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Rudy Zerbi insultato sui social per le nozze con rito ebraico: il caso riapre il dibattito sull’antisemitismo

Rudy Zerbi insultato sui social dopo le nozze con rito ebraico con Grace Raccah. Nathania Zevi denuncia: usare “sionista” come insulto è antisemitismo camuffato da linguaggio politico.
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Una cerimonia privata, celebrata nei dintorni di Roma con il rito ebraico in omaggio alle origini della sposa. È bastato così poco per scatenare, sui profili social di Rudy Zerbi, una valanga di commenti vergognosi, antisemiti. Una valanga di odio solo perché Rudy Zerbi ha sposato un'ebrea. Insulti in piena regola, non opinioni. Eppure scritti alla luce del sole, con una disinvoltura che dice molto sullo stato del dibattito pubblico in Italia.

Gli insulti dopo le nozze con Grace Raccah

Il professore di Amici ha sposato la compagna Grace Raccah con una cerimonia raccolta, lontana dai riflettori. Le foto che lo ritraevano con la kippah hanno fatto il resto: sotto quei post sono comparsi commenti come "Ma è ebreo?", "Ecco perché è in tv", "un altro ebreo in circolazione in tv". E ancora: "Strano, di solito ci sposano tra di loro, difficilmente si mischiano", "ma lui con la ciotola del cane in testa?". Qualcuno ha aggiunto bandiere della Palestina, come se gli sposi portassero una qualche colpa da espiare.

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Le parole di Nathania Zevi: "Sionista usato come sinonimo di ebreo"

A intervenire con lucidità è stata Nathania Zevi, che sui social ha ripreso la celebre battuta di Nanni Moretti in Palombella Rossa: "Le parole sono importanti". La giornalista del Tg1 ha aperto un ragionamento sul linguaggio del nuovo odio contemporaneo.

Il punto centrale della sua analisi riguarda il termine "sionista", che nel discorso pubblico ha subito una trasformazione semantica silenziosa ma profonda: da posizione politica definita a insulto di uso comune, a marchio da appiccicare addosso a qualunque ebreo senza distinzione. "Pronunciata ormai come insulto, come marchio morale, come sinonimo implicito di ‘ebreo'", scrive Zevi. "E questo non è accettabile."

Il travestimento semantico dell'odio

Nathania Zevi spiega benissimo come il sionismo, nella sua accezione storica e politica, rappresenti l'idea che il popolo ebraico abbia diritto a uno Stato e che Israele abbia diritto a esistere. Nulla vieta di criticare un governo, una politica militare, una scelta diplomatica: è anzi il fondamento del confronto democratico. Ma altra cosa è delegittimare l'esistenza stessa di uno Stato, chiedendo a un solo popolo al mondo di giustificare continuamente il proprio diritto a stare al mondo.

Eppure "sionista" è diventato, come osserva Zevi, il modo socialmente accettabile per attribuire a un ebreo caratteristiche aggressive, violente, coloniali. Un travestimento semantico che permette di dire ciò che, pronunciato diversamente, sarebbe riconosciuto per quello che è: un pregiudizio. Nessuno si definisce "anti-italiano" o "anti-francese" per esprimere disaccordo con i governi di quei paesi.

Chi ha sdoganato quel linguaggio

L'uomo della strada, scrive Zevi, assorbe un linguaggio che qualcun altro ha sdoganato prima. Opinionisti, giornalisti, attivisti, politici, in alcuni casi proprio chi per decenni ha fatto della precisione del linguaggio una bandiera identitaria e progressista. Il corto circuito è evidente: gli stessi ambienti che invocano l'attenzione alle parole quando si tratta di tutelare altre categorie sembrano applicare standard diversi quando l'oggetto dell'ostilità è un ebreo.

La vicenda di Rudy Zerbi è un caso da manuale in questo senso. Non si tratta di geopolitica, non si tratta di scelte di governo. Si tratta di un matrimonio. Eppure è bastato l'elemento identitario, la kippah, le origini della sposa, il rito, per trasformare due persone in bersagli. Quello che è successo sotto i post di nozze di Rudy Zerbi non è un episodio isolato da archiviare in fretta. È un segnale. E ignorarlo, in nome della logica dello scroll infinito, sarebbe il modo peggiore di rispondergli.

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