Il nome di Ralf Rangnick è sempre più legato al Milan. L’ad rossonero Gazidis sembra ormai deciso, anche contro il parere di Boban e Maldini, ad affidare il progetto sportivo rossonero, da allenatore come da direttore tecnico, al manager tedesco. Che di ripartenze, ricostruzioni e doppi ruoli se ne intende. Gazidis lo aveva scelto anche due anni fa, ai tempi dell'Arsenal, ma alla fine prevalse la linea di affidare a Emery i Gunners. Lasciata Londra, oggi può mettere in atto in rossonero ciò che rientrava in un suo progetto.

Soprannominato in patria il Professore – per i suoi detrattori il Sapientone – Rangnick non ha avuto una carriera degna di nota da calciatore, quasi sempre da dilettante nelle leghe minori teutoniche, ma ha sempre amato profondamente questo sport studiandolo, e in alcuni casi ispezionandolo, dalle fondamenta.

Tanto da rimanere folgorato dal concetto di pressing negli anni ‘80, tanto da seguire le tesi rivoluzionarie di Arrigo Sacchi e da soffrire di stress, da una sindrome di esaurimento nel 2011 per il troppo lavoro. Il calcio è la sua vita, i metodi, alcuni anche poco ortodossi, pure. E la sua storia recente, come quella più datata, parla per lui e suggerisce che il nativo di Backnang, cittadina situata nel land del Baden-Württemberg, potrebbe essere l’uomo giusto per far rinascere il Diavolo.

il profilo di Rangnick secondo i dati di Sofascore.it
in foto: il profilo di Rangnick secondo i dati di Sofascore.it

Da allenatore: gavetta nelle serie minori e poi Stoccarda e Schalke 04

Come detto, Rangnick non riesce a sfondare da calciatore nel professionismo ma trascorre la sua parabola da giocatore nelle leghe minori con anche una stagione in Inghilterra nel Southwick, nel West Sussex. Prima di appendere le scarpe al chiodo però, sia col Backnang, che col Lippoldsweiler, riveste la duplice funzione di allenatore-calciatore conoscendo da subito l’onere del doppio incarico. Poi, dopo il suo ritiro, parte l’avventura da allenatore. Dell’SC Korb, dal 1988 al 1990, delle giovanili dello Stoccarda, compagine per cui ha giocato ma solo nella formazione riserve, fino al 1994, del Reutlingen dal 1995 al 1996, dell’Ulm dal 1997 al 1999 e finalmente in un club di grande importanza come il “suo” Stoccarda.

Dove si ferma per quasi due anni con 86 match ed una media di 1.44 punti a partita. Qui, entra nel novero dei tecnici di prima fascia, di quelli tenuti in considerazione anche in Bundesliga. Ma il suo primo capolavoro arriva nel 2001, quando guida l’Hannover in Cadetteria. Vince il campionato di Serie B tedesca, si salva l’anno dopo per poi esser esonerato nel 2004. Ma l’addio ai Die Roten non complica la sua carriera. L’anno dopo è Schalke 04, è secondo posto dietro al solito Bayern Monaco. Prima di un nuovo esonero nel dicembre del 2005.

I miracoli con Hoffenheim, Red Bull Salisburgo e Lipsia

Un anno o poco più sabbatico, ancora studi, conoscenza dei metodi più seguiti in giro per l’Europa e poi l’avventura all’Hoffenheim. Forse la prima vera magia del Professore classe 1958. Che prende una squadra relegata in Serie C, in terza serie e la porta nel calcio che conta con un doppio salto di fila. Prima, infatti, arriva un secondo posto nella Regionalliga, poi, la seconda piazza nella Zweite Liga grazie ai gol di Obasi, Demba Ba e Francisco Copado.

