video suggerito
video suggerito

Tommaso Rocchi: “Baggio diceva: Muoviti, la palla la metto io. Di Canio per il derby mi fece vedere 2 film di notte”

Tommaso Rocchi ripercorre a Fanpage.it la sua carriera da calciatore, dagli inizi alla Juventus fino ai trionfi con la Lazio, e parla della sua esperienza da allenatore della Primavera al Guidonia Montecelio.
Immagine

Tommaso Rocchi parla come giocava: senza giri di parole. Lo fa oggi da allenatore, dopo aver chiuso una carriera che lo ha portato dai campi di provincia alla Serie A, passando per la Juventus, l'Empoli e soprattutto la Lazio, la squadra di cui è diventato capitano e simbolo.

Nella stagiona appena conclusa ha guidato la Primavera del Guidonia Montecelio e ha vinto il campionato di Primavera 4. A Fanpage.it ha ripercorso il suo percorso nel calcio, dagli anni lontano da casa a 14 anni fino alle notti dell'Olimpico, ai derby di Roma, ai trofei vinti con la Lazio e all'esperienza con la Nazionale olimpica.

Ma è soprattutto uno sguardo sul calcio di oggi: sui giovani, sui genitori, sulla formazione e sulle difficoltà di crescere talenti in un mondo profondamente diverso da quello che ha conosciuto lui. Con la sincerità che lo ha sempre contraddistinto, Rocchi racconta il passato, analizza il presente e guarda al futuro, senza mai rinunciare alla sua idea di calcio.

Mister Rocchi, complimenti per il lavoro fatto con la Primavera del Guidonia. Non era un risultato scontato. Come giudica questa stagione?
"Era una stagione completamente nuova. Con il passaggio dalla Serie D alla Lega Pro la società ha dovuto creare in pochi mesi le categorie nazionali Under 15, Under 17 e Primavera. Siamo partiti praticamente da zero tra giugno e luglio, cercando di costruire squadre competitive. L'obiettivo iniziale era arrivare tra le prime cinque e conquistare i playoff. Riuscirci e poi vincere è stato qualcosa che è andato oltre le aspettative. Nel settore giovanile il primo obiettivo è far crescere i ragazzi. Se arrivano anche i risultati, sono la gratificazione del lavoro svolto".

Tommaso Rocchi con la maglia della Lazio.
Tommaso Rocchi con la maglia della Lazio.

Lei allena da anni nel settore giovanile. C'è davvero tutta questa differenza tra i giovani di oggi e quelli della sua generazione?
"I ragazzi sono cambiati, ma è cambiato anche tutto quello che c'è intorno. Sono cambiati i genitori, le società, la scuola, la società in generale. Quando ero giovane io vivevo lontano da casa, andavo a scuola, mi allenavo e basta. Vivevo per il calcio. Oggi i ragazzi hanno una vita completamente diversa. È vero che noi giocavamo di più per strada, ma oggi ci sono i social, internet, ritmi familiari diversi. Una volta lavorava un genitore, oggi lavorano entrambi. È cambiato il mondo. Forse noi avevamo più fame. C'era più voglia di conquistarsi le cose. Oggi spesso i genitori cercano giustamente di dare il massimo ai figli, ma qualche volta bisognerebbe anche insegnare loro a meritarsi e conquistarsi ciò che ottengono".

Anche il ruolo dei genitori nel calcio giovanile è cambiato?
"Molto. Il genitore dovrebbe andare al campo per sostenere il figlio, incoraggiarlo e applaudirlo. Invece spesso vedo genitori che si comportano da allenatori e danno indicazioni durante la partita. Questo non aiuta. In campo la figura di riferimento deve essere l'allenatore. Se l'allenatore chiede una cosa e il padre ne suggerisce un'altra, il ragazzo va in confusione. Si trova a chiedersi: chi devo seguire? E questo lo destabilizza".

I giovani, ecco. Lei a 14 anni lasciò Venezia per andare alla Juventus. Quanto è stata dura?
"Molto dura. Io ero molto legato alla famiglia e all'inizio soffrii parecchio. Per un ragazzo di quell'età andare a vivere lontano da casa non è semplice. Però la Juventus rappresentava una grande opportunità. All'epoca c'era il vincolo sportivo dai 14 ai 18 anni e mi trovai davanti a una scelta: restare al Venezia o andare alla Juventus. Per un ragazzo era una prospettiva enorme. Però una cosa l'ho capita dopo: tutti quelli che andarono alla Juve fecero sacrifici, ma pochi riuscirono davvero ad arrivare a fare una carriera importante. Non è mai scontato".

Si allenava anche con la prima squadra. Che ricordi ha di quel periodo?
"Bellissimi. Ogni tanto ci aggregavano ai grandi per allenamenti e amichevoli. Ricordo una partita in cui giocai accanto a Roberto Baggio. Gli dissi: ‘Dimmi tu come devo muovermi'. E lui mi rispose: ‘Tu muoviti, la palla te la metto io'. Una frase che non ho mai dimenticato".

Rocchi alza la Supercoppa Italiana nel cielo di Pechino dopo la vittoria della Lazio contro l’Inter.
Rocchi alza la Supercoppa Italiana nel cielo di Pechino dopo la vittoria della Lazio contro l’Inter.

