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Andrea Lazzari: “La telefonata ad Allegri è il mio rimpianto più grande. Nel calcio diventi invisibile”

Andrea Lazzari rivive la parabola della sua carriera da calciatore a Fanpage.it. Dai 5 gol segnati alla Juventus nel giro di due partite al treno passato con il Cagliari e Allegri, dalla serata “da sfigato” con la Nazionale agli spogliatoi separati al Carpi. Una storia di luci e ombre nel calcio, raccontata col cuore.
A cura di Sergio Stanco
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Una telefonata può cambiare la carriera di un calciatore. Ne sa qualcosa Andrea Lazzari, ex – tra le altre – di Atalanta, Fiorentina ed Udinese – che ai tempi di Cagliari incrociò un giovanissimo Allegri: “Quell’anno sono esploso – ci racconta – e c’erano tante voci. Il mister a fine stagione si è trasferito al Milan e si vociferava di un interesse dei rossoneri. Forse avrei dovuto farla una telefonata “paracula” e dirgli: “Max, come stai? Che dici, mi porti al Milan?”. Ride, ma non troppo: “Io non sono mai stato uno che chiama gli ex allenatori o compagni, mi sembra sempre di passare per opportunista. Forse, però, in quel caso, sarebbe servito…”. Come dice sempre lo stesso Allegri, una partita è fatta di episodi, che bisogna esser bravi ad indirizzare a proprio favore. Ecco, ora moltiplicate questo concetto per “n” anni di carriera.

E quella di Andrea Lazzari sembra proprio l’esempio perfetto: dalla “Settimana da Dio” di cinque gol segnati alla Juventus, a cambiarsi da solo in spogliatoio perché indesiderato: “Un giorno sei in copertina, l’altro sei un invisibile: non è facile. E’ stata dura. Devo dire grazie a mia moglie, se no non so come sarebbe finita…”. Ma andiamo con ordine: classe ‘84, bergamasco, cresciuto nel settore giovanile dell’Atalanta, qualche passaggio a vuoto tra Cesena, Piacenza, Carpi e Fiorentina, stagioni indimenticabili nell’Udinese con vista Europa, prima di un finale in decrescendo – come inevitabile che sia – tra Bari, Pisa e Fano. Fino alla Vigor Sinigallia, dove si è stabilito. Una ventina d’anni di carriera da raccontare…

Andrea, partiamo dalle cose positive: quella “Settimana da Dio” con cinque gol rifilati alla Juve, è il momento più bello della tua carriera?
“Sicuramente uno tra i più belli, come l’esordio con la maglia dell’Atalanta, che andavo a tifare in curva, o il gol da centrocampo nei preliminari di Europa League…”.

Non precorriamo i tempi, del resto parleremo, ma raccontaci quei cinque gol alla Juve.
“Coppa Italia 2004/2005, ottavi di finale: all’andata segno una doppietta al Comunale di Bergamo, al ritorno addirittura una tripletta al Delle Alpi di Torino e eliminiamo una Juve fortissima. C’erano Del Piero, Nedevd, Ferrara e molti altri. A fine stagione sono capocannoniere della competizione con nove gol. Era la mia prima stagione in Serie A. Volavo… (ride, n.d.r.)”.

Qual è l’immagine che ti porti a casa di quel momento?
“Dell’andata a Bergamo, ricordo il tabellone del Comunale: “Atalanta-Juventus 2-0 Lazzari Lazzari”. Credo di avere ancora una foto da qualche parte. Al Delle Alpi, invece, ad un certo punto prendo un colpo e vado fuori a farmi medicare. Ferrara si stava riscaldando a bordo campo e mi fa: “Ragazzo, è solo una botta, alzati e torna in campo”. Sono rientrato, ho segnato tre gol e sperato che quella partita non finisse mai”.

Lazzari in azione con l’Atalanta.
Lazzari in azione con l’Atalanta.