Ma Rangnick non si accontenta della duplice promozione, della prima storica annata in A della compagine del Baden-Württemberg, il suo Hoffenheim, in un contesto del tutto nuovo e con una squadra di giovani e di carneadi, sorprende tutti, libera le potenzialità di Carlos Eduardo, Demba Ba, Luiz Gustavo, Salihovic e della stella bosniaca Ibisevic laureandosi addirittura campione d’inverno in Germania. Una parabola imprevista e imprevedibile che porta il Professore al top del calcio teutonico e che però, per via anche del grave infortunio occorso alla sua stella d’attacco, si inclina esaurendosi nel girone di ritorno (dove arrivano 11 gare senza successo) col club bianco-azzurro che si accontenta – si fa per dire – di un settimo posto finale.

Un risultato leggendario, mai toccato prima e che premia il lavoro e la programmazione del tecnico tedesco che anche sul mercato, fino al 2011, ha carta bianca. E prende talenti come Luiz Gustavo, Carlos Eduardo, Hildebrand, un giovane Roberto Firmino, l’Alaba del Bayern Monaco, Babel, Sigurdsson e Rudy. Dal 2011, proprio per divergenze sul mercato, Rangnick va via.

E ritorna allo Schalke 04 dove arriva in semifinale di Champions superando anche l’Inter reduce dal Triplete di Leonardo, per poi vincere una Coppa di Germania battendo per 5-0 il Duisburg. Ma in questo momento, come uno dei suoi allenatori da cui prende idee e ispirazione, Sacchi, Rangnick abbandona la panchina per un esaurimento nervoso provocato dal troppo stress, dagli enormi carichi di lavoro a cui si sottopone. Dedicarsi ad una scrivania, da direttore tecnico, sembra l’opzione migliore.

E in questa veste, con un progetto ambizioso, quello della Red Bull, è la mente dell’esplosione della compagine tedesca del Lipsia, così come quella del Salisburgo. Reti di scout, innesti eccellenti e programmazione vincono e il modello, in piena economia di scala degli austriaci che provano a dominare anche nel calcio, funziona. Il richiamo della panchina però resta forte e dopo aver condotto il Lipsia, da dirigente, in B, ritorna in panca. Guida i biancorossi nell’annata 2015/16 portando il marchio Red Bull, per la prima volta, in Bundesliga, per poi cedere lo scettro a Hasenhuttl.

Dopo il biennio, l’interregno con l’attuale tecnico del Southampton, Rangnick ritorna a guidare il Lipsia, ingaggia per l'anno successivo Nagelsmann, il giovane allenatore tedesco che aveva completato il processo di grandezza avviato dal predecessore per l’Hoffenheim, chiudendo in terza piazza a -12 dal Bayern Monaco e perdendo, sempre con i bavaresi, la finale di Coppa di Germania.

Minamino, Mané, Werner, Forsber e Haaland: ci sa fare sul mercato

E con la rete di osservatori e i fondi a disposizione del colosso della bevanda energetica, Rangnick può dare libero sfogo alla sua fantasia ed ai suoi sogni. Pure sul mercato. E in economia di scala, fra Lipsia e la “consociata” Salisburgo, contrattualizza e ingaggia profili che oggi, in diverse squadre, dominano. Il Laboratorio d’eccellenza, per i giovani, è quello austriaco e alla Red Bull Arena, negli anni, arrivano Mané per 4 milioni di euro, si quel Mané poi preso da Southampton e Liverpool, Minamino per appena 800mila euro, lui pure ora ad ‘Anfield Road’, il roccioso centrale Upamecano per 2.2 milioni, Keita per 1.5 milioni di euro dall’Istres e, ciliegina sulla torta, il colosso Haaland pagato appena 8 milioni dal Molde.

Mentre col Lipsia, arrivano un po’ tutti i protagonisti della cavalcata vincente e inarrestabile dei biancorossi: Kimmich (500mila euro), Poulsen (1.55 milioni di euro), Demme (350mila euro), Forsberg (3.7 milioni di euro), Orban (2 milioni di euro), fino a Werner (10 milioni di euro) bomber del sodalizio tedesco.

