Che Mimmo Borrelli fosse un tipo schietto e senza peli sulla lingua è cosa più che nota. Fin dall’inizio della sua carriera infatti il drammaturgo flegreo – tra i più grandi attualmente in circolazione – ha sempre spinto il piede sull’acceleratore innescando uno scontro frontale con molte delle convenzioni del fare teatro, siano esse linguistiche, stilistiche persino organizzative.

Ma stavolta con “La Cupa”, il nuovo lavoro in scena dal 10 aprile al 6 maggio al Teatro San Ferdinando di Napoli, Borrelli compie un ulteriore passo in avanti nella definizione della propria poetica, della sua personale idea di teatro.

“La Cupa” è letteralmente la caduta, lo sprofondamento in cui Borrelli stesso precipita per entrare in contatto con il proprio mondo interiore, ma è anche il vuoto che l'attore riversa nel personaggio, è l’eterna Tragedia dell’uomo contro l’altro uomo, è ancora, un annegamento nei propri fluidi corporei un attimo prima del risveglio o se volete, per chi ci crede, della catarsi.

Insomma è l’intero universo simbolico a cui Borrelli ci ha ormai abituato, una cifra (ri)conosciuta a tutte le latitudini dello stivale a cui però stavolta si aggiunge, o meglio emerge con maggiore chiarezza, un altro elemento: quello politico, vale a dire, la riflessione sulla condizione dell’attore oggi e sul fare teatro. “Ho cercato di garantire al mio gruppo – ci ha raccontato Borrelli nel corso dell’intervista – almeno due mesi di prove retribuite, ma non ci sono riuscito e sono dovuto arrivare a un compromesso. Il teatro per essere cultura ha bisogno di tempo, non di numeri ministeriali. Io avevo chiesto di poter provare con l’allestimento per 2 settimane, avevo chiesto tutta una serie di cose, per me indispensabili, che la produzione non ha potuto fornirmi, pur volendo farlo”.

Ciò detto “La Cupa” non solo segna un traguardo, un punto d’arrivo del teatro di Borrelli, ma anche una nuova partenza. L’inizio di una nuova sfida, a un livello più alto, che lui stesso definisce “la battaglia dei prossimi 20 anni” contro un sistema che considera l’attore come l’ultimo anello del processo e quindi il più stritolato. Mentre lui rivendica un teatro che mette l'attore esattamente al centro del processo.

Non solo, Borrelli in questo spettacolo si spinge con matura consapevolezza nella selva oscura di una nuova forma di prosa che raccogliendo tutta l’esperienza della sperimentazione teatrale, dal Living in poi, approda a un sincretismo “musicale”, fatto di versi e canti, figura e azione. E poi naturalmente c’è la lingua, la sua lingua che è suono e poi rumore e poi melodia, che divampa negli occhi e finanche nelle viscere dello spettatore, tenuto sempre più vicino alla scena –  il che chiarisce la necessità di aprire in due la platea del San Ferdinando lasciando gli attori scorrervi in mezzo. Escamotage, quest’ultimo, che gli permette non solo di stabilire una vicinanza emotiva col pubblico, ma allo stesso tempo di creare delle profondità cinematografiche su cui stagliare le ombre inquiete dei propri personaggi. Prossimità e distanza, dunque, silenzio e suono. E poi canto, ritmo. In definitiva, Borrelli con “La Cupa” torna ai fondamentali del teatro ricercando un suo Tempo e un suo Spazio che come un diapason fanno letteralmente vibrare l’anima del pubblico in sala.