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Ustioni, annegamenti e martellate: così la banda arrestata a Ostia torturava le sue vittime

Bruciature, minacce ai familiari, bombe carta e asciugamani bagnati in faccia per simulare l’annegamento. Queste alcune delle torture praticate dai sei arrestati questa mattina a Ostia.
A cura di Francesco Esposito
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I carabinieri in azione a Ostia
I carabinieri in azione a Ostia

L’asciugamano bagnato stretto sul volto fino a togliere il respiro. Le ustioni provocate con un cannello. Le minacce di tagliare le dita con una cesoia o di sgozzare i familiari. E ancora bombe carta, auto incendiate, pedinamenti sotto casa e messaggi vocali: "Vi faccio passare il giorno più brutto della vita vostra". È il clima di paura ricostruito dalla direzione distrettuale antimafia della procura di Roma nell’inchiesta che questa mattina ha portato all'arresto di sei persone da parte dei carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Ostia.

I sequestri e le torture dopo la sparizione di un bottino

Ferdinando Cacciatore, Marlene Caruso, Christian Ferreri, Cristina Luberti, Jessica Mauti, Antonio Romano sono accusati, a vario titolo, di sequestro di persona a scopo di estorsione, estorsione aggravata con uso di armi, tentata estorsione. Soggetti interni "ai più noti ambienti della criminalità locale", come scrivono i pubblici ministeri. La spirale di minacce e anche torture che sarebbe nata da un episodio del 2021: la sparizione del contenuto di un borsone pieno soldi e orologi di lusso per oltre un milione di euro. Da quel momento, per recuperarlo, sarebbe partita una caccia spietata contro le persone a cui era stato commissionato di custodire quella che probabilmente era della refurtiva. Persone ritenute responsabili o semplicemente sospettate di sapere qualcosa.

Le violenze fisiche e psicologiche: bombe carta, annegamenti e ustioni

Le carte dell’inchiesta raccontano un’escalation fatta di spedizioni punitive, sequestri improvvisati e torture. Non semplici minacce, ma violenze studiate per terrorizzare. In alcuni casi, secondo l’accusa, le vittime venivano attirate con un pretesto e poi immobilizzate dentro appartamenti o ruderi isolati. Una volta lì iniziavano pestaggi, intimidazioni e interrogatori.

L’episodio più grave ricostruito dagli investigatori risale al 23 luglio 2025, a Ostia. La vittima viene convinta a presentarsi nell’abitazione di Cacciatore dopo aver trovato una bomba carta inesplosa sul parabrezza del proprio furgone. Quando entra in casa scatta il sequestro. Gli indagati, secondo il gip, lo colpiscono ripetutamente con pugni e con una mazzetta di gomma, gli legano mani e piedi con fascette da elettricista e gli avvolgono sul volto un asciugamano bagnato, simulando l'annegamento. Poi arrivano le ustioni: la fiamma di un cannello da campeggio usata sul braccio e sulla caviglia.

La violenza, secondo gli atti, non si fermava al dolore fisico. Serviva soprattutto a trasmettere un messaggio: sappiamo dove sei, controlliamo la tua famiglia, possiamo colpirti quando vogliamo. In un altro sequestro, avvenuto pochi giorni prima a Fiumicino, la vittima viene caricata in auto mentre sta andando al lavoro e portata in un rudere in via Passo della Sentinella, di proprietà riconducibile agli indagati Romano e Luberti. Qui gli mostrano un video del padre mentre esce di casa e va in chiesa. Poco dopo gli puntano contro un’arma e minacciano di tagliargli le dita con una cesoia.

La minaccia dell'intervento di criminali albanesi

Nello stesso luogo viene trascinata anche l’ex moglie dell’uomo. Schiaffi, capelli tirati e minacce sempre più pesanti. In sottofondo compare continuamente il riferimento ad "albanesi" pronti a intervenire, quasi a evocare un livello ulteriore di violenza. Il 24 luglio un’altra vittima viene attirata a Ostia per un incontro che avrebbe dovuto "sistemare la situazione". Secondo gli investigatori viene invece legata con fascette ai polsi e alle gambe e picchiata con pugni, schiaffi, un guantone da boxe e una cintura da elettricista. Ancora una volta compare l’asciugamano bagnato sul volto. Ancora una volta le minacce di mutilazione.

Attorno ai sequestri, però, ci sarebbe stata anche una pressione continua fatta di intimidazioni quotidiane. Bombe carta lasciate sulle auto, vetture incendiate o imbrattate con la scritta "Ladri infami", citofoni suonati nel cuore della notte, appostamenti sotto casa. O ancora le minacce di andare "a prendere i figli a scuola".

Le minacce per messaggio: "Vi faccio passare il giorno più brutto della vostra vita"

A sostenere il quadro accusatorio ci sono intercettazioni, chat e messaggi vocali recuperati dai telefoni sequestrati. Tra questi anche un audio attribuito a Jessica Mauti che, secondo gli investigatori, sintetizza bene il clima di terrore imposto alle vittime: "Sbrigatevi a tornare, metteteci la faccia e trovate una soluzione. Vi faccio passare il giorno più brutto della vita vostra".

A chiudere il cerchio investigativo ci sono poi fotografie delle ustioni, immagini delle telecamere di videosorveglianza, tabulati telefonici e il sequestro di tre pistole ad aria compressa molto simili a quelle in dotazione alle forze dell’ordine. Armi che sarebbero state usate soprattutto per spaventare e piegare psicologicamente le vittime durante i sequestri.

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