Sacchi, Zeman, gegenpressing e il modello della ‘ruota delle punizioni’

E poi, diversi aneddoti che costellano l’ormai trentennale carriera, da allenatore e dirigente di Rangnick. Uno su tutti, ne condiziona la vita, sportiva s’intende. Febbraio 1983, è allenatore giocatore del suo Backnang che gioca nelle serie inferiori teutoniche, a pochi passi dal campo di allenamento della squadra, si prepara alla nuova stagione la Dinamo Kiev del leggendario Valeri Lobanovski. Un pioniere del pressing organizzato, un innovatore del gioco. Gli ucraini hanno bisogno di uno sparring partner per sciogliere un po’ i muscoli dei ragazzi e Rangnick col suo Backnang si offre volontario.

La partita, ovviamente dominata da Lobanovski e soci, cambia per sempre le idee di gioco del neo tecnico tedesco. In quell’occasione, come avrà modo di dire lo stesso prossimo mister dei rossoneri, la sua squadra pare giocare contro 13/14 giocatori. La furia agonistica, il pressing alto e forsennato dei bianco-azzurri, lo sorprendono ed esaltano. Da quel giorno, quella tattica, che poi verrà affinata nel tempo, anche grazie al Professore, darà vita alla gegenpressing di Kloppiana memoria.

Professore, già perché negli anni ‘90, di preciso nel 1998 quando allenava l’Ulm, in diretta televisiva nazionale, il giovane Rangnick diede un saggio, un autentico clinic di come si porta in avanti il baricentro spiegando, in quel momento, quali benefici poteva apportare quell’elemento tattico che segnava una chiara discontinuità con le difese basse, i catenacci e le statiche fasi passive. Un segno della sua modernità che nasceva dalle idee dell’idolo Sacchi e di un allenatore che in quegli anni dava spettacolo in Italia: Zdenek Zeman.

Le sanzioni particolari per i calciatori che "sgarrano"

Infine, fra le tante curiosità che ruotano intorno all’allenatore 61enne c’è anche la sua strana moda di perseguire le infrazioni al suo regolamento interno o per punire eventuali ritardi al campo d’allenamento. Niente multe, una ruota con un perno, un ago, in stile – per i più grandi – ruota della fortuna dove ogni calciatore gira la ruota per poi vedere come poter rimediare. E qui, dall’allenarsi per una settimana con una mise tutta rosa o addirittura con un tutù al lavorare nello store della squadra passando per il tour dello stadio con i tifosi o allo svolgere funzione di assistente negli allenamenti dei ragazzi fino alla pulizia dei palloni, tutta la gamma di punizioni ingegnose da infliggere ai giocatori colpevoli.

Colpevoli, di strappo muscolare. Come quando per festeggiare la promozione nel 2016, Rangnick per sfuggire ai boccali di birra dei ragazzi rompe una fibra muscolare accasciandosi – fra le risate dei suoi – sul terreno di gioco.

Come gioca Rangnick: difesa a quattro pilastro del tecnico tedesco

Pressione alta, difesa a quattro, pallino del gioco, verticalizzazioni e gioco corale e organizzato. Queste, in estrema sintesi, le caratteristiche delle compagini di Rangnick che esige dai suoi movimenti precisi, scanditi e cadenzati ingabbiati in un 4-4-2, in un 4-3-3 o in alcuni casi, in un 4-3-1-2 con l’inserimento dietro le punte del famoso trequartista. Senza disdegnare, quando le caratteristiche dei calciatori lo richiedono, e come accaduto nell'ultimo periodo al Lipsia, una retroguardia a tre con due esterni a tutta fascia. Per un allenatore solido, arcigno, con esperienza, il giusto fiuto per i talenti e che, con una buona dose di autonomia, anche finanziaria, potrebbe riportare in paradiso il Diavolo.