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Catherine O’Hara è morta, con la madre di Kevin se ne va un pezzo della nostra infanzia

È morta Catherine O’Hara, la madre di Kevin in “Mamma, ho perso l’aereo”. Se ne va l’archetipo della maternità moderna: imperfetta, stressata, colpevole, ma capace di attraversare il mondo per un figlio. Mentre il padre restava beato a Parigi.
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È morta Catherine O'Hara. Settantuno anni, un ruolo che vale una vita intera. Anche se lei era molto di più. Ma per i più, concedetemi il gioco musicale delle parole, lei era semplicemente "la madre di Kevin" in Mamma, ho perso l'aereo. E non è poco. Anzi, è tutto.

Perché quella donna che sale disperata su un aereo, che attraversa mezza America con una improbabile banda musicale scalcinata capitanata da John Candy, quindi disposta a tutto, disposta all'improbabile pur di tornare a casa dal figlio dimenticato, non era solo un personaggio. Era la madre. La nostra. Quella di tutti noi.

La madre imperfetta è un capolavoro

Kate McCallister non è la madre perfetta delle favole Disney. È oberata, stressata, ha quindici persone in casa e una vacanza a Parigi come unica prospettiva di salvezza mentale. Vuole godersi quei maledetti giorni di pace. È un suo diritto, porca paletta. Dopo mesi a gestire una famiglia che sembra un campo profughi, dopo aver cucinato (oppure ordinato la pizza, ma fa lo stesso!), pulito, mediato litigi, quella vacanza se l'è sudata.

E poi arriva il senso di colpa. Quello ancestrale, primordiale, che solo una madre conosce. Quello che ti sveglia di soprassalto sull'aereo e ti fa capire che qualcosa non va. Non è logica. Non è razionale. È istinto. È quel legame invisibile che nessun padre – diciamolo chiaramente – possiede con la stessa intensità. Perché mentre lei è lì che impazzisce, che conta i figli come un generale conta i soldati prima della battaglia, lui dov'è? Tranquillo. Sereno. Eccolo, il maschio contemporaneo nella sua essenza: presente ma assente, fisicamente lì ma emotivamente su un altro pianeta.

Perché quando Kate si rende conto di aver dimenticato Kevin, cosa fa il padre? Si lamenta del disagio. Del viaggio rovinato. Perché tornare indietro è una rottura di scatole, mica una priorità assoluta come lo è per lei. Drammaturgicamente, la situazione è perfetta. Perché reale. Mentre lui se ne resta comodo in hotel a Parigi, lei si mette in viaggio. Prende il primo volo disponibile, si imbarca con sconosciuti, attraversa un paese intero. Perché? Perché è una madre, e una madre non ragiona, sente. Non calcola, agisce.

L'archetipo universale di Catherine O'Hara

Catherine O'Hara ha fatto qualcosa di straordinario: ha reso credibile l'incredibile. Ha trasformato una commedia per famiglie in un manifesto della maternità moderna. Ha dato corpo e voce a quel senso di colpa universale che attanaglia ogni genitore: "Sono abbastanza? Sto facendo abbastanza?". È l'archetipo della madre moderna. Quindi, da qui ai prossimi cent'anni, universale. E la risposta, nel suo caso, è un urlo disperato: "KEVIN!". Un urlo che non ha bisogno di nessuna spiegazione. Quella corsa finale, quando finalmente lo ritrova, quando lo abbraccia come se non l'avesse visto da anni e non da ventiquattr'ore, quella è cinema puro. Perché è verità pura.

Con Catherine O'Hara se ne va il ricordo della nostra infanzia

E allora consentitemi di dire che se n'è andato un pezzo della nostra infanzia. Ma non solo. Se n'è andata la rappresentazione più onesta della maternità borghese contemporanea: imperfetta, stressata, colpevole, ma infinitamente presente quando conta davvero. Perché pur sempre madre. Il personaggio di Kate McCallister ci ha insegnato che essere una brava madre non significa essere perfetta. Significa essere lì. Sempre. Anche quando sbagli. Anche quando dimentichi tuo figlio a casa (vabbè, ecco, magari quello evitiamolo).

Ma soprattutto ci ha insegnato che il legame madre-figlio è qualcosa che va oltre la logica, oltre la razionalità, oltre persino il buon senso. È un cordone ombelicale invisibile che non si taglia mai davvero. E mentre il padre se ne stava beato a Parigi, lei attraversava il mondo. Grazie, Catherine. Grazie per averci dato la madre che tutti vorremmo. Quella che, anche quando sbaglia, non ti abbandona mai.

Bonus track: la matrigna in Beetlejuice

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Come bonus track, non ci dimenticheremo di te nell'interpretare l'archetipo opposto. La madre acquisita, la stronza di Beetlejuice. Che balla Day-o davanti ai suoi commensali, più borghesi e persino più stronzi di lei. Ma che riscatta se stessa magnificamente nel sequel di qualche anno fa. A dimostrazione che le cose scritte bene sono niente senza una interprete di livello che le mette in scena. Grazie. Solo questo.

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Gennaro Marco Duello (1983) è un giornalista professionista e scrittore. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa di Napoli. Lavora a Fanpage.it dal 2011. È autore di "Un male purissimo" (Rogiosi, 2022) e "California Milk Bar - La voragine di Secondigliano" (Rogiosi, 2023). "Un desiderio di ieri" (2025) è il suo ultimo romanzo. 
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