze bellissime: vai come ex giocatore e torni a casa con nuovi amici".

Ha fatto parte dello staff di Massimo Oddo all'Udinese come allenatore degli attaccanti. Com'è nata quell'esperienza?
"È un progetto che sostengo da tantissimo tempo. Massimo mi ha dato l'opportunità di metterlo in pratica e ne sono stato entusiasta. Credo che la figura dell'allenatore degli attaccanti debba esistere come quella dell'allenatore dei portieri. È un ruolo troppo specifico per non avere una figura dedicata. Io lavoravo molto con i video, con il lavoro individuale e con gli aspetti tecnici. Ho avuto riscontri incredibili dai giocatori e ancora oggi sono in contatto con molti di loro".

Marco Negri mentre realizza un gol con i Rangers.
Marco Negri mentre realizza un gol con i Rangers.

Perché ritiene così importante il lavoro specifico sugli attaccanti?
"Perché l'allenatore principale non può seguire ogni dettaglio di ogni reparto. L'attaccante deve allenare movimenti, colpi di testa, attacchi al primo palo, utilizzo del piede debole. Non si nasce imparati. L'obiettivo non è far fare venti gol a un giocatore, ma prepararlo a prendere la decisione giusta quando si trova davanti alla porta".

Prima ha toccato l'argomento Rangers e quindi io mi collego subito: cosa la convinse ad accettare la proposta per andare in Scozia nel 1997, quando la Serie A era la Serie A?
"Nella mia carriera sono sempre andato per gradi. Mi sono guadagnato la Serie B vincendo la Serie C e la Serie A vincendo la Serie B. A Perugia segnai 15 gol in Serie A senza rigori, ma la squadra retrocesse e rischiavo di tornare a essere considerato un giocatore da Serie B. I Rangers mi seguivano da tempo. C'era certamente un aspetto economico importante, ma la motivazione principale era la possibilità di giocare la Champions League. In Italia, all'epoca, quella era una realtà riservata a poche squadre".

Si aspettava un impatto così devastante in Scozia?
"No. Però arrivavo da una grande stagione e avevo molta fiducia nei miei mezzi. Ho iniziato segnando con continuità e tutto è andato oltre ogni aspettativa. Ho fatto 23 gol nelle prime 10 partite e a novembre ero già capocannoniere. Giocavo in una squadra straordinaria e davanti a tifosi incredibili".

Il ricordo più bello di quell'inizio ai Rangers?
"Sicuramente la partita contro il Dundee United. Cinque gol, tutti bellissimi, davanti a 50.000 persone. Vincemmo 5-1 e segnai tutte le reti della squadra. C'erano i miei genitori e la mia famiglia allo stadio. È stata la partita perfetta, oltre qualsiasi sogno che avessi mai fatto da bambino".

D. Ha giocato con campioni straordinari come Brian Laudrup, che in Italia non gode della stessa considerazione del fratello (Michael Laudrup, ha giocato nella Juventus). Quanto era forte?
"Brian Laudrup era un fenomeno. Aveva una classe superiore. Ricordo esercizi in allenamento nei quali correva più veloce con la palla di altri senza palla. E soprattutto vedeva sempre il movimento giusto. Per un attaccante avere accanto un giocatore così significa ricevere il pallone esattamente nel momento in cui lo desideri".

E Paul Gascoigne? Com'era dentro e fuori dal campo?
"Ho avuto la fortuna di averlo come compagno ma soprattutto come amico. In campo, per me, insieme a Johan Cruyff è stato uno dei centrocampisti più completi del secolo scorso. Sapeva fare tutto: dribbling, passaggio, tiro, punizioni, forza fisica, fantasia. Fuori dal campo era un personaggio unico. Sempre in equilibrio su quella linea sottile tra genio e follia. Ma era una persona buona e molto interessante. Conservo di lui un ricordo meraviglioso".

Negri esulta dopo un gol con i Gers.
Negri esulta dopo un gol con i Gers.

Facendo un piccolo passo indietro, le chiedo: quando ha capito che il calcio sarebbe potuto diventare la sua vita?
"Il primo momento fu l'esordio in Serie B con l'Udinese a 17 anni. Entrare a Reggio Calabria davanti a uno stadio caldissimo fu un'emozione indescrivibile. Lì capii che volevo vivere quel mondo per tutta la vita. Poi fu fondamentale allenarmi con giocatori come Abel Balbo, Sensini e Dell'Anno. Ricevere la loro stima mi fece capire che forse ce l'avrei potuta fare davvero".

