7 Aprile 2020
10:09

NBA, Danilo Gallinari: “Ogni volta che squilla il telefono dall’Italia, mi preparo al peggio”

Danilo Gallinari, giocatore dei Thunder di Oklahoma City racconta il giorno in cui il basket americano si fermò per il diffondersi del Covid-19. Rudy Gobert, avversario dei Jazz, venne trovato positivo: “Nessuno all’inizio ci disse qualcosa, ma capii subito tutto. Decisi per la quarantena volontaria ma i miei pensieri e le mie preoccupazioni sono rivolte all’Italia e alla mia gente”
A cura di Alessio Pediglieri

Danilo Gallinari ha voluto raccontare il giorno ‘zero' del basket americano, il giorno in cui anche l'America si scontrò faccia a faccia con il virus, il giorno in cui uno degli sport più amati, seguiti e popolari venne sospeso. Il giorno in cui il mondo americano, non solo sportivo, cambiò per sempre. Il giorno del contagio di Rudy Gobert. Quel giorno era il 12 marzo 2020, quando il giocatore dei Jazz risultò positivo al tampone pochi minuti prima della gara contro i Thunder di Oklahoma City, la franchigia di Gallinari.

Una giornata a suo modo storica, perché l'America prese reale coscienza con la malattia, la pericolosità del nuovo coronavirus, con il contagio. "Io sapevo già del problema, l'Italia era coinvolta in questa battaglia già da un mese, avevo contatti quotidiani. I miei compagni no, loro erano confusi, non riuscivano a capire". Gallinari in un lungo racconto, analizza passo dopo passo quegli attimi terribili. Dall'entrata sul parquet alla conferma della sospensione prima della gara, poi dell'intera Regular Season.

La consapevolezza di ciò che stava accadendo

"Non so perché ma capii subito che si trattava del virus, del coronavirus". Così, Gallinari ricorda quel giorno, in cui entrando nel palazzetto respirò un'aria strana, mai vista prima: "Gli arbitri erano radunati attorno al segnapunti, il pubblico invece di acclamarci era in silenzio. Ci venne detto di attendere, poi, invece di dare il via alla gara, ci fu chiesto di rientrare negli spogliatoi. A nessuno venne detto nulla, ma io in cuor mio, avevo già capito tutto".

Non capivamo nulla di quanto stesse accadendo in campo. Nessuno ci stava comunicando nulla, ma nel mio profondo lo sapevo: è colpa del virus

La conferma del coronavirus

E' così, che nel silenzio dello spogliatoio, Gallinari parla ai suoi compagni: "Per me tutto ciò che sta capitando riguarda il coronavirus". Da lì in poi, le domande degli altri giocatori, la ricerca di rassicurazioni, il bisogno di informazioni. Intanto, ricorda Gallinari "ci imposero di non uscire dagli spogliatoi. Potevamo fare la doccia ma dovevamo restare dentro. Poi qualcuno ci disse che non si sarebbe giocato, che un giocatore dei Jazz era risultato positivo al virus, senza fare nomi".

La quarantena volontaria a Oklahoma City

Il palazzetto si svuota silenziosamente, in un clima surreale, dopo i controlli alla temperatura per ogni atleta, ognuno è libero di ritornare a casa. "Una volta a casa ho ricevuto moltissime telefonate e messaggi. La batteria del cellulare si è scaricata in un'ora e quando c'è stata l'ora del risveglio in Italia, sono stato sommerso da altre chiamate. Anche se non era obbligatorio, ho deciso per la quarantena volontaria nel mio appartamento a Oklahoma City".

Quando il gioco si fa duro, si vedono i campioni. Il basket mi ha insegnato questo, lavorare di squadra. Tutti insieme, scaleremo la montagna

Il pensiero e la preoccupazione per l'Italia

Poi, il pensiero scorre all'Italia, ad amici, parenti, alla mamma da sola in quarantena mentre il fratello e il padre sono a Denver per affari: "Ogni volta che squilla il cellulare dall'Italia mi preparo ad un brutta notizia ma – anche se è strano a dirlo – sono fortunato, ad oggi tutti i miei cari stanno bene. Ma conosco la realtà: è dura psicologicamente e moralmente reagire alla situazione, molta gente è sull'orlo. Nel mio piccolo ho dato una mano al nuovo Ospedale di Milano, sto collaborando con gli ospedali di Oklahoma, resto isolato, ho contatti solo via social. Ma ce la faremo a scalare la montagna: so che insieme ce la faremo, perché tutto finirà prima o poi".

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