Cosa rappresentava per te quel momento? Per altro in maglia Atalanta, la squadra della tua città…
“E quella per cui andavo in curva a tifare. Difficile spiegare cosa significhi l’Atalanta per un bergamasco, c’è veramente un attaccamento bellissimo. Beh, l’applauso che lo stadio ha regalato ai giocatori dopo la sconfitta contro il Bayern Monaco, in qualche modo ha fatto “scoprire” la nostra tifoseria in tutto il Mondo. Ma non è una cosa nuova per noi, che la conosciamo bene. Ricordo ancora quando siamo retrocessi al termine di quella stagione: in Coppa Italia abbiamo fatto benissimo (eliminata ai quarti dall’Inter poi laureatasi campione, n.d.r.), ma in campionato andavamo male male. Nella seconda parte, con Delio Rossi, abbiamo fatto un recupero assurdo, andando ad un passo dalla salvezza. All’ultima giornata, però, siamo retrocessi. I tifosi ci hanno “costretti” al giro di campo e ci hanno sommerso di applausi. Ecco, l’altra sera contro il Bayern ho rivissuto quelle emozioni che solo i nostri tifosi sanno regalare”.

Tu sei cresciuto nel settore giovanile della Dea e oggi alleni le giovanili della Vigor Sinigallia: cosa ti porti del “metodo Atalanta”?
“Il focus sulla tecnica. Io ho avuto un maestro come Mino Favini, che insisteva sul controllo di palla. Diceva: “Lo stop è fondamentale”. Allegri diceva sempre: “Il calcio è un gioco semplice, devi passare la palla a quello che ha la tua stessa maglia”. Ecco, se non sei capace, come fai a giocare a calcio? E’ questo che insegno ai miei ragazzi, la tecnica. Per la tattica ci sarà tempo, ma da piccoli vanno curati i fondamentali, soprattutto nel calcio di oggi in cui se salti un avversario vai in porta…”.

E l’Andrea ragazzino com’era? Qualcuno dice “un po’ matto”: è vero?
“Ma no, dai, ero un bravo ragazzo, solo che per me esisteva soltanto il pallone. A scuola non ero buono, infatti non ho finito le superiori. L’Atalanta e mia mamma ci hanno provato in tutti i modi, ma io in classe facevo le palline di carta e giocavo a calcio (ride, n.d.r.). Ho fatto un anno di Agraria ma non so nemmeno io perché. Bocciato, ovviamente. L’anno dopo faccio un istituto tecnico, non sono arrivato a fine anno. Un giorno mia madre arriva a casa con un foglietto: “Domani vai a fare il colloquio qui”. Era un magazzino: di mattina lavoravo e di pomeriggio mi allenavo con l’Atalanta…”.

Incredibile a pensarci oggi che si è professionisti già a quattordici anni…
“Eh, ma a Bergamo siamo fatti così. Pensa che io ho cominciato a giocare a calcio nella squadra dell’oratorio, con mio padre allenatore. A dieci anni mi voleva prendere l’Atalanta, ma mio papà ha preferito farmi giocare ancora qualche anno con i miei amici. Diceva che a quell’età era più importante divertirsi. Quanti genitori oggi lo farebbero?”.

Tutto il settore giovanile per poi arrivare in prima squadra: che emozioni e ricordi?
“Ovviamente ho bellissimi ricordi, anche perché in quella squadra c’erano tanti campioni come Morfeo, Pinardi, Montolivo e tanti altri. Il mio ruolo era ben presidiato (ride, n.d.r.). Ricordo ancora l’emozione dei primi allenamenti e la gioia di poter giocare insieme agli idoli che tifavo in curva. Il mio preferito era Morfeo, che – in uno dei primi allenamenti nei quali ci chiamavano dalla Beretti – mi ha fatto un tunnel che ancora me lo ricordo: eravamo sulla linea laterale, l’avevo chiuso, non c’era spazio per uscire, lui c’è riuscito e ancora non ho capito come… Un altro a cui mi ispiravo era il “Barone” Pinardi, mi piaceva la sua eleganza”.

