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Heated Rivalry fa più della politica: un atleta fa coming out ispirato dalla serie, è una lezione per tutto lo sport

Dopo aver pensato di lasciare l’hockey perché “inconciliabile” con il suo orientamento sessuale, il giocatore Jesse Kortuem ha fatto coming out citando l’impatto di Heated Rivalry, la serie che parla della storia queer tra due atleti. Ma se per trovare il coraggio di andare oltre il muro dell’omofobia nello sport serve una serie Tv, allora dobbiamo farci delle domande.
A cura di Sara Leombruno
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C’è un’immagine che perseguita lo sport professionistico da decenni: quella dello spogliatoio come zona franca, un luogo dove la virilità è un dogma e l'omosessualità un fantasma da esorcizzare. Ma ora, quel muro sembra aver subito una crepa. Jesse Kortuem, giocatore dell'hockey professionistico statunitense, aveva deciso di appendere i pattini al chiodo. Non per mancanza di talento, ma di libertà. Invece ha scelto di fare coming out, e lo ha fatto ringraziando Heated Rivalry.

Il coming out di Kortuem è la prova che la rappresentazione conta. In un lungo post sui social, l’atleta ha confessato di aver trovato il coraggio di esporsi guardando il tormentato percorso di Shane e Ilya nella serie fenomeno, che in Italia uscirà a febbraio su HBO Max. "Pensavo che avrei dovuto scegliere tra chi amo e lo sport che amo. Vedere sullo schermo che si può essere campioni e se stessi mi ha ridato l'aria", ha scritto lo sportivo. Quello che descrive, però, è un paradosso atroce: mentre le istituzioni sportive faticano a produrre campagne contro l'omofobia che vadano oltre un logo arcobaleno esposto qua e là un paio di volte l'anno, è una storia di finzione a produrre un cambiamento vero. È in questo senso che, secondo il parere chi scrive, Heated Rivalry è riuscita a fare ciò che la politica sportiva ha ignorato per anni: normalizzare l'eccellenza queer in un ambiente tossico.

Inquadrare il contesto in cui si sviluppa questa storia è importante: Kortuem gioca negli Stati Uniti, un Paese dove lo sport è religione ma dove, paradossalmente, il coming out nelle leghe maggiori rimane un evento raro e spesso traumatico. Un discorso che vale anche per il Canada, patria dell'hockey, dove questo sport è visto come l'essenza stessa della tempra nazionale: ghiaccio, dolore e silenzio. Ammettere di essere gay in quegli spogliatoi significa, per molti, tradire l'identità stessa della nazione stessa. Ed è proprio qui che si inserisce il fallimento della politica: nell'incapacità di proteggere i propri atleti, lasciandoli soli davanti alla scelta tra carriera e dignità.

Il caso di Kortuem – dunque – non è la vittoria del romanticismo, ma la sconfitta di un sistema. È un fallimento che abbraccia lo sport nella sua interezza, ben oltre i confini dell’hockey. Si pensi al calcio, sopra ogni cosa, dove l’omofobia resta il vero "elefante nella stanza". Che un atleta debba specchiarsi in un personaggio immaginario per non rinunciare al proprio sogno è la prova di un vuoto profondo lasciato dalle istituzioni. Se lo sport non saprà trarne una lezione, continuerà a essere un’arena mutilata, capace di celebrare il talento ma rimanendo terrorizzata dall'umanità.

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Nata e cresciuta a Napoli, amo apprendere storie e raccontarle. Ho una Laurea Triennale in Lingue e Letterature Europee e una Magistrale in Editoria e Giornalismo. Ho conseguito il Master in Giornalismo alla IULM di Milano. A Fanpage.it mi occupo di spettacolo. Forse perché vivo sentendomi anch'io su un perenne palcoscenico, ma la mia giudice più severa sono sempre stata io.
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