Carlo Nesti: “Adani in telecronaca è un disturbatore, quasi comico. La RAI lo usa nel ruolo sbagliato”

La telecronaca di Inghilterra-Argentina ha riacceso il dibattito sullo stile adottato dalla Rai e, in particolare, sul ruolo di Daniele Adani. C'è chi ne apprezza il trasporto e la capacità di trasformare il racconto in spettacolo ("il mio è amore per il calcio", ha ammesso a Notti Mondiali) e chi, invece, considera eccessivi i toni enfatici e il protagonismo che lo porta addirittura a sovrastare lo stesso telecronista. Tra i critici c'è Carlo Nesti, storica voce del giornalismo sportivo, che in un'intervista a Fanpage.it solleva obiezioni su questa impostazione. Per l'ex telecronista Adani potrebbe essere una risorsa e un opinionista di grande livello, ma usa un esempio di campo per spiegare come in realtà sia impiegato "fuori ruolo" fino a diventare durante la partita "debordante", "un disturbatore" perché "urla".
La telecronaca di Inghilterra-Argentina con Daniele Adani ha diviso il pubblico. Carlo Nesti da che parte sta?
"Secondo me quello che viene definito ‘colore', diciamo così, non può piacere alla maggioranza delle persone. Anzi, sono convinto che, se si facesse un sondaggio, sarebbe una minoranza ad apprezzarlo. Ho però l'impressione che alla Rai questo vada bene così. Adani si è ritagliato una fetta di mercato e di pubblico e, in fondo, vale il vecchio adagio: purché se ne parli. Anche se se ne parla male".
Quindi la Rai punta volutamente su questo stile?
"Sì. Se confrontiamo la coppia Rimedio-Adani con una coppia come Bizzotto-Stramaccioni, la differenza è evidente. Bizzotto e Stramaccioni rappresentano sobrietà, competenza, equilibrio, un'analisi tattica semplice e mai urlata. Rimedio-Adani, invece, è una coppia costruita perché Alberto Rimedio faccia quasi da spalla, mentre Adani diventa debordante e prende completamente il sopravvento".
È cambiato anche il ruolo del commentatore?
"Assolutamente sì. Una volta ci si ricordava della voce del telecronista, mentre il commentatore restava sullo sfondo. Oggi succede il contrario: è il commentatore a dominare la telecronaca. È un'inversione dei ruoli che trovo piuttosto strana".

Lei contesta soprattutto il modello adottato dalla Rai?
"Esatto. A me dà molto fastidio che ormai la televisione pubblica si comporti esattamente come una televisione commerciale. In tutti i Paesi del mondo il servizio pubblico dovrebbe distinguersi. Dovrebbe avere aplomb, sobrietà, equilibrio. Se si omologa alla tv commerciale, perde la propria identità. E infatti gli ascolti, non solo del calcio ma in generale, sono precipitati".
La Rai ha perso la sua identità?
"Secondo me sì. La Rai era riconoscibile, soprattutto per una parte importante del pubblico. Pensiamo agli over 50, over 55, over 60: rappresentano una percentuale altissima degli italiani e sono il pubblico naturale della Rai, non delle televisioni commerciali. La Rai è sempre stata la televisione dei paesi più che delle città, una televisione popolare, legata a una certa semplicità. Questa semplicità e questa purezza le ha perse".
Esiste ancora un controllo editoriale sullo stile delle telecronache?
"Francamente ne dubito. Se un direttore di testata cambia praticamente ogni anno, che controllo può esserci? Negli Anni Ottanta e nei primi Novanta esisteva un pool sportivo guidato da Gilberto Evangelisti, con vice come Reno Icardi e Mario Giobbe, che dettava una linea editoriale rimasta coerente per dieci o quindici anni. Oggi si cambia continuamente il vertice e questo non paga mai. È come cambiare allenatore ogni stagione".

Se Adani desse davvero fastidio ai vertici Rai, sarebbe ancora lì?
"Evidentemente no. Se fosse davvero un problema, sarebbe stato mandato via. La verità è che la Rai utilizza Adani proprio per contrastare o inseguire uno stile che appartiene alle televisioni commerciali da almeno vent'anni. Io penso invece che la scelta giusta sarebbe un'altra: usarlo come opinionista prima della partita, durante l'intervallo e dopo il fischio finale. In quel ruolo sarebbe bravissimo".
Quindi non lo considera un limite, ma un professionista impiegato male
"Esattamente. Per me Adani è una risorsa della Rai. Quando iniziò, credo ai tempi di Sky, non era così. Era pacato, preparato, probabilmente il migliore di tutti. Si esprime con proprietà di lingua italiana e riesce a spiegare il calcio in modo approfondito, magari anche complesso, ma interessante soprattutto per gli addetti ai lavori".
Che cosa è cambiato?
"È cambiato il ruolo. Il mio modello resta quello di una volta: un solo telecronista che racconta la partita, due colleghi a bordo campo che spiegano ciò che stanno preparando gli allenatori e gli opinionisti prima, nell'intervallo e dopo. In quel contesto Adani sarebbe eccellente".
Lei ha usato parole molto dure sul suo modo di intervenire durante la telecronaca.
"Sì, perché nella telecronaca diventa un disturbatore. E soprattutto non grida: urla. A scuola mi hanno insegnato la differenza tra gridare e urlare. E il suo modo di urlare dà fastidio".
Perché?
"Perché c'è urlo e urlo. Se urli sugli acuti, finisci persino per diventare involontariamente comico. È come ascoltare un soprano che forza continuamente la voce: alla lunga stanca l'orecchio. Diverso sarebbe un tono più basso e controllato. Così invece l'effetto è eccessivo".
Eppure quel modo di fare è diventato uno dei marchi di fabbrica della Rai.
"Evidentemente sì. Fa parte dello spettacolo. Adani è uno dei protagonisti di questo circo mediatico e alla Rai, evidentemente, sta bene così".
In definitiva, qual è il suo giudizio su Daniele Adani?
"Il mio giudizio non è una bocciatura della persona o delle competenze. Anzi. Con il suo look luciferino, la sua parlata e quell'accento emiliano che in televisione ha sempre funzionato dai tempi di Bulgarelli, Adani potrebbe essere il migliore di tutti nel ruolo di opinionista. Il problema è che viene utilizzato fuori ruolo. È come avere un grandissimo centravanti e schierarlo difensore centrale: inevitabilmente finisce in difficoltà e fa una brutta figura. Il punto non è Adani. Il punto è il ruolo che gli viene assegnato".