Lazzari esulta dopo un gol con il Cagliari.
Lazzari esulta dopo un gol con il Cagliari.

E quando hai capito di avercela fatta?
“Mai, perché quando credevo di essere sulla strada giusta, sono sempre ripiombato con i piedi per terra. Nella carriera di un calciatore, oggi sei Dio e il giorno dopo il Signor Nessuno e se non lo capisci rischi davvero grosso”.

Qualche esempio?
“Dopo l’Atalanta, in cui avevo fatto molto bene, sono andato in prestito a Cesena per mezza stagione e, da lì, a Piacenza. Un’annata da dimenticare. Dopo la stagione di Cagliari, al termine della quale potevo andare al Milan, sono finito alla Fiorentina. E anche lì non è andata bene. A Udine sono stato benissimo, ma poi sono tornato a Firenze e sono finito fuori rosa. Così come a Carpi l’anno dopo: a metà stagione il presidente ha convocato me, Spolli, Borriello, Zaccardo e in sostanza ci ha detto che avremmo dovuto trovare un’altra squadra. Mi sono ritrovato a cambiarmi in un altro spogliatoio, ad allenarmi mentre le squadra giocava a Modena, a correre intorno al campo quando i miei compagni facevano allenamento. Mi avevano tolto la gioia di giocare a calcio. A Firenze e Carpi sono stati momenti davvero difficili… (si commuove, n.d.r.)”.

E come li hai superati?
“Devo ringraziare mia moglie, sia per il supporto, sia perché mi ha consigliato di parlarne con uno specialista. Non so se quello che ho passato si possa definire depressione, ma – se non lo è stato – il merito è di mia moglie che mi ha consigliato un percorso psicologico che mi è servito tanto”.

Torniamo alle cose belle, allora: la stagione all’Udinese, con esordio in Europa e gol da centrocampo nei preliminari di Europa League è stata la migliore della tua carriera?
“Quelle con l’Atalanta avevano un sapore speciale perché quella maglia per me valeva davvero tanto, ma a livello di risultati ed esperienza, probabilmente sì. Anche a Cagliari comunque ho fatto bene”.

Ma quando hai fatto quel gol da centrocampo, non è che Di Natale ci è rimasto male?
“Ma no, non è un tipo invidioso, anzi. E comunque qualche assist gliel’ho fatto, quindi non aveva di che lamentarsi (ride, n.d.r.). A parte gli scherzi, Totò è un ragazzo eccezionale e, poi, tecnicamente un mostro. Io dico sempre che faceva “schifo” da quanto era forte. Ricordo che lui ai tempi si gestiva, si allenava da solo con il suo preparatore personale e poi, al giovedì, veniva a fare una sgambata e la partitella. Tu ti impegnavi per fare una giocata decente, poi vedevi lui che stoppava palla, si girava e la metteva all’incrocio senza nemmeno far fatica. Che dicevi: “Vabbè, dai, ma io cosa ci sto a fare qua?”. Ti faceva sentire inadeguato, avevi voglia di andartene (ride, n.d.r.)”.

Lazzari impegnato in Europa League con l’Udinese.
Lazzari impegnato in Europa League con l’Udinese.

Abbiamo parlato di compagni, ora affrontiamo il discorso avversari: il difensore più ostico?
“Ce ne sono stati tanti, io ho giocato all’epoca di Maldini, Cannavaro e Nesta. Loro, però, erano “eleganti”. Ce n’era uno, invece, che mi faceva proprio paura, quando ci giocavo contro provavo sempre a girargli alla larga, ma mi veniva sempre a prendere. Jaap Stam era davvero una bestia, incuteva timore”.

