Colpo da un milione ai Parioli, nella banda anche un attore: costringeva le vittime a stringergli la mano

Un colpo da un milione di dollari. Anzi euro, per la precisione 900mila. E poi disturbatori di frequenze, jammer e targhe clonate. Non è la trama di uno sceneggiato, ma quanto è stato messo a segno da un'organizzatissima banda di rapinatori il 9 marzo 2024 ai Parioli, zona nel Centro-Nord della Capitale. Nella gang, però, un attore c'era: si tratta di Massimo Di Stefano, 62 anni, membro della compagnia teatrale di ex detenuti Fort Apache.
L'attore teatrale identificato dal video della gioielleria
Di Stefano, già socio della banda di rapinatori guidata da Manlio Vitale, personaggio di spicco della Banda della Magliana con il soprannome di ‘Gnappa', è nuovamente in carcere a Lucca, da quando a gennaio di quest'anno è stato fermato in Versilia con una pistola e un'auto rubata. È lui l'uomo il cui volto è stato riconosciuto dalla polizia grazie a un frame estrapolato dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza della gioielleria Grande, nel benestante quartiere romano. Grazie alla sua identificazione, gli investigatori della V Sezione Squadra Mobile sono riusciti a catturare tutto il gruppo criminale, composto da sette persone.
La sceneggiata della stretta di mano e il riconoscimento facciale
Ad incastrare Di Stefano e il resto della banda è stato il confronto tra le immagini delle telecamere e le foto segnaletiche, eseguito con il sistema Sari Enterprise di riconoscimento facciale. L'uomo con la barba bianca e la pistola con il silenziatore si è rivelato essere l'attore teatrale del progetto per ex detenuti e detenuti in misura alternativa al carcere.
Di Stefano è esperto: nel 2015 aveva lavorato con er Gnappa, rapinatore navigato. Per questo recitava la parte del cliente soprattutto all'ingresso della gioielleria, per farsi aprire le porte dai commessi. Una volta messo a segno il colpo costringeva i dipendenti a fingere sotto la minaccia delle armi: il direttore doveva seguirlo in strada e stringergli la mano per non insospettire le guardie giurate all'esterno, agevolando così la fuga del gruppo.
Chi sono gli altri componenti della banda
Oltre a Di Stefano, che nel gruppo occupava una posizione di vertice, sono sei gli altri membri del sodalizio criminale finiti agli arresti. Tra loro Franco Tomassello, siracusano di 56 anni, capo dell’organizzazione, Massimo Barbieri, catanese di 47 anni, Giuseppe Sebastiano Condorelli, 40 anni, anche lui originario della città siciliana e Antonio Colagrossi, 55 anni. In manette anche Valter Moscaroli, 65 anni e Roberto Farina, 60 anni, anche se, diversamente dagli altri, a loro la giudice per le indagini preliminari Ilaria Tarantino ha concesso i domiciliari. A tutti viene contestata l’associazione a delinquere.
Gli altri colpi e le ramificazioni del gruppo di rapinatori
Oltre ad aver ripulito la gioielleria Grande in viale Paroli, portandosi via 70 orologi di lusso per un valore di 900mila euro, La banda avrebbe messo a segno altri colpi tra il 2023 e il 2025. Massimo Barberi è accusato di aver rapinato con Di Stefano il negozio di preziosi Biagini a Perugia nell’ottobre 2024, rubando circa 100mila euro, oltre a l’oreficeria De Pascalis in via Veneto a Roma, nel novembre dell’anno precedente, con Condorelli e Maurizio Provaroni, complice 64enne del gruppo.
Tomassello e Provaroni avrebbero anche svaligiato la cassaforte dell’ufficio postale di Monte Porzio Catone, dopo che il 3 luglio 2024 avevano preso in ostaggio il direttore e quattro dipendenti. Anche questa volta il bottino era stato di poco superiore ai 100mila euro. A metà gennaio 2025 un altro tentativo di rapina a un furgone blindato in arrivo alle Poste di via Federico Borromeo, a Primavalle, questa volta fallito per l’intervento della polizia durante i sopralluoghi di Tomasello e Condorelli.
Le rapine erano meticolosamente studiate
Il gruppo era organizzato in maniera piramidale e progettava ogni colpo meticolosamente prima di attuarlo: tutto era studiato nel minimo dettaglio, dalle strategie di ingresso a quelle di fuga. I presunti rapinatori agivano armati e su macchine rubate con targhe clonate: furgoncini tipo Doblò, oppure Kia, Lancia, Panda, 500 X ecc. In prossimità degli obiettivi poi veniva posizionato un furgone attrezzato con dispositivi di disturbo delle frequenze radio, wi-fi e gps, solo per citarne alcune. Mezzi utili a ostacolare le attività di localizzazione e coordinamento delle forze dell'ordine. La squadra mobile ha anche individuato i canali di ricettazione degli orologi rubati, passati da Moscaroli e Farina.