
Il tasto “on” attutisce il rumore nelle cuffie, un piccolo aereo non pensavo potesse fare così tanto rumore.
Il pilota controlla le ultime spie mentre il motore si scalda prima del decollo di Albatros 1, l’aereo della ONG SOS Méditerranée che ci porterà sul Mediterraneo Centrale per raccontare quello che avviene.
La legge del mare violata dai governi
Raccontare quello che accade in mare non è semplice perché ci sono due modi opposti per farlo e sono complementari: la parte tecnica che mette al centro le leggi internazionali, le procedure, le violazioni dei diritti umani e tutto quello che in questi anni i governi europei hanno deciso di fare, ovvero costruire un muro invisibile in mezzo al Mare Nostrum per chiudere le rotte migratorie e provare a fermare la disperazione. In questo caso dovrei parlare delle parole: distress, ovvero pericolo imminente, quando tutte le imbarcazioni in zona sono costrette a dirigersi verso quella in difficoltà. Dovrei parlare del sistema Navtex e del canale 16 VHF, i due modi più diffusi per diffondere le informazioni per le imbarcazioni in difficoltà. Dovrei parlare del POS, place of safety, il porto sicuro più vicino che dovrebbe essere assegnato alle navi dopo un soccorso. Dovrei parlare infine di come negli anni tutto questo sia diventato secondario se non marginale nel mare più militarizzato al mondo: all’aumentare degli assetti militari sono diminuite le comunicazioni pubbliche, così come con l’arrivo degli aerei e dei droni di Frontex con dotazioni per la ricerca da fantascienza, nessuno sa nulla di quello che accade nel Mediterraneo al di fuori di poche centrali operative con sede a Roma, Tripoli e Varsavia.
Ed è su questa triangolazione tra Italia, Libia e Frontex che lo scenario è cambiato rapidamente negli ultimi anni: nel 2015 e 2016 le imbarcazioni delle ONG venivano coordinate dalla Guardia Costiera italiana come se fossero dei suoi assetti. “Restate in zona e arriverà una nostra imbarcazione per il trasbordo delle persone soccorse”, questo era il messaggio che spesso arrivava al ponte di comando delle navi umanitarie. Fungevano in tutto e per tutto da avamposto per la missione di ricerca e soccorso italiana dopo che il governo Renzi aveva scelto di interrompere la missione Mare Nostrum che aveva salvato 100.000 persone in 12 mesi. Finita quella missione era arrivata quella europea e in poche settimane eravamo passati da “ricerca e soccorso” a “pattugliamento e difesa dei confini”, un cambio non solo lessicale ma di approccio al fenomeno migratorio che ha aperto le porte al populismo che ci ha portato fino alla remigrazione che oggi chiede l’estrema destra.
Il buio sul Mediterraneo
I messaggi di distress sono diminuiti, le navi nella zona non venivano più avvertite dei casi di soccorso e così, mentre dal cielo tutto era fin troppo visibile, in mare è calato il buio totale: le ONG vengono osteggiate, le loro navi bloccate nei porti e quando riescono ad effettuare un soccorso vengono spedite nel porto più lontano possibile. Altro che place of safety, altro che legge del mare e diritto internazionale, gli Stati hanno scelto di non rispettare nessun regolamento che loro stessi hanno contribuito a scrivere e che hanno ratificato.
Questa è la prima chiave di lettura e potrebbe occupare decine di pagine ma quello che abbiamo fatto con il documentario “Respinti” – che puoi vedere A QUESTO LINK – è qualcosa che va oltre: parla di leggi sì, ma parla di come l’umanità non è rimasta a guardare e ha scelto di intervenire con le navi e gli aerei, per pattugliare il Mediterraneo e squarciare quel buio che i governi avevano fatto calare. In mare si soccorre, dal cielo si monitora: sono due tipi di interventi diversi e complementari.
Dopo il decollo abbiamo qualche minuto prima di essere "on task", concentrati e operativi, binocolo davanti agli occhi e vista verso l’orizzonte. A bordo siamo in 4 e ciascuno di noi ha un campo visivo di competenza: tutto quello che galleggia in quell'area deve essere scansionato al centimetro, in volo si va veloci e con le onde è facile perdere un target, ovvero un’imbarcazione in difficoltà. Nella notte sono arrivate delle comunicazioni: ci sono 3 imbarcazioni alla deriva con persone a bordo, la Ocean Viking è più a Nord ma si sta dirigendo verso le coordinate arrivate ore prima. In mare però tutto è in movimento, nulla è statico e quelle cifre messe in sequenza rischiano di essere vecchie e inutili. Il nostro compito è di monitorare, cercare e aggiornare tutte le imbarcazioni, esattamente come dovrebbero fare i governi.
3 giri su se stesso e cambio di rotta improvviso: vediamo dal radar dell’aereo i movimenti di Osprey, l’aereo di Frontex che si trova a poche miglia più a Sud di noi. Via radio c’è silenzio, nessuno comunica ma sappiamo cosa vogliono dire quei cerchi segnati sulle mappe: imbarcazione in pericolo. Una comunicazione sicuramente sarà arrivata a qualcuno ma senza rispettare il diritto internazionale: Frontex comunica con la sua centrale operativa europea di Varsavia, che rilancia all’Italia e alla Libia. Questo è il modo per far sì che quel distress resti un segreto tra governi che hanno stretto un patto: respingere i migranti.
La frustrazione di assistere a un respingimento
In pochi minuti siamo sul posto anche noi ma poco prima vediamo arrivare a grande velocità un’imbarcazione grigia: sono le classi Corrubia, le motovedette italiane che abbiamo donato ai libici per fare il lavoro sporco per tutti noi. I tre giri sono stati effettuati sopra un mercantile che aveva soccorso le persone, nel giro di mezz’ora sono tutti a bordo della motovedetta libica, trasbordati per essere riportati indietro. “Abbiamo soccorso noi le persone” conferma il comandante del mercantile al pilota di Albatros, e conferma che “c’erano donne e bambini a bordo” quando viene chiesto chi c’era a bordo.
Un respingimento illegale davanti ai nostri occhi: la frustrazione è tanta mentre l’aereo continua a girare attorno. L’occhio resta fermo sul monitor della videocamera, la testa che va altrove e pensa ai campi di prigionia in Libia, alle torture e agli abusi, ai racconti delle donne che sono passate per Almasri e i suoi aguzzini. Da quella prospettiva non possiamo fare altro che testimoniare e raccontare, anche in mare poco o nulla avremmo potuto fare: non si può intervenire durante un trasbordo e i libici hanno dimostrato che sparano come e quando vogliono contro le ONG, senza che nessun governo intervenga. Però c’è bisogno di sapere, c’è bisogno di denunciare.
Questo è quello che fa il giornalismo indipendente e questo è quello che abbiamo voluto fare con Respinti!