Capitolo allenatori: ne hai avuti tanti, alcuni ai loro inizi come Allegri, Gattuso, Montella, Pioli e che, poi, sono diventati “grandi”. Quello che ti ha insegnato di più?
“Visto il ruolo di tecnico delle giovanili che ricopro ora, mi piace citare Luca Fusi. L’ho avuto nel vivaio Atalanta e non dimenticherò mai il suo approccio: prima delle partite, senza farsi sentire, veniva da me e mi sussurrava: “Tu Andrea fai quello che vuoi”. Ecco, per un giovane credo che questa sia la cosa più bella, soprattutto per un trequartista come me. Mi dava grande fiducia e mi permetteva di esprimere la mia creatività. Con i miei ragazzi, oggi, provo a fare lo stesso”.

Ad Allegri però sei rimasto molto legato, vero?
“Con lui ho fatto veramente il salto di qualità, tanto che a fine anno lui è andato al Milan e si vociferava che potesse portarmi lì.  Alla fine, non se n’è fatto nulla e non ho mai saputo il motivo. Forse non era un vero interesse o forse il Presidente Cellino ha chiesto troppo, ma – ecco – forse tornando indietro una telefonata gliela farei. Magari non sarebbe cambiato nulla, ma quanto meno non avrei questo rimpianto. Lui mi ha insegnato che il calcio è una cosa seria: fino a quel momento lo vivevo ancora come un gioco. Mi ha fatto capire che quelle due ore di allenamento erano sacre, poi fuori si poteva anche scherzare”.

Quella mancata telefonata è il rimpianto più grande della tua carriera?
“Sì, quella telefonata, ma anche il mancato esordio in Nazionale. Sono stato convocato, ma non ho mai debuttato. Una volta ci sono andato vicinissimo, avevo il sentore che fosse arrivato il mio momento. Prandelli in settimana mi aveva mandato qualche segnale e, per la prima volta, mi aveva portato in panchina. Mi son detto: “Va che magari è la volta buona, forse nel secondo tempo mi fa entrare”. E cosa succede? Sospendono la partita. Son proprio sfigato (ride, n.d.r.). Era la volta di Italia-Serbia a Genova (qualificazioni ad Euro 2012, ottobre 2010, n.d.r.), quella di Ivan il Terribile che si era arrampicato e minacciava di scavalcare. Tutta colpa sua… (sorride, n.d.r.)”.

Alla Fiorentina, seppur per poco, hai avuto Sinisa Mihajlovic: un tuo ricordo?
“Nel 2011/2012 sono arrivato che i compagni erano già in ritiro. Arrivo in hotel verso mezzanotte e vado a fare il check in. Sentivo un piano in lontananza e qualcuno che cantava in una lingua sconosciuta. Quando prendo le chiavi e faccio per andare in camera, vedo che è il mister. Son rimasto lì ad ascoltarlo finché non ha finito e poi sono andato a salutarlo. Mi ha abbracciato come se rincontrasse un vecchio amico che non vedeva da tanto tempo. Un’immagine che conservo ancora oggi. Lui per i suoi ragazzi si sarebbe buttato nel fuoco e, di conseguenza, tu avresti fatto lo stesso per lui. Ricordo che c’erano i tifosi che contestavano Cerci e Montolivo, lui è andato lì a muso duro: beh, da allora nessuno si è più azzardato a dire nulla. Quando però c’era da strigliarti, non guardava in faccia nessuno, trattava tutti alla stessa maniera e diceva le cose in faccia, senza filtri. Se sei onesto e coerente, il gruppo questo lo apprezza sempre”.

Lazzari durante la parentesi con la Fiorentina.
Lazzari durante la parentesi con la Fiorentina.