Dopo alcune esperienze nelle serie minori in prestito arriva l'Empoli e la svolta della sua carriera?
"Sì. Empoli è stato il passaggio che mi ha consacrato come giocatore di Serie A. Era una società che puntava tantissimo sui giovani. Ho avuto un allenatore come Silvio Baldini, che per me è stato fondamentale. Mi ha insegnato molto sul calcio e sulla vita. Avevamo una squadra forte, con giocatori come Maccarone, Di Natale e Bresciano. Siamo saliti in Serie A, ci siamo salvati e ho vissuto anni importanti. Ho segnato a San Siro contro l'Inter, ho fatto la tripletta alla Juventus. Sono ricordi che porto ancora con me".

A proposito della tripletta alla Juventus: cosa significa essere uno dei pochi giocatori ad aver segnato tre gol a Buffon?
"È una di quelle cose che restano. Sono passati più di vent'anni e ancora oggi tutti me ne parlano. Vuol dire che quella partita è rimasta nella memoria delle persone. E questo fa piacere".

Poi è arrivata la Lazio, la squadra della sua vita…
"Sì, senza dubbio. La Lazio rappresenta la parte più importante della mia carriera. Sono arrivato nel 2004, nell'anno dell'arrivo di Lotito. Era una squadra in piena ricostruzione. Io arrivavo in comproprietà dall'Empoli e sapevo che quella era un'occasione che non potevo sbagliare. Ho fatto subito bene, la società mi ha riscattato e da lì è stato un crescendo continuo. Sono diventato capitano, ho superato i 100 gol e ancora oggi quando esco per Roma mi salutano chiamandomi ‘capitano'. Questo dice tutto sul legame che si è creato".

Rocchi con la maglia dell’Inter.
Rocchi con la maglia dell’Inter.

Che cos'ha di speciale il derby di Roma?
"Ne ho giocati diciannove e posso dire che è diverso da qualsiasi altra partita. Ho giocato anche il derby di Milano, ma Roma è un'altra cosa. Il derby qui si vive sei mesi prima e sei mesi dopo. Finisce una stracittadina e la gente già ti parla della successiva. Lo senti nell'aria, nelle strade, nei bar, nei tifosi. Quando entri in campo percepisci tutta questa energia. È qualcosa di unico".

Restando sul tema derby, lei ha vissuto Paolo Di Canio nella sua esperienza alla Lazio: che rapporto avevate e quanto è stato importante per lei aver incontrato una personalità del genere nel suo percorso?
"Fondamentale. Abbiamo condiviso anche la stanza per due anni. Mi ha aiutato a capire cosa significasse davvero essere alla Lazio. Nei derby era incredibile. Ricordo la notte prima del mio primo derby: guardammo Braveheart e Ogni maledetta domenica. Alle due di notte volevo andare a dormire e lui continuava a spiegarmi cosa significasse quella partita. Era il modo in cui viveva la Lazio e riusciva a trasmetterlo a tutti".

La Coppa Italia del 2009 è il momento più bello della sua carriera?
"Sicuramente uno dei più belli. Per molti di noi era il primo trofeo. Eravamo una squadra cresciuta insieme negli anni e riuscire a vincere davanti al nostro pubblico fu qualcosa di speciale. Quella vittoria ci diede fiducia e pochi mesi dopo arrivò anche la Supercoppa Italiana contro l'Inter di Mourinho. Nel giro di poco tempo vincemmo due trofei importanti e per noi fu una soddisfazione enorme".

Uno dei tre gol di Rocchi segnati a Buffon contro la Juventus.
Uno dei tre gol di Rocchi segnati a Buffon contro la Juventus.

Rocchi ha vestito anche la maglia dell'Inter: come arrivò questo trasferimento?
"Ero all'ultimo anno di contratto con la Lazio e avrei voluto restare. Anche giocando meno. Però non c'erano le condizioni per continuare. L'Inter mi cercava già dall'inizio della stagione e inizialmente avevo rifiutato. A gennaio capii che non c'erano prospettive e accettai. Fu comunque una bellissima esperienza".

Studiando la sua carriera mi sono imbattuto nel periodo che ha fatto in Ungheria: come mai questa scelta inusuale?
"Una scelta per un campionato meno pressante e l'opportunità di raggiungere i 200 gol in carriera prima del ritiro".

Dalla fine al principio, con chi firmò il suo primo contratto da calciatore professionista?
"Lo firmai con la Pro Patria in Serie C2. Ricordo di aver dato metà dello stipendio ai genitori e di aver comprato la mia prima auto, una Fiat Bravo, grazie a uno sconto ottenuto tramite la Juventus".

Io ricordo un Tommaso Rocchi ‘fuori quota' alle Olimpiadi di Pechino 2008…
"Sì. Ero l'unico ‘fuori quota' della squadra. Durante un allenamento presi una ginocchiata sul perone e pensammo fosse una semplice botta. Volevo giocare a tutti i costi. Feci infiltrazioni, scesi in campo, segnai anche un gol. Poi l'effetto dell'antidolorifico finì e non riuscivo più a camminare. Gli esami mostrarono che avevo il perone rotto. Avevo giocato con una frattura. Fu una grande delusione perché dovetti lasciare il torneo".

Guardando indietro, c'è qualcosa che direbbe al giovane Tommaso Rocchi?
"È una domanda bellissima ma non riesco a rispondere d'istinto. Ci devo pensare un attimo perché dopo vent'anni di carriera non puoi dare una risposta banale. In realtà, posso dirti, non vivo di rimpianti e tutto quello che succede fa parte di un percorso, che sia positivo o negativo: se tornassi indietro confermerei il fatto di credere sempre in se stessi, di non arrendersi e non perdere mai l'autostima. Se gli altri non ce l'hanno, vai avanti per la tua strada e non perdere di vista il proprio valore".

autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views