Quanto è stata importante la gavetta nelle categorie inferiori?
"Tantissimo. Io non la chiamerei nemmeno gavetta, ma esperienza. Ho imparato a stare lontano da casa, a vivere spogliatoi difficili e a confrontarmi con realtà molto dure. La vittoria del campionato di Serie C con la Ternana è forse il successo più sofferto e formativo della mia carriera".

Ha sempre giocato da attaccante?
"No. Ho iniziato come tornante destro. Poi verso i 19 anni fui spostato in attacco. È cambiato completamente il mio modo di vedere il calcio. In quel passaggio fu fondamentale osservare Abel Balbo. Ho imparato moltissimo guardandolo allenarsi ogni giorno".

Marco Negri in azione con la maglia del Perugia: al suo primo anno in Serie A segnò 15 gol senza rigori.
Marco Negri in azione con la maglia del Perugia: al suo primo anno in Serie A segnò 15 gol senza rigori.

Arriviamo al momento che ha cambiato la sua carriera: l'infortunio all'occhio. Quanto è stato difficile non solo per questioni calcistiche, ma proprio a livello personale…
"È stato devastante. Arrivavo da mesi incredibili: eravamo primi in classifica, ero in testa alla Scarpa d'Oro, si parlava persino della Nazionale. Un giorno libero chiesi a Sergio Porrini di giocare a squash. Era la prima volta che giocavo. Una pallina mi colpì direttamente nell'occhio causando il distacco della retina. Rimasi fermo due mesi senza potermi allenare. Per me fu un colpo terribile".

Cosa accadde dopo il rientro?
"Non ero più lo stesso. Persi condizione, brillantezza e fiducia. Prima dell'infortunio sembrava che tutto fosse possibile; dopo quella pallina da squash la magia si spense. Quell'episodio ha cambiato la direzione della mia carriera".

Ha sofferto anche dal punto di vista psicologico?
"Sì. Negli anni successivi ho vissuto momenti di leggera depressione. È inevitabile continuare a chiederti cosa sarebbe successo senza quell'incidente. Quando vedi una carriera prendere una direzione diversa da quella che sembrava destinata ad avere, è difficile accettarlo".

Il calcio di oggi è migliore rispetto a quello della sua epoca?
"È diverso. Oggi i giocatori hanno a disposizione strumenti incredibili: preparazione atletica, nutrizione, analisi video, recupero dagli infortuni. A vent'anni sanno cose che noi imparavamo a ventisei. Però una volta c'era più spontaneità, più talento sviluppato per strada. Oggi è tutto molto più strutturato".

Era più difficile fare l'attaccante negli anni Novanta?
"Assolutamente sì. In area di rigore era una battaglia continua. Oggi sei molto più tutelato. All'epoca i difensori ti tenevano, ti spingevano, ti marcavano duramente. Dovevi essere forte mentalmente oltre che tecnicamente".

Qual è stato il difensore che l'ha messa più in difficoltà?
"Fabio Cannavaro. Ma va detto che accanto aveva Thuram e dietro Buffon. Quel Parma era una squadra straordinaria".

Negri a terra dopo un scontro di gioco.
Negri a terra dopo un scontro di gioco.

Vede qualche attaccante attuale che le ricorda Marco Negri?
"Mi piace molto Nikola Krstović. Ha caratteristiche interessanti e soprattutto enormi margini di miglioramento".

Se potesse tornare indietro e parlare al giovane Marco Negri, quale consiglio gli darebbe?
"Sì. Non andrei a giocare a squash. Andrei a fare shopping con mia moglie. Sembra una battuta, ma è la verità. Pagherei per vedere come sarebbe andata quella stagione senza quell'infortunio. Magari avrei smesso di segnare il giorno dopo, magari no. Però avrei voluto scoprirlo sul campo".

Qual è il pensiero che l'accompagna oggi guardando quella carriera?
"Sono orgoglioso del percorso che ho fatto. Ho conquistato ogni categoria passo dopo passo. Certo, quell'episodio ha rappresentato un punto di svolta enorme nella mia vita e nella mia carriera. Ma rimango grato per tutto ciò che il calcio mi ha dato e per l'affetto che continuo a ricevere, soprattutto dai tifosi dei Rangers".

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