Un altro che aveva preso le vostre difese, anche se in una situazione molto diversa, è stato Rino Gattuso: ci racconti quella stagione a Pisa?
“Era il 2016/2017 e la società non navigava in buone acque. Gli stipendi venivano pagati a singhiozzo. Io, addirittura, mi allenavo con la squadra ma non potevo giocare, perché il presidente di allora era agli arresti domiciliari e, quindi, mi dicevano che non potesse firmare i contratti. Il mister intanto mi faceva allenare con la squadra, mi portava anche in trasferta e mi diceva: “Tranquillo Andre, appena arriva il transfer ti faccio giocare”. Ad un certo punto ho accettato di firmare al minimo federale e, guarda caso, la situazione si è sbloccata (sorride, n.d.r.). Gattuso è stato bravissimo in quel caos a fare gruppo e tenere su il morale: ricordo che in partitella o in allenamento si buttava nella mischia e si faceva anche un po’ prendere in giro. A volte, anziché fare la rifinitura, ci portava a fare colazione tutti insieme”.

Insomma, nessuna pazzia alla Ringhio?
“No, no, quando s’incazzava era meglio nascondersi. Ricordo durante l’intervallo di una partita, aveva visto atteggiamenti in campo che non gli erano piaciuti. E’ rientrato negli spogliatoi furente, ha tirato un calcio a un bidone di quelli degli indumenti sporchi, di metallo, che ancora oggi mi chiedo come abbia fatto a non fratturarsi tutto. Non ha fatto una piega”.

A propositi di “pazzia”, vogliamo parlare di Radja Nainggolan?
“Ma no dai, ne ho conosciuti di più pazzi. Con Radja siamo stati compagni a Piacenza (stagione 2006/2007, n.d.r.), ma ai tempi era molto giovane e tutto sommato tranquillo, e – poi – a Cagliari. Nella stagione 2010/2011 aveva fatto qualche ritardo con qualche scusa poco credibile, tipo che gli si era rotta la macchina o cose del genere e la società stava valutando di cederlo. Mister Bisoli, invece, lo ha voluto tenere e, da lì, la sua stagione è partita…”.

Allora, se non Radja, chi il più pazzo?
“No dai, non facciamo nomi. Ti posso solo dire che la categoria dei portieri è fuori concorso, matti veri. Vivono in un universo parallelo, ma sono davvero strani (ride, n.d.r.)”.

Lazzari festeggia con Acquafresca ai tempi del Cagliari.
Lazzari festeggia con Acquafresca ai tempi del Cagliari.

Sempre a proposito di pazzie: quella che hai fatto quando hai firmato il primo contratto “serio”?
“Te l’ho detto, siamo bergamaschi, gente concreta. In verità non sapevo neanche quanto prendessi, ma avevo una Uno inguardabile, mi son comprato una macchina decente per andare agli allenamenti e non farmi prendere per il culo (ride, n.d.r.)”.

E, oggi, oltre alla carriera da allenatore, ti sei preparato un “Piano B”?
“Mai avuta un’opzione diversa dal calcio, né da giocatore, né adesso. Se non fosse andata bene, probabilmente oggi sarei ancora magazziniere, perché alla fine mi divertivo. Oggi, invece, con alcuni amici sono socio di un’azienda che produce coperture per capannoni sportivi, tipo campi di Padel o simili. Sono strutture moderne che si possono integrare con pannelli solari. Stiamo facendo un po’ di fatica a farne comprendere i vantaggi, ma sono convinto che piano piano prenderanno piede. Ad ogni modo, questa è un’attività accessoria, quella principale resta il calcio: ho fatto il corso a Coverciano e ho preso la licenza Uefa A che mi consentirebbe già di fare il collaboratore tecnico in Serie A. Mi iscriverò anche al corso Uefa Pro e poi vediamo. Questo è quello che voglio fare “ da grande” anche se, come dicevo prima, in questo ambiente devi un po’ farti vedere e sentire e io non sono quel tipo di persona. In ogni caso, anche se dovessi restare a livello giovanile, mi piace e mi diverto. Alla fine, per me il calcio è sempre stato un gioco. E questo è anche quello che voglio trasmettere ai miei ragazzi”.

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