Il 13 novembre 2017 non solo pareggiamo con la Svezia a San Siro, venendo estromessi dai Mondiali di Russia 2018, ma in 90 minuti ci accorgiamo in maniera palese e dolorosa che il nostro calcio era ai minimi storici. Mai una Nazionale era stata così lenta, spaesata, floscia, i calciatori erano tutti confusi, in panico, senza una guida tecnica, un leader vocale, un’idea, una possibilità, una certezza. Eravamo in mezzo al mare in tempesta e ce ne accorgemmo all’improvviso, senza sapere che eravamo da anni su una zattera al largo.

Da quel giorno molti, non tutti, hanno cercato di fare qualcosa per cercare almeno di vedere l’orizzonte. La FIGC ha dato più potere a Maurizio Viscidi, nella speranza di creare giovani a Coverciano e non sperare che i club facessero da sé. I club stessi, con tutti i loro problemi economici, hanno anche cercato di dare qualche possibilità in più ai giovani italiani, tenendo in alto quelli che poi meritavano di starci, infine i calciatori stessi hanno iniziato a vivere la Nazionale con maggiore passione, come se quel marchio d’infamia di essere la generazione che non si era qualificata ai Mondiali, li avesse scossi nel profondo.

Poi serviva però la guida tecnica. Quanto fosse importante un allenatore in Nazionale non lo avevamo mai capito tanto quanto durante Spagna-Italia del 2 settembre 2017. Andiamo a giocare al Bernabeu contro i re del possesso palla con una sorta di 4-2-4, lasciando i soli Verratti e De Rossi a essere travolti da Iniesta, Koke e Busquets. Perdiamo malissimo 3-0 e da quel momento la nostra squadra non seguì più l’allenatore. La Federazione, su imbeccata del CONI, che dopo un disastro del genere dovette farsi sentire anche pubblicamente, decisa di non fare scelte affrettate, mandando in panchina Gigi di Biagio nelle amichevoli di marzo contro Argentina e Inghilterra. Furono altre due partite orribili, ma non ci potevamo aspettare chissà cosa.

Questa attesa si capì poi era per far liberare il nome che CONI e FIGC volevano, ovvero quello di Roberto Mancini, che rescisse di comune accordo il contratto con lo Zenit San Pietroburgo, firmando quello per la panchina della Nazionale il giorno dopo. Era il 14 maggio 2018 e iniziava il lavoro di ricostruzione dalle macerie. La prima partita fu un’amichevole di preparazione ai Mondiali di Russia 2018, ma a prepararsi era l’Arabia Saudita, non noi. Vincemmo 2-1 e si parlò di Mario Balotelli, autore del primo gol, come uomo che ancora una volta doveva salvare la barca. Con Mancini c’erano stati momenti di astio al Manchester City, ma in fondo i due si stimavano.

Ben presto l’ennesimo amore tradito da Balotelli fu dimenticato e ci siamo buttati nella prima Nations League senza rete. Le prime due partite fecero paura a tutti. A Bologna con la Polonia pareggiamo a stento, mentre in Portogallo contro una squadra senza Cristiano Ronaldo perdiamo senza tirare in porta. La squadra era ancora sotto shock per l’eliminazione mondiale, non aveva nessuna consapevolezza e non osava mai. Tutti avevano paura di sbagliare ancora una volta. In quelle due partite però Mancini capì un po’ di cose che si riveleranno fondamentali. In porta Donnarumma non doveva mai più essere messo in discussione. Era lui il nostro numero 1. Il regista di ogni nostra idea offensiva doveva essere Jorginho, calciatore capace di crescere stagione dopo stagione. In attacco Insigne dava buone dimostrazioni anche fuori dalla comfort zone di Napoli.

Si arrivò poi a Polonia-Italia del 14 ottobre 2018. È una partita che per tanti vuole dire poco, ma è lì che Mancini schiera Jorginho, Barella e Verratti a centrocampo, è lì che giocano Insigne e Chiesa larghi, è lì che Florenzi gioca per la prima volta alla Walker nella difesa fluida. Ma è soprattutto in Polonia che l’Italia acquisisce le prime consapevolezze, domina il gioco per 90 minuti, ha tante occasioni da gol e alla fine vince con un gol di Biraghi al 92’.

