Cotelli: “La passione è il segreto della Germani Brescia, io cresciuto nel mito di Messina e Scariolo”

La palestra si è appena svuotata quando Matteo Cotelli si collega. I pensieri sono ancora sull'allenamento, il tono è pacato di chi vive il basket da sempre e la lucidità di chi sta guidando una delle realtà più solide del panorama italiano. La sua Germani Brescia ha raggiunto il miglior piazzamento nella storia nella Regular Season, gioca una pallacanestro credibile, intensa e riconoscibile. Ma dentro questa stagione c’è anche molto altro.
La sua è una storia di un ragazzo cresciuto con il mito di Kobe Bryant, che ha fatto un percorso prima di approdare al sogno: guidare la squadra della sua città. C'è l'orgoglio di rappresentarla e la responsabilità di continuare un percorso diventato modello nel basket italiano. Cotelli a Fanpage.it parla di passione come di un filo invisibile che tiene insieme tutto: staff, giocatori, tifosi, territorio. E mentre la Germani si prepara ai playoff dopo anni di crescita costante, nelle sue parole emerge chiaramente un concetto: nulla è nato per caso. Ogni traguardo, dalla Coppa Italia alla corsa al vertice, è il risultato di una costruzione lenta, coerente e profondamente umana.
Coach Cotelli, che Regular Season è stata quella della Germani Brescia?
"Molto positiva. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e stiamo riuscendo addirittura a migliorare il percorso della scorsa stagione, che era già stato straordinario. Per me è il primo anno da capo allenatore, quindi c’era da adattarsi a un nuovo ruolo, ma il club, lo staff e i giocatori mi hanno messo subito nelle condizioni ideali. Siamo davvero contenti di quello che stiamo facendo".
Lei è bresciano ed è cresciuto dentro questa società da anni. Quanto rende speciale tutto questo?
"È un orgoglio enorme. Ho sempre lavorato per questo club e poter rappresentare la mia città è qualcosa di speciale. Però insieme all’orgoglio senti anche tanta responsabilità: guidare la squadra della tua città pesa molto, ma è anche una motivazione incredibile".

Come ha reagito quando la società le ha comunicato che sarebbe diventato capo allenatore?
"Quando Mauro Ferrari me lo ha detto è stata un’emozione fortissima. Si sentivano voci, ma finché non arriva l’ufficialità fai fatica a crederci. Ho provato gioia, perché è stato un riconoscimento al lavoro fatto negli anni, ma anche grande responsabilità. I primi giorni ho dormito poco, poi ho cercato di concentrarmi totalmente sul lavoro".
Quanto ha inciso il percorso nelle giovanili sulla sua formazione?
"Tantissimo. Ho iniziato dal minibasket e poi ho allenato tutte le fasce d’età. È stata una scuola fondamentale, sia dal punto di vista tecnico sia umano. Ti insegna a gestire relazioni, a trasmettere passione e a capire persone molto diverse tra loro".
Negli anni ha lavorato con tanti allenatori diversi. Cosa le hanno lasciato?
"Ho avuto la fortuna di vedere tanti modi diversi di allenare: allenatori più gestionali, altri più duri. Ogni esperienza mi ha aiutato a capire che tipo di coach voglio essere. Mi ritengo molto fortunato per tutti i maestri che ho avuto a Brescia".

Quando ha capito che allenare sarebbe stata la sua strada?
“Fin dall’inizio sentivo che stare in palestra mi dava benessere. Però la vera consapevolezza è arrivata con la Serie A e le coppe europee: lì ho capito che volevo provarci fino in fondo.”
Da dove nasce il suo amore per il basket?
"Per caso. A scuola c’era un corso di minibasket e mi sono innamorato subito. I miei genitori non erano appassionati di pallacanestro, ma io non ho più voluto fare altro sport. È stato davvero amore a prima vista".
Ci sono figure che hanno influenzato particolarmente il suo percorso?
"Il mio primo allenatore, Marino Gregorelli, è stato fondamentale perché mi ha fatto innamorare di questo sport. Poi Alessandro Magro mi ha dato tantissimo dal punto di vista tecnico e gestionale: lavorare con lui è stato come fare l’università del coaching. Anche Peppe Poeta mi ha arricchito molto sulla gestione delle persone".
I suoi riferimenti?
"In Italia sono cresciuto nel mito di Ettore Messina e, da bresciano, Sergio Scariolo è sempre stato un punto di riferimento. In NBA adoro Steve Kerr. Da tifoso invece sono legatissimo ai Los Angeles Lakers, soprattutto per Kobe Bryant: da adolescente era il mio idolo assoluto".
Secondo lei qual è stato il vero salto di qualità della Germani Brescia?
"La crescita graduale. Il club non ha mai fatto il passo più lungo della gamba: uno scalino alla volta, sempre con serietà e organizzazione. Questo ha permesso di creare una cultura del basket forte in città e coinvolgere sempre più persone".
La vittoria della Coppa Italia del 2023 è stato un punto di svolta?
"Sì, ma come parte di un percorso. Quando lavori bene e con continuità, prima o poi certe occasioni arrivano. Vincere quel trofeo ci ha fatto acquisire uno status diverso agli occhi di tutti".
Che ricordo ha di quella serata?
"Alla sirena io e l’altro assistente ci guardavamo dicendo: ‘Ma abbiamo davvero vinto?’. Quasi non ci credevamo. Per una realtà come Brescia è stata un’emozione incredibile".
Ora arrivano i playoff: come si prepara una squadra a quel livello di intensità?
“Stiamo cercando di recuperare gli acciacchi fisici e inserire al meglio il nuovo giocatore arrivato dopo gli infortuni. I playoff richiedono tantissima energia mentale e fisica: giochi ogni due giorni e devi essere sempre pronto".
Quanto conta l’esperienza del gruppo in momenti così?
“Moltissimo. Ho tanti veterani che hanno già vissuto queste situazioni e so che mentalmente saranno pronti. Nei playoff serve lucidità, equilibrio e capacità di resettare subito dopo vittorie o sconfitte".

Se potesse dare un consiglio al Matteo Cotelli di dieci anni fa, cosa gli direbbe?
"Di crederci fino in fondo. Di buttarsi senza paura in ciò che ama davvero. Curiosità, dedizione, voglia di imparare: sono state queste le chiavi del mio percorso".
La parola che attraversa tutta la sua storia sembra essere una: passione. È corretto o è un'impressione sbagliata?
“Assolutamente sì. È il filo invisibile che tiene insieme tutto: giocatori, allenatori, staff, tifosi. Alla fine è la passione che ci porta ogni giorno in palestra e che cerco di trasmettere alla squadra".