Le dimensioni contano fino a un certo punto. E l'altezza per Fabio Cannavaro (176 cm) non ha mai rappresentato un problema nei duelli contro gli attaccanti. Nemmeno contro quelli che, per stazza, avrebbero potuto sovrastarlo. Senso dell'anticipo, capacità di leggere i movimenti e intuirne gli spostamenti un attimo prima, tecnica e fisicità sono le qualità che l'ex campione del mondo con la Nazionale (Berlino 2006) e Pallone d'Oro ha mescolato in carriera. Fa parte della schiera di giocatori Azzurri che, appese le scarpette al chiodo, hanno intrapreso l'avventura di allenatore. Gennaro Gattuso, Alessandro Nesta, Fabio Grosso, Andrea Pirlo sono rimasti in Italia poi c'è lui che ha scelto la Cina per farsi le ossa… perché non si smette mai d'imparare.

Adesso che è passato dall'altra parte della barricata, e guarda il campo da un'altra prospettiva, ha reminiscenze di quando il rettangolo verde lo vedeva spianato dinanzi a sé, con la sagoma delle punte messa nel mirino. Attraverso un canale su TikTok Cannavaro risponde alle domande degli utenti che lo seguono e ripercorre spezzoni di carriera. È come azionare la sequenza videoclip e portarla indietro nel tempo con il fermo immagine su alcuni degli avversari più duri che abbia mai affrontato. E se credete che la sua risposta alla classica domanda "qual è l'attaccante che ti ha messo più in difficoltà?" sia scontata vi sbagliate.

Non Ronaldo, il fenomeno brasiliano dell'Inter. Nemmeno Batistuta oppure quella scheggia di Pippo Inzaghi, che ti fulminava in un lampo e giocava sul filo del fuorigioco. Ce n'è uno in particolare che ha reso vita dura a Cannavaro. E questa volta c'entra la stazza: si tratta di Kennet Andersson, il colosso svedese che in Serie A ha indossato le maglie di Bari, Bologna e Lazio prima di chiudere la carriera in Turchia, al Fenerbahçe.  "Giocatore del Bologna alto 1.93 e fortissimo di testa – le parole di Cannavaro -. Credo che su 100 palloni di testa, con lui ne avrò preso massimo uno o due. Un fenomeno".