Da quel momento in poi, grazie anche a Evani, Roberto Mancini si rende conto che ha una squadra con tanti uomini edotti al gioco sarriano (Jorginho, Insigne, Bonucci, Bernardeschi, Chiellini), altri perfetti per svilupparlo (Verratti e Florenzi in primis) ed è così che ha l’idea di riproporlo nei suoi principi di base, così da dare sicurezze di gioco ai calciatori, che diventano anche sicurezze personali e autostima mentre ci si accorge di come gioca bene la Nazionale. Quella prima Nations League è irrecuperabile, anche se abbiamo qualche possibilità di battere il Portogallo a Milano, ma iniziamo le qualificazioni agli Europei 2020 senza fermarci mai. Vinciamo tutte le partite, con un 9-1 finale all’Armenia che dimostra la nostra forza. Nel frattempo in squadra sono arrivati anche i giovani, cosa che migliora ancora di più il valore del lavoro di Mancini. Locatelli, Bastoni, Kean, Zaniolo (che però si infortuna) sono nel gruppo e quando giocano valgono i titolari.

Inizia una seconda Nations League e arriva un’altra partita importante. Fino a quel momento avevamo vinto tanto ma non avevamo mai affrontato una delle prime 10 Nazionali al mondo. Il 7 settembre 2020 andiamo a giocare ad Amsterdam, in mezzo alla pandemia, contro l’Olanda. Giochiamo come con le altre squadre, senza cali di tensione e complessi di inferiorità, sfioriamo il gol più e più volte, vinciamo con un gol del nostro giocatore più desiderato all’estero, Nicolò Barella. Questa partita fa crescere ancora di più la nostra autostima e andiamo alla Final Four di Nations League praticamente in carrozza, da disputare oltretutto in Italia nell’ottobre prossimo.

Vincendo anche le prime tre partite delle qualificazioni Mondiali arriviamo a oggi con una marea di certezze, prima di tutto nel sistema di gioco che vogliamo proporre ma con ovvi dubbi, d’altronde con tanti di questi calciatori non ci siamo qualificati ai Mondiali. I dubbi riguardano la forza internazionale di alcuni giocatori cardine del nostro gioco, l’impatto di altri di fronte ad avversari sempre più forti mentre si va avanti nella competizione, ma forse il dubbio che arrovella di più il ct riguarda chi dei nostri deve finalizzare il gioco. Belotti e Immobile sono ottimi centravanti, ma assolutamente lontani dal calcio proposto da Mancini. In quella posizione servirebbe un Firmino, uno che cuce il gioco, che lascia la sua posizione per creare spazi, i nostri invece sono finalizzatori che vivono in are di rigore. Per questo in tutto il percorso Mancini si è tenuto vicino Federico Bernardeschi, anche se con la Juve giocava sempre meno. In quella partita in Polonia Bernardeschi giocò nella posizione del centravanti e giocò molto bene, facendo muovere per la prima volta in maniera fluida l’Italia di Mancini. Potendo portare 26 calciatori inoltre, il ct ha deciso di insistere da questo punto di vista, convocando l’unico giocatore italiano che può diventare quel centravanti che ci serve, ovvero Giacomo Raspadori. Magari non servirà, anche perché tante delle nostre chance di andare avanti riguardano comunque la forma di Immobile e Belotti (soprattutto del primo), ma avere un backup che possa fare cose diverse serve tantissimo.

Dall’Apocalisse a oggi è passato del tempo, sembra poco perché tanti dei calciatori che erano quella sera a San Siro sono ancora qui, eppure ne sembra passato un’infinità, perché quella squadra senza senso oggi ha tante idee. Ora tocca ai calciatori, alle scelte di Mancini, alla fortuna e alla nostra voglia dimostrare che siamo tornati davvero.