2 marzo 1962. Sono passati 59 anni da quella sera e ancora nessun giocatore è stato in grado, e forse mai nessuno lo sarà in realtà, di scavalcare Wilt Chamberlain e l'impresa che lo consegnò, una delle tante in realtà, alla storia di questo sport.

A Hershey, in Pennsylvania, è in programma Philadelphia Warriors contro New York Knicks. Wilt sta giocando la sua terza stagione in NBA e sta viaggiando già a medie che lo avrebbero poi inserito e mantenuto per decenni negli almanacchi della pallacanestro. Phil Jordon, il centro titolare di New York, è indisponibile per un problema sorto all'ultimo minuto: anni dopo si seppe che in realtà ebbe un post-sbronza decisamente traumatica e non era in grado di scendere in campo. A dividersi quindi la marcatura sul gigante dei Warriors ci sono Darrall Imhoff e Cleveland Buckner, due giocatori di certo non indimenticabili. Con il passare dei minuti e punti su punti macinati (23, 18 e 28 nei primi tre quarti), tutti i compagni di Wilt intuiscono che la serata può essere una di quelle da ricordare per sempre, motivo per cui vedendo la totale incapacità dei due lunghi Knicks nel difendere su Chamberlain, iniziano a passargli la palla praticamente in ogni azione. A fine partita, chiusa con un fantascientifico 169-147, le statistiche di Chamberlain recitavano 100 punti, 36 su 63 al tiro (rigorosamente da due, all'epoca non era stata ancora introdotta la linea da tre), 28 su 32 in lunetta.

La nuova tecnica usata in lunetta

Tiratore dal 51% in carriera ai tiri liberi, quella sera e in generale per tutta la stagione Wilt iniziò a tirare dalla lunetta facendo partire il tiro dal basso verso l'alto, tenendo inizialmente la palla all'altezza delle ginocchia. L'idea fu del coach dei Warriors Frank McGuire, che cercò a lungo un modo per rendere più efficace il gigante nel suo grande tallone d'Achille. Non è un caso che, forti delle sue difficoltà, i Knicks cercarono di recuperare lo svantaggio ricorrendo al fallo sistematico per poi portarlo sulla linea dei liberi e scommettere su un suo errore.

Il problema fu che anche Philadelphia, ormai motivata a portare il suo giocatore in tripla cifra, commetteva fallo sui giocatori di New York per fermare a sua volta il cronometro e rosicchiare del tempo per facilitare ulteriori azioni offensive. McGuire, addirittura, iniziò a far giocare anche le riserve per commettere tutti i falli possibili a disposizione e arrestare continuamente il gioco per poi dare palla a Chamberlain (in tutta la partita si giocarono ben 233 possessi). Il risultato furono i 31 punti nel solo quarto periodo, che sommati ai 69 dei primi tre parziali scolpirono il nome di Wilt per sempre nella storia. Il problema è che di questa impresa restano solo una telecronaca e una foto, quella scattata a fine partita da Paul Vathis della Associated Press, che immortalò Wilt con il famoso pezzo di carta consegnatogli da Harvey Pollack e il numero 100 scritto in nero sopra. Il fotografo che avrebbe dovuto seguire interamente la partita pensò bene di andare via tra il primo e il secondo quarto, lasciando quindi nei solo occhi dei 5500 spettatori il ricordo di quella prestazione.

Tutti i record di Wilt

La parola record associata al nome di Wilt Chamberlain è praticamente una delle più pronunciate dopo ogni notte di NBA. Questo perché qualsiasi straordinaria partita in termini realizzativi o di rimbalzi trova, sistematicamente, Wilt nella classifica di categoria. Non esiste un singolo record che non veda il suo nome come ultimo e invalicabile muro da abbattere. Ci ha provato Kobe, coi famosi 81 punti contro i Raptors, ma essenzialmente nessuno si è mai realmente avvicinato. Altro basket, altri avversari, ma anche un giocatore con caratteristiche uniche nella storia. Gigante e longilineo, pur non essendo l'atleta-modello per eccellenza (nota la sua passione per il gentil sesso, al punto che lui stesso rivelò di aver passato la notte prima della partita storica in dolce compagnia e con un discreto supporto di alcool), le capacità atletiche di Wilt lo rendevano praticamente un supereroe tra i normodotati.

Nella sola stagione 1961-62, quella del record appunto, Wilt segnò 50.4 punti con 25.7 rimbalzi a partita, in un minutaggio di 48.5 minuti a sera quindi incredibilmente superiore alla normale durata di una gara. Il motivo? Non si sedette un singolo secondo e per giunta giocò anche diversi supplementari (10 in totale quell'anno). Basti pensare che il secondo miglior risultato di sempre sono i 37.1 punti di Michael Jordan nella stagione 1986/87. Non essendoci ancora al tempo un computo delle stoppate, è difficile anche dire che media abbia mantenuto in carriera pur sapendo di essere di fronte a un assoluto specialista: nelle 100 partite, unico campione disponibile, in cui furono conteggiate, la media si avvicinava alle 9 a gara. Oltre al massimo di punti in una partita, Wilt detiene anche il primato alla voce rimbalzi: 55 catturati contro il grande rivale Bill Russell in una partita del 1960 (il suo anno da rookie). Ecco perché il 2 marzo, al di là della bontà di un record su cui si è tanto discusso negli anni successivi, è sempre cosa buona e giusta omaggiare il più irraggiungibile record-man della storia NBA.