Andrea Schifano, calciatore in Canada: “Qui se non sfondi devi pagare per giocare. E la vita costa”

C'è chi lascia l'Italia per trovare un'opportunità all'estero e chi, invece, è lo fa perché il modo di interpretare il calcio non trova spazio nel sistema ("mi è stato detto che non era il posto giusto per me e poi il mio percorso lì non mi piaceva"). È la storia di Andrea Schifano, 24enne calciatore cresciuto nel settore giovanile del Parma, con un percorso internazionale alle spalle tra Stati Uniti e Canada. Oggi vive a Toronto, dove studia Urban Planning all'Università e continua a coltivare il sogno di diventare un calciatore professionista ("il calcio resta sempre la priorità, ma sto anche costruendo un piano B"). Nell'intervista a Fanpage.it racconta le ragioni che lo hanno spinto a dire addio al calcio italiano (gioca nell'University of Toronto, nel ruolo di ala destra), le differenze tra il modello europeo e quello nordamericano, il rapporto con lo studio e le prospettive per il futuro.
Come nasce il suo percorso tra Italia e Nord America?
"Sono nato negli Stati Uniti, poi da bambino ho vissuto anche in Canada e in Inghilterra. A 13 anni sono arrivato a Parma e sono rimasto lì per sette anni, completando tutto il percorso nel settore giovanile".
Perché ha deciso di lasciare il calcio italiano?
"Non ero soddisfatto del percorso che vedevo davanti a me. Avevo concluso l'ultimo anno con il Parma e nel frattempo avevo subito anche un grave infortunio. Guardandomi intorno, non vedevo prospettive che mi convincessero… poi mi dissero anche che il mio modo di giocare non andava bene".
Cosa le veniva contestato?
"Mi veniva detto che il mio stile di gioco non era particolarmente adatto anche ai livelli inferiori del calcio italiano. Mi piace creare occasioni, dribblare, attaccare, cercare la giocata. Alcuni allenatori ritenevano che questo modo di giocare non fosse ideale nel contesto in cui mi sarei trovato. Mi è stato detto più volte che l'Italia probabilmente non era il posto giusto per me".
Le è rimasto dell'amaro in bocca?
"Sicuramente sì. Quando senti dire che non sei adatto a un sistema per il tuo modo di giocare, un po' di delusione rimane. Dentro di me c'è ancora la voglia di dimostrare che posso farcela e che esistono percorsi diversi".
Si è sentito forse respinto da un sistema che ha un problema nella valorizzazione dei giovani?
"Da osservatore esterno credo che qualcosa manchi nel passaggio tra settore giovanile e prima squadra. Spesso vediamo tanti ragazzi promettenti che fanno fatica a compiere l'ultimo salto. È un tema che emerge anche quando si guarda al livello della Nazionale".

Dopo l'Italia ha provato anche negli Stati Uniti?
"Sì. Avendo la cittadinanza americana ho cercato opportunità in MLS. Ho sostenuto provini con l'Inter Miami e con altre società, tra cui la Philadelphia Union, una realtà che già conoscevo. Non sono arrivate le occasioni che speravo, ma è stata comunque un'esperienza importante".
E così è arrivata Toronto.
"Esatto. Mio padre si era trasferito lì per lavoro e, dopo il Parma, l'ho raggiunto. Ho iniziato il percorso universitario e ho continuato a giocare a calcio".
Cosa studia all'Università di Toronto?
"Studio Urban Planning, pianificazione urbana. È un percorso che si colloca tra ingegneria e architettura".
Quanto conta avere una strada alternativa al calcio?
"È importante. Continuo a inseguire il sogno di diventare professionista e il calcio rimane la mia priorità. Allo stesso tempo sto costruendo un percorso accademico solido. Se le cose non dovessero andare come spero, avrò comunque una professione".
Continua a cercare opportunità nel calcio professionistico?
"Assolutamente sì. Contatto società, persone del settore e continuo a cercare occasioni. Non ho mai smesso di crederci".

Qual è la differenza principale tra il sistema calcistico italiano e quello canadese?
"La struttura. In Canada il settore giovanile professionistico è molto meno sviluppato rispetto all'Italia. In molte realtà i ragazzi devono pagare per giocare, una cosa che nel calcio italiano non avevo mai visto".
Davvero i giovani pagano per giocare?
"Sì. In molti casi funziona come una una sorta di quota d'iscrizione. Alcuni giocatori semiprofessionisti ricevono compensi minimi, la maggior parte si può dire che va in campo gratis ma nella fascia giovanile il sistema è spesso a pagamento".
Questo rappresenta un limite per la crescita del movimento?
"Può esserlo. In Italia esiste una tradizione molto più radicata e un sistema di sviluppo dei talenti più strutturato".
Come si vive a Toronto?
"Mi piace molto. È una città enorme e multiculturale. Tra le grandi città nordamericane è probabilmente una delle più europee. Ci sono mezzi pubblici efficienti e si vive bene".
C'è una forte presenza italiana?
"Tantissima. Ci sono quartieri con una forte comunità italo-canadese, supermercati italiani, bar e tantissime famiglie di origine italiana".
Anche la sua famiglia è italiana?
"Sì. Entrambi i miei genitori sono italiani. Mio padre lavora come ingegnere e mia madre insegna italiano alla comunità locale".

Ha seguito da vicino l'esperienza di Lorenzo Insigne e Federico Bernardeschi passati dalla Serie A al Toronto FC?
"Sì, li ho visti giocare allo stadio. All'inizio erano stati accolti con entusiasmo perché arrivavano dall'Europa e dall'Italia".
Poi qualcosa è cambiato…
"I risultati della squadra non sono stati all'altezza delle aspettative e molti tifosi hanno iniziato ad attribuire a loro parte delle responsabilità. Insigne è stato criticato maggiormente perché molto dicevano che aveva accettato il trasferimento solo per soldi, mentre Bernardeschi è stato percepito come un giocatore più coinvolto nel progetto".
Qual è stato l'aspetto più difficile dell'adattamento?
"Sicuramente il clima. Gli inverni di Toronto possono essere molto rigidi. L'anno scorso abbiamo avuto una settimana intera con temperature vicine ai meno 30 gradi".
E il costo della vita?
"È molto alto. Soprattutto a Toronto, che è la città più importante del Canada. Le abitazioni sono costose e anche fare la spesa pesa parecchio sul bilancio familiare. Faccio un esempio: un litro di latte costa 6, anche 8 dollari (circa 4,5 euro nella conversione con la valuta canadese)".
Cosa le manca dell'Italia?
"La facilità di viaggiare e farlo a prezzi sicuramente migliori rispetto a dove sono ora. In Europa tutto è più vicino, più accessibile e generalmente anche meno costoso. È una cosa che apprezzi davvero quando vivi dall'altra parte dell'oceano".
Che consiglio darebbe oggi a un giovane calciatore italiano bloccato nelle categorie inferiori o sei settori giovanili senza spazio?
"Dipende dalla situazione. Se in Italia vedi un percorso chiaro e concreto, allora vale la pena restare. L'Italia secondo me resta uno dei Paesi migliori al mondo per il calcio. Ma se non intravedi opportunità reali, allora guardare all'estero può rappresentare una soluzione importante".
Un'opzione importante non solo a livello sportivo.
"Esistono percorsi validi. Università di alto livello e occasioni che permettono di continuare a crescere sia come calciatore sia come persona".